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Quantitative easing: cos'è e quanto ci costerà l'addio

Il programma voluto da Draghi nel 2015 è pronto a chiudere. Quali saranno le conseguenze dell'addio degli investimenti della BCE nei titoli di Stato?
programma di finanza quantitative easing
di Lucia Izzo - Il Quantitative Easing messo in atto dalla BCE si avvia alla sua fase "terminale": il 2019, infatti, segnerà la fine del programma voluto da Mario Draghi dal 2015, attraverso il quale la Banca Centrale Europea ha acquistato titoli di Stato emessi dai paesi dell'unione monetaria. Vediamo dunque in cosa consiste e cosa comporterà l'addio al quantitative easing:


  1. Cos'è il Quantitative Easing
  2. Il Quantitative Easing della BCE
  3. Addio Quantitative Easing: che succede dopo?
  4. La fine del QE e le conseguenze per l'Italia
  5. Quantitative easing, Draghi "servono pazienza, persistenza e prudenza"

Cos'è il Quantitative Easing

L'espressione Quantitative Easing (QE), letteralmente alleggerimento o allentamento quantitativo, indica uno strumento non convenzionale di politica monetaria particolarmente penetrante con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese, per aumentare la moneta in circolazione e stimolare la crescita economica.

L'intervento della banca centrale consiste nell'acquisto, in base a una quantità di denaro predeterminata e annunciata, di azioni o titoli e altre attività finanziarie, solitamente e principalmente da banche, così da mettere in circolo liquidità creata "ex novo" che viene iniettata direttamente nel sistema economico. Lo scopo dell'intervento è quello di "stimolare" la crescita economica generando un circolo virtuoso nell'intera economia.

Il QE rientra nelle politiche monetarie espansive (per alcuni esperti addirittura ultra-espansiva) ed è stato adottato in diversi paesi tra cui Giappone (2006), Stati Uniti e Inghilterra (2008), principalmente allo scopo di contrasto dell'inflazione eccessivamente bassa.

Il Quantitative Easing della BCE

Nel 2015 il QE è stato adottato in Europa dalla BCE (Banca Centrale Europea) che si è impegnata ad acquistare titoli di Stato emessi dai Paesi membri dell'Unione, nonché titoli di agenzie sovranazionali dell'eurozona. Lo scopo del programma è stato quello di mettere nuovamente in moto il credito delle banche e contrastare i rischi di deflazione, riconducendo il tasso di inflazione verso il target del 2%.

Gli effetti positivi di questo tipo di operazione sono molteplici poiché l'intera economia beneficia degli investimenti e dell'immediata liquidità di denaro che viene immessa direttamente nel sistema economico finanziario.

Nel caso europeo, la BCE ha messo inizialmente in programma, da marzo 2015 a settembre 2016, una spesa di 60 miliardi di euro/mese per acquistare prevalentemente titoli di Stato di elevata qualità (investment grade) finché il tasso di inflazione dell'eurozona non fosse tornato ad avvicinarsi al 2%.

La Banca Centrale si impegnava così ad acquistare sul mercato secondario titoli emessi dai governi o dalle istituzioni europee in proporzione alle quote del capitale sociale della BCE detenute dalle rispettive banche centrali nazionali.

Il 4 dicembre 2015, il Board della BCE ha poi approvato il QE2, seconda fase che avrebbe prolungato gli stimoli monetari fino a marzo 2017, stanziando sempre la medesima cifra e estendendo l'acquisto ai titoli emessi dagli enti locali.

Dal 10 marzo 2016 la BCE ha deciso di portare da 60 a 80 miliardi di euro l'importo mensile di acquisto col Quantitative Easing, già a partire da Aprile 2016 e di estendere l'acquisto a titoli non governativi, emessi da società private non bancarie (anche ad "abs" e "covered bond").

Un ulteriore prolungamento di 9 mesi è stato disposto dalla BCE il 25 ottobre 2017 (sino a settembre 2018) dimezzando tuttavia l'entità della misura che da gennaio 2018 a settembre sarà pari a 30 miliardi di euro al mese.

Lo scorso 14 giugno, la Banca Centale Europea ha annunciato l'inizio della fase terminale del programma QE che sarà esteso a tutto il 2018, ma con acquisti netti mensili ridotti a 15 miliardi di euro da ottobre a novembre. Dal prossimo anno dunque, i "rubinetti" saranno definitivamente chiusi.

Addio Quantitative Easing: che succede dopo?

La decisione di abbandonare il programma QE dal 2019, sembra essere legata all'uscita dell'Europa dalla recessione e dala ripartenza della crescita economica, nonché all'avvicinamento dell'inflazione alla soglia obiettivo del 2% annuo.

Di fatto sono molti a temere gli effetti della fine del QE, nonostante l'addio graduale pensato da Francoforte, e molta preoccupazione genera il possibile rialzo dei tassi annui, in prospettiva di mutui, risparmi e investimenti, e di molte altre conseguenze per le quali saranno cruciali le condizioni di mercato.

Infatti, stante la maggior onerosità che i governi europei dovranno affrontare nel richiedere soldi al mercato, l'impatto avrà effetto anche sugli interessi sui prestiti a famiglie e imprese. Basti pensare che dalla partenza del QE, l'Italia ha venduto titoli per quasi 345 miliardi di euro.

Per tranquillizzare i governi, la BCE ha garantito tassi di interesse invariati sull'euro per almeno un anno (fino all'estate del 2019) e ha promesso di continuare "per un prolungato periodo di tempo" dopo la fine degli acquisti netti a reinvestire il capitale rimborsato dai bond in scadenza, "e in ogni caso per tutto il tempo necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario".

