L'articolo illustra le dinamiche che fondano la costruzione dell'identità personale nei bambini attraverso richiami normativi e pareri di esperti


"Non puoi dire chi sei se non sai di chi sei" (la scrittrice Michela Murgia). Identità e radici sono imprescindibili e inscindibili per il pieno ed armonioso sviluppo della personalità di una persona in via di formazione, come pure si deduce dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia.

"L'identità sembra oggi frammentata nei milioni di selfie che si diffondono nel vuoto incontrollato dei social, magari identificandosi con il volto artificiale di qualche geniale influencer. Il compimento della propria identità appare sempre rinviato, il cammino verso un senso di pienezza sembra essersi smarrito" (prof. Andrea Dall'Asta). Per la costruzione dell'identità bambini e ragazzi hanno bisogno non di una pletora di immagini ma di immaginarsi, non di specchiarsi ma di rispecchiarsi in qualcuno, non di fare selfie ma di acquisire self skills, non di facce ma di volti. In mancanza di tutto ciò aumentano i casi di disturbi della personalità.

Il giurista francese Alain Supiot: "Non c'è infatti identità senza limiti". L'identità è uno dei diritti fondamentali di ogni persona e per la sua costruzione è anche necessario che il bambino sia abituato alle rinunce e alle conseguenti frustrazioni. "L'apprendimento del limite è l'istituzione della libertà, e quindi l'uscita dalla violenza" (cit.). Educare non è porre limiti ma far ri-conoscere limiti e confini. Così si costruisce l'identità, come si ricava pure dall'art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, in particolare dalle lettere c e d. L'importanza di una sana costruzione dell'identità emerge anche dalle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo d'istruzione (del 2012 e successive modifiche) e dalla legislazione del cosiddetto sistema integrato 0-6. [I bambini] "Stanno costruendo una propria identità intrecciando e sperimentando rapporti col mondo interiore, fisico e sociale, perciò vanno accolti nei loro tentativi di esprimere la propria individualità, i propri desideri e bisogni, di relazionarsi con chi li circonda" (dalle "Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei"): passaggio significativo di cui dovrebbero tener conto innanzitutto i genitori, come primi e decisivi educatori.

"È dunque importante poter risalire, per quanto possibile, al proprio albero genealogico, annotando, accanto al nome dei progenitori e ai loro dati biografici, anche eventi affettivamente significativi. Nel genosociogramma vengono incluse anche le persone non consanguinee che hanno partecipato alla storia familiare. Questa forma di indagine permette di riconoscere eventi che si perpetuano, individuando una sorta di filo rosso che unisce le generazioni e che si trasmette inconsapevolmente, ma che può essere individuata in sede terapeutica nei suoi effetti […] o in altri più diffusi: strani malesseri che occorrono soltanto all'approssimarsi di precise date, o nei medesimi luoghi, o quando ci si cimenta in particolari attività" (gli esperti di psicologia Giovanni Cucci e Betty Varghese). Conoscere le proprie origini, le proprie radici è importante per la propria identità e per la propria salute, per questo è stato riconosciuto il diritto alla conoscenza dei genitori biologici per i figli adottivi (art. 28 comma 5 L. 183/1984, legge sull'adozione, come novellata) e l'educazione di ogni bambino deve tendere a inculcare il rispetto dei genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali (art. 29 lettera c Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia).

La psicologa Clara Mucci spiega: "[…] le relazioni interpersonali, fin dalla più giovane età, hanno un ruolo cruciale nello sviluppo della personalità, del carattere e dell'emotività di una persona. Quando le cose vanno storte, oltre a disturbi della personalità, depressione, squilibri mentali e difficoltà affettive, si possono aggiungere anche problematiche fisiche, come malattie coronariche, metaboliche o del sistema immunitario. Del resto, un trauma relazionale che si verifica in giovanissima età si annida nella parte più profonda della persona e intacca ogni aspetto del rapporto con il mondo circostante" (dai risultati di una ricerca condotta dall'Università di Bergamo sugli effetti dei traumi infantili sul cervello e pubblicata su Molecular Psychiatry ad aprile 2024). L'identità di un bambino si costruisce o si demolisce attraverso le relazioni, per questo sono fondamentali le prime relazioni di vita, ovvero quelle con i genitori e in particolare con la madre che deve continuamente operare un taglio del cordone ombelicale da sé e aprire il figlio alle relazioni con l'altro, a cominciare dal padre. Nella responsabilità genitoriale rientra anche la responsabilità della salute dei figli (art. 24 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia) e la salute riguarda ogni aspetto, non solo quello fisico.

Nelle famiglie di oggi non ci si conosce più veramente, non si conversa, non si entra in con-tatto, non si con-divide il tempo, il silenzio, la noia, anche perché non si racconta, non ci si racconta più. Secondo lo scrittore argentino Julio Cortázar: "Il racconto mette in relazione con l'altro, apre un mondo di relazioni, avvia una dinamica che ci urge a uscire da noi stessi e a entrare in un sistema di relazioni più bello e più complesso". Il racconto ha una rilevanza psicologica ed esistenziale, favorisce lo sviluppo del bambino sotto ogni punto di vista (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia), la formazione della sua identità e il senso del rispetto anche intergenerazionale.

