Dissenso da parte dell'avvocatura sui contenuti di riforma del processo civile. Per il CNF: "Servono interventi su organizzazione uffici e organico"
pollice verso il basso in segno di disapprovazione

Giustizia civile: la riforma non piace all'avvocatura

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La riforma del processo civile non piace all'Avvocatura. Da più fronti si sono sollevate voci critiche nei confronti del restyling contenuto nel maxiemendamento che a breve verrà esaminato dalla Commissione di Giustizia al Senato, frutto del lavoro della Commissione Luiso a cui il Ministero della Giustizia aveva tempo fa affidato il compito di elaborare proposte di modifica al disegno di legge delega AS 1662 sull'efficienza del processo civile e la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie.
La Ministra della Giustizia, Marta Cartabia ha sottolineato l'importanza di approvare entro fine 2021 le leggi di delegazione per riformare processo civile, processo penale e CSM, ponendo l'accento sull'essenziale obiettivo della riduzione dei tempi dei giudizi (almeno il 40% per quelli civili e 25% per quelli penali). Impresa "titanica" dalla quale, ha scandito la Guardasigilli, ci giochiamo i fondi europei del Recovery Plan e che, per tale motivo, richiede l'impegno di tutti gli operatori coinvolti.


Tuttavia, la proposta di riforma elaborata dal Governo non ha incontrato il favore degli avvocati che ha manifestato apertamente preoccupazione in relazione agli emendamenti predisposti dal Governo il cui contenuto è stato anticipato nei giorni scorsi: nonostante alcune delle proposte siano state accolte con maggiore favore (ad esempio le scelte in materia di semplificazione del rito e potenziamento delle ADR), si ritiene che l'impianto predisposto dall'esecutivo possa danneggiare in particolare la classe forense e limitare i diritti dei cittadini quanto all'accesso alla giustizia e alla difesa.

CNF: "Riforme non condivisibili"

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Tra le prime voci discordanti emerge quella del Consiglio Nazionale Forense che ha parlato di "riforme non condivisibili" sia in materia di processo civile che di processo penale. In una nota, la presidente Maria Masi sottolinea come la riforma della giustizia debba mirare a "un nuovo e rinnovato approccio di sistema" e, pertanto, non sia sufficiente l'ennesima riforma delle norme di rito "in cui, ancora una volta, sono i cittadini a rischiare di pagare il tributo più alto. In nome di una presunta riduzione dei tempi del processo il rischio è quello di sacrificare il diritto di accesso alla giustizia e le garanzie di difesa".

In particolare, Masi ritiene che per raggiungere l'obiettivo perseguito, ossia la riduzione dei tempi dei processi civili e penali "così come richiesto dalla Commissione europea, ammesso che possa considerarsi coerente con i principi invocati dall'Onu nell'Agenda 2030 di sostenibilità e solidità delle istituzioni e di assicurare a tutti l'accesso alla giustizia", oltre ad intervenire sulle regole del processo sia necessario agire "coraggiosamente anche sull'organizzazione degli uffici giudiziari, sugli investimenti funzionali e sulla carenza di organico di magistrati e personale amministrativo, oltre che sull'equa responsabilizzazione di tutti gli operatori, compresi i magistrati".

Movimento Forense: "Servono investimenti, non tagliole processuali"

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Già a fine aprile l'Unione nazionale delle Camere civili (UNCC) aveva espresso "profonda preoccupazione" con riguardo alle notizie relative all'elaborazione della riforma del processo civile, sottolineando il rischio di una riforma "consistente peraltro nel semplice rispolvero di vecchie proposte (...) in cui, in nome di un malinteso principio di efficienza, si comprimono i diritti del cittadino nel processo".

A rincarare la dose anche Movimento Forense che, in un Comunicato a firma del Presidente Nazionale, Antonino La Lumia, ha manifestato "viva preoccupazione rispetto all'impianto complessivo della riforma, che pare avere come unico obiettivo di fondo la compressione dei tempi processuali, a costo zero, senza un chiaro intervento sistematico che assicuri la difesa dei diritti attraverso un adeguato bilanciamento tra l'interesse alla celerità e il doveroso rispetto del contraddittorio".

Le proposte governative sono accusate di estremizzare le "tagliole processuali" per le parti e i loro avvocati e di imporre "sanzioni quasi ideologiche" nei confronti di chi sceglie la via ordinaria del contenzioso. Ad aggravare la situazione la circostanza che "la riforma è stata concepita e delineata senza alcun coinvolgimento dell'Avvocatura".

Condivisibile, almeno in linea di principio, la spinta governativa verso la dimensione extragiudiziaria della lite, che tuttavia è ritenuta lasciare "irrisolte problematiche note, che attengono alla contabilizzazione certa dei costi correlati e ai necessari contrappesi rispetto alle decadenze e alle condizioni di procedibilità nel processo". Tra l'altro, nella nota si sottolinea come le attività stragiudiziali non abbiano ancora "una previsione distinta e autonoma nel tariffario forense disciplinato dal DM 55/2014, ingenerando così confusione".

"Se davvero si vuole riformare la Giustizia civile - conclude La Lumia - ci vuole il coraggio di parlare certamente di rapidità e di digitalizzazione, ma anche dei mezzi economici necessari perché gli avvocati ne possano portare il peso sulle spalle, senza fingere che gli articoli 36 (equo compenso) e 111 (giusto processo) della Costituzione siano da disapplicare solo per il lavoro dei professionisti forensi".

AIGA: "Riforme ledono dignità dell'avvocatura ed equo compenso"

Esprime preoccupazione ad aspro dissenso anche AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) che parla di una "riforma preconfenzionata e costruita a tavolino senza l'Avvocatura, che rischia di aggravare ulteriormente le già insostenibili condizioni di una classe forense vessata dalla crisi economica e dalla pandemia, limitando i diritti dei cittadini e apportando effetti sanzionatori, ancora una volta, soltanto alla categoria forense"

In particolare, si contesta agli emendamenti elaborati dal Governo l'effetto di "annullare tutte le proposte fino ad oggi avanzate e relative all'unificazione e alla speditezza dei processi, mantenendo inalterati gli attuali procedimenti diversificati e anzi aumentando le ipotesi di restrizione della tutela dei diritti per il cittadino, con un inasprimento delle ipotesi di nullità degli atti e di improcedibilità della domande formulate, nonché un inasprimento delle conseguenze in caso di soccombenza che stridono fortemente con l'attuale incertezza del diritto in un Paese ormai affetto da bulimia normativa".

Per il Presidente Antonio De Angelis "è indecoroso che questa proposta contenga la sostanziale abrogazione delle norme a tutela della dignità dell'avvocatura e dell'equo compenso per la risoluzione stragiudiziale delle controversie. Parimenti avvilente per la nostra categoria è constatare come venga estesa la competenza di PA e notai, a scapito dell'adeguata tutela dei diritti dei cittadini e del ruolo dell'Avvocatura".
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Foto: 123rf.com
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