La pressione fiscale in Italia è ai massimi degli ultimi undici anni. E chi governa non sa nemmeno cosa sia.
In un'intervista a XXI Secolo, la Presidente del Consiglio ha spiegato, con la sicurezza di chi ci crede davvero, che la pressione fiscale è aumentata perché ci sono più lavoratori. Ha abolito il reddito di cittadinanza, più persone lavorano, più tasse entrano nelle casse dello Stato.
Il 13 maggio 2026 ha riproposto lo stesso ragionamento nell'Aula del Senato, raccogliendo persino l'applauso convinto dei parlamentari di maggioranza.
La Premier, nel suo esempio, ha confuso il gettito fiscale (cresciuto perché ci sono più lavoratori) con la pressione fiscale, che è la percentuale del prelievo che lo Stato fa, attraverso tasse e contributi, sulla ricchezza prodotta dal Paese. Insomma, in quella che dovrebbe essere un'equazione semplice persino per un bambino delle elementari, ha confuso il numeratore con il denominatore.
Se aumentano i lavoratori, aumenta la ricchezza prodotta, aumentano le tasse versate. Aumenta il gettito. Ma non aumenta, per questo, la pressione fiscale. Se il rapporto sale, significa che tasse e contributi sono cresciuti più della ricchezza. È aritmetica, non opinione.
Semmai, un governo che incassa di più grazie a più lavoratori avrebbe il dovere di ridurre le aliquote, restituendo ai cittadini il beneficio di quella maggiore base imponibile. Avrebbe, cioè, gli strumenti per abbassare la pressione fiscale. Se invece la pressione sale, significa che quei soldi in più non solo non sono stati restituiti: sono stati usati per chiederne altri.
Ma c'è di più. Se i nuovi occupati sono davvero quelli che la Premier descrive (ex percettori del reddito di cittadinanza, lavoratori a basso reddito, con aliquote effettive ben inferiori alla media nazionale) il loro ingresso nel mercato del lavoro non alza la pressione fiscale. La abbassa. Aggiungono al denominatore proporzionalmente più di quanto aggiungano al numeratore. È come uno studente che entra in classe con un 4: la media non sale. Scende. Se la pressione fiscale è salita nonostante un milione di nuovi occupati a basso reddito, il problema non sono i lavoratori. Sono le scelte di chi governa.
Non è una gaffe. È il sintomo di un analfabetismo economico di una classe dirigente che spiega, meglio di qualsiasi analisi, perché l'Italia è ferma.
Sia ben chiaro: non è semplice spiegare perché la pressione fiscale in Italia sia salita e non possiamo banalizzare come ha fatto la Premier. I fattori sono tanti e complessi. Ma sicuramente la pressione fiscale non è salita per le ragioni che ci racconta. È salita anche per alcune scelte precise, misurabili, una per una.
Le accise sui carburanti, quelle che si era promesso di abolire, sono state riallineate. Ma il saldo, per lo Stato, è un aumento. La cedolare secca sugli affitti brevi è passata dal ventuno al ventisei per cento sul secondo immobile. L'IVA è cresciuta sui pannolini, sul latte in polvere, sui seggiolini, sugli assorbenti. E nessuno ha corretto il fiscal drag: gli scaglioni IRPEF sono rimasti fermi mentre l'inflazione spingeva i salari nominali verso l'alto, facendo scivolare milioni di lavoratori in aliquote più alte. Non sono diventati più ricchi. Sono diventati più tassati.
Il risultato lo certifica l'ISTAT: pressione fiscale ai massimi da undici anni.
E tutto questo prelievo non ha prodotto crescita. Tre anni tra lo zero virgola e il mezzo punto percentuale. La produzione industriale in calo per tre anni consecutivi. I salari reali che hanno perso il sette e mezzo per cento del loro valore in quattro anni. Più di un italiano su cinque è a rischio povertà.
E poi c'è il nodo dell'occupazione, perché è lì che il Governo costruisce la narrazione. È vero: circa un milione di occupati in più. Ma sono soprattutto lavoratori over cinquanta, trattenuti nel mercato del lavoro dalla mancata riforma della legge Fornero, quella stessa legge che si era promesso di abolire. Sono in gran parte lavoratori poveri, che non riescono ad alimentare i consumi. Tra i più giovani, gli occupati diminuiscono.
E c'è un dato che nessuno vuole leggere: il tasso di inattività italiano è il più alto d'Europa. Sempre più persone si sono rassegnate e non cercano nemmeno più un lavoro. Quando gli scoraggiati escono dal conteggio, il tasso di disoccupazione scende per illusione ottica. L'economia reale non li vede. I consumi non crescono. Il PIL non si muove.
Non è il mercato del lavoro di un Paese che cresce. È il mercato del lavoro di un Paese che trattiene gli anziani, respinge i giovani e produce povertà lavorativa.
Conviene allora ricordare cosa prometteva chi oggi governa. Si era parlato di una "rivoluzione copernicana" fiscale. Ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie. Abolire le accise. Introdurre la flat tax. Meno tasse per tutti.
Il bilancio dopo tre anni e mezzo: pressione fiscale ai massimi da undici anni; accise non abolite ma aumentate; flat tax mai realizzata; un debito pubblico in crescita; un aumento della spesa militare che sottrae risorse a sviluppo e occupazione.
Un governo che prometteva meno tasse, più crescita e più libertà economica ha prodotto più tasse, meno crescita e più debito. Non è un incidente di percorso. È un fallimento nel campo esatto in cui quel governo si dichiarava competente.
E mentre le famiglie stringono, il Governo taglia il Fondo per la morosità incolpevole. Promette centomila alloggi e svuota lo strumento che protegge chi la casa la sta perdendo.
Un Paese non cresce se chi lo governa non capisce i meccanismi che dovrebbe governare. Non cresce se confonde il gettito con la pressione fiscale. Non cresce se scambia la sopravvivenza per sviluppo, se chiama occupazione ciò che è trattenimento demografico, se presenta come risultato ciò che è solo un effetto ottico. Non cresce se il Parlamento applaude quando dovrebbe chiedere spiegazioni.
La domanda che dobbiamo porci non è se questo governo abbia mantenuto le promesse. La risposta è nei numeri, e i numeri dicono di no. La domanda è un'altra: può un Paese uscire dalla stagnazione se chi lo governa non sa distinguere un numeratore da un denominatore?
I numeri, a differenza dei parlamentari, in questo caso non applaudono.