Tuttavia, l'uscita dal mercato di un "compratore" così affidabile, che negli ultimi anni ha acquistato grandi quantità di titoli, porterà inevitabilmente i tassi a crescere gradualmente e lo stesso avverrà agli interessi sul debito pubblico che ogni Stato dovrà ripagare.

In pratica, aumentando il costo per gli interessi, ciò avrà un impatto sul deficit e si allargherà lo spread tra le economie più deboli, tra cui Italia e Spagna, e quelle più solide come la Germania. Inoltre, a cascata, l'impatto coinvolgerà anche mutui e prestiti, con una crescita degli interessi gravanti su famiglie e imprese poiché le banche li calibrano sui rendimenti dei titoli di Stato.

In sostanza, ciò si tradurrebbe in un "progressivo" e peggiorativo cambiamento delle condizioni per ottenere soldi dalle banche. Ad esempio, le conseguenze potranno essere avvertite già dalla seconda metà del 2019 da coloro che sottoscriveranno nuove linee di credito, mentre "solo" dal 2020 da coloro che hanno già ottenuto prestiti a tasso variabile. Salvi, invece, coloro che hanno concordato negli ultimi anni un prestito a tasso fisso.

La strategia però, potrebbe essere anche modificata dal successore di Mario Draghi all'Eurotower: il suo mandato, infatti, è in scadenza ad ottobre del 2019 e il neo presidente potrebbe seguire strade diverse e meno "accomodanti" rispetto alla politica monetaria elaborata dall'ex governatore di Bankitalia.

La fine del QE e le conseguenze per l'Italia

In Italia, inoltre, nonostante sia ampiamente attesa la fine del QE, le conseguenze potrebbero scontrasti con la direzione presa dal nuovo Governo: l'attuale situazione politica, nonché le tensioni sullo spread alimentate negli ultimi giorni, rendono i nostri titoli di stato poco appetibili agli investitori.

Il Belpaese, dunque, dovrà vedersela da solo sia con gli investitori internazionali per quanto riguarda i nostri titoli di stato, ma anche con l'avvio al rialzo dei tassi di interesse, nonostante l'invariabilità neil corso del prossimo anno.

Secondo i calcoli dell'Ufficio parlamentare di bilancio sui conti pubblici, ripresi dal Sole 24 Ore: "L'anno prossimo gli investitori privati dovranno assorbire 200,9 miliardi di euro di titoli di Stato a medio e lungo termine, cioè 30,6 miliardi in più dei 170,3 di quest'anno. E questo aumento, del 18%, rimarrà tale solo a patto di rispettare alla lettera i tendenziali di finanza pubblica scritti nell'ultimo Def. Se a ritoccare il percorso interverranno nuove misure di spesa senza copertura o riduzioni di entrata, dovrà crescere anche l'impegno sul mercato. Il contrario succederebbe invece nel caso (oggi poco probabile) di un balzo della crescita in grado di spingere le entrate fiscali".

Ancora, si legge sul quotidiano, in valori assoluti il prossimo anno sarà ancora tranquillo sul fronte dei Btp, siccome il ritmo delle scadenze chiede di collocare titoli per 222 miliardi (saranno 380 i miliardi complessivi con i bond a breve).

In sostanza, si mantengono pressapoco gli stessi livelli di quest'anno (225 miliardi), parecchio inferiori per esempio ai 275 miliardi raggiunti dalle aste 2016 anno in cui, tuttavia, il QE ha fatto passare dalla Bce il 45% delle emissioni a medio lungo termine.

Nel 2018, "nello scenario di base che prevede un ultimo capitolo di acquisti dell'Eurosistema a 15 miliardi al mese a ottobre-dicembre e da gennaio il solo reinvestimento, Francoforte si limita a coprire il 24% dei nuovi titoli, e l'anno prossimo i reinvestimenti peseranno al massimo per il 9%. L'incrocio fra prezzi e rendimenti sarà determinante nella fortuna dei titoli italiani".

Quantitative easing, Draghi "servono pazienza, persistenza e prudenza"

Nonostante le condizioni siano migliorate e la politica monetaria sia ancora in una fase espansiva, in occasione del suo intervento al Forum economico di Sintra in Portogallo, Draghi ha sottolineato il bisogno ancora attuale "di misure accomodanti significative".

Per Draghi, dunque, sembra non essere è detta l'ultima parola in merito alla fine del QE: "La fine prevista dai nostri acquisti netti di attività a dicembre di quest'anno è soggetta al fatto che i nuovi dati macro confermino l'outlook di medio termine dell'inflazione. Inoltre il programma di acquisto di attività può sempre essere utilizzato qualora dovessero manifestarsi fatti contingenti che al momento non vediamo".

Draghi ha sottolineato come la fiducia del ritorno dell'inflazione verso l'obiettivo di lungo periodo si sia molto rafforzato nel corso degli ultimi mesi, ma l'incertezza permea l'outlook economico. Ancora, ja soggiunto il presidente della BCE: "Con le attese di inflazione a lungo termine ben ancorate, la forza di fondo dell'economia europea e il continuo ampio grado di accomodamento monetario consentono di poter essere fiduciosi in una convergenza dell'inflazione verso il nostro obiettivo e che questa convergenza possa essere mantenuta anche dopo una chiusura graduale del nostro programma di acquisti netti di attività".

Perciò, dice Draghi, la "politica monetaria nell'Eurozona deve rimanere paziente, persistente e prudente".

(22/06/2018 - Lucia Izzo) Foto: 123rf.com
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