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Cassazione: non si può licenziare per un furto da 3 euro

Punizione eccessiva, lavoratore reintegrato e datore condannato a pagare spese processuali e sanzione pari al contributo unificato versato
licenziamento mobbing lavoro

di Marina Crisafi – Non si può licenziare un dipendente per essersi messo in tasca un paio di viti del valore di tre euro scarsi. La punizione è eccessiva, tanto che la società datrice dovrà reintegrare il soggetto e pagare più di 3.600 euro di spese processuali oltre ad una sanzione pari all'importo del contributo unificato già versato. Così ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 6764/2016, depositata il 12 aprile scorso, respingendo il ricorso della catena di supermercati Auchan che aveva licenziato il capo reparto di una sua filiale ritenuto colpevole di aver sottratto alcune rondelline metalliche del valore complessivo di 2 euro e 90 centesimi, riponendole nella tasca della giacca e non mostrandole al momento del pagamento alla cassa.

Già i giudici di primo e secondo grado avevano dato torto all'azienda francese, ritenendo illegittimo il licenziamento comminato e disponendo la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

Per le corti di merito, infatti, sulla base dell'istruttoria espletata, non era emersa alcuna prova della condotta dolosa addebitata al lavoratore che non si sapeva nemmeno se aveva messo in tasca gli oggetti per un gesto automatico mentre metteva a posto gli scaffali o per necessità personali.

Di conseguenza, tenuto conto del contesto di assoluta esclusione di pregressi precedenti disciplinari, avevano ritenuto non proporzionata la sanzione espulsiva.

Gli ermellini appoggiano in pieno tale tesi e dichiarano inammissibile il ricorso punendo "l'insistenza" della società con la condanna al pagamento delle spese di giustizia, oltre accessori di legge e ad un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

(16/04/2016 - Marina Crisafi)
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