I dati pubblici sono raccolti ed elaborati da Openpolis, in collaborazione con la società pubblica Sose

Asili nido in Italia, i dati

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Quello degli asili nido è uno dei servizi in cui nel nostro Paese, da sempre, si registrano maggiori disparità, tra Nord e Sud e tra piccoli e grandi comuni. Un focus sulla situazione attuale e sulle recenti modifiche metodologiche nella perequazione delle risorse in questo ambito viene fatto grazie ai dati pubblici raccolti ed elaborati da Openpolis, in collaborazione con la società pubblica Sose.

Le cifre parlano di 1,29 miliardi di euro per la spesa storica totale per gli asili nido di tutti i comuni delle regioni a statuto ordinario nel 2017. Ed ancora l'8% gli utenti del servizio nido comunale sui residenti con meno di 3 anni nei comuni tra duemila e tremila abitanti.

Asili, i divari presenti nel Paese

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Nonostante il progressivo avvicinamento del nostro paese agli obiettivi europei in materia, l'offerta di servizi per la prima infanzia resta continua a distinguersi nella presenza e nell'intensità del servizio sul territorio. Rispetto ad una minoranza di regioni del centro-nord che arriva agli standard fissati a livello Ue, l'offerta è molto più carente al Sud.

Considerando la quota di utenti del servizio offerto dal comune (attraverso strutture proprie, posti in convenzione o voucher) sul totale dei residenti tra 0 e 2 anni, emerge chiaro il divario tra centro-nord e mezzogiorno.

Guardando ai comuni toscani ed emiliano-romagnoli (in media) l'offerta comunale copre oltre il 20% dei minori, in quelli del sud la quota si ferma al 5%. E per gli enti di Campania e Calabria la quota media è ancora più bassa.

Cambiano le modalità con cui il servizio viene erogato: in alcune regioni, come Calabria, Marche e Basilicata, in media oltre il 50% degli utenti del servizio comunale lo frequenta in gestione esterna, cioè in nidi a gestione privata, con riserva di posti in convenzione. Se si guardano Piemonte e Liguria sono meno del 20%. Nei comuni di questi due territori, così come in Molise, Puglia, Lombardia, Veneto e Campania, una quota superiore alla media italiana delle regioni a statuto ordinario accede al servizio attraverso voucher.

Altra differenza nell'erogazione del servizio è la quota di utenti che usufruiscono della refezione. Una modalità più diffusa nei comuni del centro Italia e del nord est, ma molto meno frequente nel mezzogiorno.

Gli obiettivi della revisione metodologica dei fabbisogni standard e i Lep

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La legge di bilancio per il 2021 ha introdotto gli obiettivi di servizio sui servizi sociali e di asilo nido erogati dal comune. Dunque, in primis, vengono fissate delle soglie minime per fascia di popolazione in modo da stabilire le risorse da garantire ai comuni nel sistema di perequazione. Fissare un minimo per tutti i comuni italiani significa rafforzare un approccio già applicato a partire dal 2019. Con l'obiettivo di evitare che un ente si veda riconosciuto un "fabbisogno 0" solo perché non esistono asili nido sul suo territorio.In parallelo, è stato aumentato il fondo di solidarietà comunale per lo sviluppo dei servizi sociali e dei nidi. Un incremento che a regime vale 300 milioni di euro all'anno per l'estensione degli asili su tutto il territorio nazionale.

In questo quadro, il testo della legge di bilancio per il 2022 attualmente in discussione, prevede l'introduzione di alcune importanti novità sul tema. Si prevede di destinare ai comuni delle regioni a statuto ordinario, della Sicilia e della Sardegna le risorse finalizzate a incrementare il numero di posti disponibili negli asili nido, fino a raggiungere nel 2027 il livello minimo garantito del 33% di posti (incluso il servizio privato) per ciascun comune o bacino territoriale, in rapporto alla popolazione di età compresa tra i 3 e i 36 mesi.n particolare, verrebbero destinate a questi enti, a valere sulle risorse del fondo di solidarietà comunale, 120 milioni di euro per l'anno 2022 (20 milioni in più rispetto alla legislazione vigente), 175 milioni di euro per l'anno 2023 (+25 milioni), 230 milioni di euro per l'anno 2024 (+ 30 milioni), 300 milioni di euro per l'anno 2025 (+50 milioni), 450 milioni di euro per l'anno 2026 (+150 milioni) e 1.100 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2027 (+800 milioni). Con l'obiettivo di favorire la convergenza nell'erogazione del servizio, questi interventi possono essere considerati un primo passo verso l'introduzione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni. Ossia servizi essenziali che, essendo connessi a diritti civili e sociali, devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Dalla riforma del 2001 sono previsti dalla Costituzione, che assegna allo stato il compito di definirli.


Foto: 123rf.com
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