Si parla di "identità narrativa" (il filosofo Paul Ricoeur), "pensiero narrativo" (lo psicologo Jerome Bruner), "trama narrativa" (lo psichiatra Vittorio Guidano), "medicina narrativa", perché raccontare e raccontarsi è importante a ogni età, a maggior ragione nell'infanzia. Così si consente anche l'esercizio di quella libertà enunciata nell'art. 13 par. 1 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia: "libertà di ricercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere".

L'educatore catalano Jordi Mateu, promotore della cosiddetta "educazione viva", afferma: "Non si tratta di applicare pratiche pedagogiche specifiche, ma di accompagnare i bambini perché non perdano la gioia della vita". Educare alla gioia e nella gioia così si favorisce la costruzione della memoria e di una sana identità dei bambini. Nel decalogo dei bisogni o desideri dei bambini formulato dall'educatore tedesco Claus Dieter Kaul e rivolto agli adulti, al n. 10 si legge: " Date spazio alla gioia: aprite il vostro cuore alla gioia, ricercatela e donatela a noi poiché è la gioia a illuminare la vita, a creare quelle preziose, psicologiche condizioni che consentono di affrontare le esperienze con serena consapevolezza e la speranza di essere amati e di poter ricambiare il dono".

Lo psicologo Matteo Lancini sottolinea: "Il genitore, quando tende a ipercontrollare il figlio, non si rende conto che sta trasmettendo soprattutto le sue ansie, impedendo al ragazzo di costituire la propria identità. Da qui l'importanza di una «alfabetizzazione delle emozioni» dell'adulto e della consapevolezza dei modelli che egli trasmette al ragazzo. Ciò significa che il genitore può permettersi di sentirsi imperfetto, di avere paura, di essere triste, e che lo stesso può accadere al proprio figlio. Non si tratta di rimuovere questi sentimenti, ma piuttosto di investire sulla fiducia, che non è assenza di cura, ma piuttosto assenza di possessività, mandando il messaggio che il ragazzo ha le capacità di far fronte alla vita, accettando che possa sperimentare dolore, inciampi, invece li stiamo inserendo in una società in cui tutto questo non può essere né espresso né integrato e tantomeno accettato". I figli si generano, bisogna fare poi attenzione a non farli degenerare.

Alcuni genitori pretendono rispetto dai figli o per i figli, ma non lo portano ai figli o a coloro che si occupano dei figli, dai nonni agli insegnanti, né educano i figli a farsi rispettare come genitori. Di rispetto si parla ben quattro volte nell'art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia e precisamente nella lettera c si legge: "inculcare al fanciullo il rispetto dei genitori, della sua identità". I genitori devono "trattare" i figli da bambini come tali e non adultizzarli (come avviene nella cosiddetta "parentificazione", quando un figlio, in special modo una figlia, è indotto/a a sostituirsi ai genitori e a fare da genitore ai genitori stessi) o triangolarli nei loro problemi o conflitti con l'altro coniuge o partner o coinvolgerli in altre dinamiche tossiche o perverse (come la Sindrome di Münchausen per procura). Tutto questo è ricordato nella Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori (ottobre 2018) in cui si legge, tra l'altro, al punto n. 7 che "I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra genitori" e al n. 8 che "I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi".

Lo psicologo Giuseppe Riva esplica: "Le vere relazioni sono profondamente radicate nei luoghi fisici e nelle interazioni corporee. Il nostro cervello, infatti, è programmato per collegare i luoghi che frequentiamo alla nostra identità. I neuroni GPS [che codificano la propria posizione nello spazio], ad esempio, ci aiutano a costruire la nostra memoria autobiografica e a definire chi siamo in base ai contesti in cui ci troviamo: siamo studenti perché frequentiamo la scuola, tifosi perché andiamo allo stadio. […] L'identità sociale si forma attraverso il corpo, in particolare grazie ai neuroni specchio che ci consentono di percepire istintivamente emozioni e intenzioni altrui. Nell'interazione fisica, cooperiamo inconsapevolmente: ci adattiamo alle reazioni degli altri e loro alle nostre, creando una continua sintonia condivisa". La corporeità e le relazioni sono fondamentali e insostituibili per lo sviluppo, da quello fisico a quello sociale, del bambino e dei bambini (sviluppo che è concetto più ampio di quello di crescita, art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). Ne tengano conto i genitori e altri adulti aventi responsabilità nei confronti dei bambini prima di consegnare loro un dispositivo digitale o di fare altre scelte determinanti, per esempio far cambiare scuola al figlio, impedire i rapporti con i nonni o altri parenti.

In conclusione, i genitori devono ricordare ai figli le loro prime esperienze, la loro prima infanzia, l'inizio della loro storia personale (come si faceva una volta quando si scrivevano le tappe fondamentali su un album o si conservavano il corredino e i primi vestitini) per costruire la loro identità, la loro memoria, per educarli a fare memoria.


Foto: Foto di Sarah Richter da Pixabay.com
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