Già nel '700 D. Hume sottolineava che "il potere è nei numeri", volendo significare che la forza sta nelle moltitudini, non nelle mani delle sparute schiere dei politicanti.
Nella concezione democratica, questa forza dovrebbe esprimersi con il voto ma, a ben guardare, oggi ciò non avviene affatto in quanto l'organizzazione politica è alterata.
Per la nostra Costituzione (art. 49), i partiti politici, elemento base della vita politica del Paese, sono libere associazioni di cittadini con la finalità di determinare la politica nazionale. In realtà, da ciò siamo molto lontani. I partiti sono entità del tutto a sé stanti, strutture gerarchico-verticistiche gestite non dal popolo ma da personaggi interessati ad ottenere posizioni di potere utili a formare decisioni vantaggiose. Emblematico il caso di Berlusconi. Anche il Partito un tempo più emblematico della volontà popolare, il Partito Comunista, è stato a poco a poco svuotato e sottratto al popolo, significativamente cambiando più volte anche la sua denominazione. E oggi è anch'esso in mano a una cricca collegata ai centri di potere economico del tutto sorda alle istanze provenienti dalla gente.
Il punto nodale della questione è la scelta dei personaggi da eleggere in Parlamento: oggi, sono soltanto ed esclusivamente i vertici dei Partiti ad operare tale selezione.
In tal modo, questi eletti divengono di fatto una sorta di dipendenti dei Partiti stessi dei quali seguono diligentemente (per non perdere il lucroso incarico) le direttive, senza minimamente sottoporre ad un esame critico di merito ciò che vengono comandati a fare.
In sostanza, dunque, siamo di fronte ad un totale distacco tra elettori ed eletti: tra cittadini e parlamentari manca anche quel minimo rapporto che possa dare un significato alla funzione di "rappresentanza" assegnata teoricamente a questi ultimi.
D'altro lato è agevole, per chi dispone di elevate risorse economiche, prendere il controllo di queste strutture partitiche (abbiamo visto il caso del Partito ex Comunista) e dei relativi "dipendenti", per realizzare provvedimenti di legge favorevoli ai propri interessi.
In sostanza il "potere del popolo", cioè la democrazia, sancito dalla Costituzione è totalmente inesistente.
In realtà, ed è abbastanza ovvio, i singoli candidati dovrebbero essere scelti e selezionati dagli elettori, sulla base di una conoscenza diretta e collaudata. Non solo.
Per soddisfare correttamente la propria funzione essenziale di autentica rappresentanza, la struttura partitica deve essere del tutto aperta e consentire in qualunque momento e occasione un dialogo costruttivo e continuo tra eletti ed elettori.
E' del tutto paradossale che ci volesse quel buontempone di Grillo per ideare e realizzare un organismo che sostanzialmente rispondesse a questi requisiti di base.
Ma torniamo alla questione dei numeri, che naturalmente assumono rilevanza solo ove esista un "gruppo" in senso proprio cioè allorquando si formi un certo "collante", ovvero una unità di intenti tra i componenti la moltitudine dei cittadini.
Proprio per evitare tale aggregazione, le strutture politiche di vertice hanno sempre cercato con ogni mezzo di generare divisioni, gelosie, invidie, sfiducia, apparenti e reali contrasti di interesse fra le varie categorie dei cittadini, soprattutto favorendo con specifici provvedimenti alcune di esse a scapito di altre. Basti ricordare le riforme delle pensioni (Dini, 1995) e del lavoro (Renzi, Jobs Act 2015).
La democrazia presuppone, ovviamente, l'esistenza di un demos, di una collettività, vale a dire di un insieme di persone che condividono storia, cultura, tradizioni, interessi, il tutto atto a formare una entità definita. A volte, la consapevolezza di questo legame si attenua e se ne smarrisce la fondamentale rilevanza. Il meccanismo democratico trova più difficoltà a funzionare correttamente nel contesto di una aggregazione casuale di soggetti con provenienze culturalmente diverse.
Da rammentare, al riguardo, la raccomandazione del famigerato Kalergi (1922), (ideatore e progettista dell'attuale "Europa Unita") per la quale si doveva creare nei Paesi europei una forte corrente migratoria, poi in effetti anch'essa realizzata, al preciso scopo di arrivare a formare un popolo europeo frammentato, disgregato e senza identità e cultura comune così che fosse più agevole gestirlo e manovrarlo. In sostanza: sterilizzare la democrazia e favorire l'autocrazia.
La massa dei cittadini, per disporre della propria forza numerica ha, come dicevamo, biogno di una sorta di collante, cioè della acquisizione della consapevolezza delle necessità di coalizzarsi per difendere i propri interessi fondamentali.
Questa presa di coscienza deve essere evidenziata e stimolata, soprattutto per la presenza diffusa e avvolgente di una propaganda (docente il noto Bernays) mirata a disorientare e spargere incertezze mediante l'utilizzo dei mezzi di comunicazione. Tutti i media infatti sono sono controllati e rigidamente gestiti con apposite direttive. E' fortemente avvertita l'esigenza di formare un pensiero unico che emargini ogni critica.
In un rinnovato clima di solidarietà, occorre promuovere dibattiti, favorire riflessioni, coinvolgere, formare gruppi, incentivare e incoraggiare le coscienze, diffondere e sottolineare la consapevolezza delle tendenze distorsive in atto, così da promuovere una sensibilità collettiva, consapevole della propria forza e della necessità di agire.
Inutile ricordare come, negli ultimi tempi, la situazione sia andata peggiorando sensibilmente, e non solo in Italia, con l'adozione di censure, bavagli, museruole, divieti, penalizzazioni del pensiero critico e della libertà di espressione in genere, in un disegno evidente di rafforzamento dell'autorità e di diffusione di una cultura di sottomissione.








