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Avvocati e professionisti in piazza per l'equo compenso

Fissata per il 30 novembre a Roma la manifestazione dei professionisti d'Italia per dare battaglia sull'equo compenso
uomini in squadra con luce sullo sfondo

di Gabriella Lax - Anche gli avvocati saranno in piazza, a Roma, il prossimo 30 novembre, con tutti i professionisti per dare battaglia sull'equo compenso. Il Comitato Unitario delle Professioni e la Rete delle Professioni Tecniche insieme scendono in piazza per l'ultimo decisivo passo per l'approvazione del disegno di legge sull'equo compenso per i professionisti.

Sinergie di professionisti per l'equo compenso

Un'approvazione che, dopo il via libera del Governo nei mesi scorsi, sembrava ormai imminente (leggi: Approvato l'equo compenso per gli avvocati), ma per il Dipartimento delle politiche europee di Palazzo Chigi, l'equo compenso equivarrebbe a reintrodurre le tariffe minime obbligatorie: un passaggio che renderebbe necessario un via libera preventivo da parte di Bruxelles. Sul punto, dissentono Cup e Rete professioni.

Secondo la rete di associazioni «L'equo compenso per i professionisti non ha nulla a che vedere con la reintroduzione delle tariffe minime obbligatorie e pertanto non c'è alcun motivo per fermare l'iter legislativo avviato in Parlamento per colmare il vuoto creatosi a partire con le liberalizzazioni del 2006» La nota del Dipartimento, come riporta Adnkronos, ritiene che il disegno di legge sull'equo compenso, «su cui si sta concretizzando un'ampia convergenza politica, punti ad una surrettizia reintroduzione di tariffe minime obbligatorie, con conseguente necessità di previa notifica alla Commissione della proposta – a contrario - l'obbligo di comunicazione alla Commissione di misure del genere è previsto dalla Direttiva Bolkestein all'art. 15, co. 7 e i casi che richiedono la notifica sono indicati tassativamente; tra essi quello appunto delle tariffe obbligatorie minime e/o massime che il prestatore deve rispettare (art. 15, par. 2, lett. g)».

E poi i professionisti fanno il punto sul fatto che «la giurisprudenza europea non ha mai sancito l'incompatibilità con il diritto europeo primario e/o derivato da fonti interne che stabilissero tariffe vincolanti, purché siano appunto determinate dallo Stato e applicate dal giudice come accadeva in Italia fino al 2006 (Corte giustizia UE, caso Arduino, 2001), e siano adottate, in coerenza con il principio di proporzionalità, alla luce di motivi imperativi di interesse generale, quali la protezione dei consumatori e/o la corretta amministrazione della giustizia (Corte giustizia UE caso Cipolla Macrino, 2006)».

Per le reti, inoltre, il disegno che sta esaminando adesso il Parlamento non tratta di «tariffe minime obbligatorie ma, molto più semplicemente, una presunzione giuridica (quindi superabile) per cui i compensi inferiori a quelli fissati dai parametri ministeriali sono appunto iniqui. I parametri ministeriali sono, infatti, fonti statali e non atti delle professioni regolamentate, per cui è escluso che possano essere qualificati come intese restrittive della concorrenza. I parametri sono in ogni caso uno strumento diversissimo per ratio, struttura e cogenza (del tutto assente) dallo strumento tariffario, in Italia abrogato definitivamente dal Governo Monti con il Decreto legge Cresci Italia (n. 1/2012)». In conclusione, sembra non sussistere l'obbligo di previa notifica alla Commissione delle misure contenute nel ddl. Da qui la protesta.

(19/10/2017 - Gabriella Lax) Foto: 123rf.com
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