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Il dramma silenzioso dei padri separati (e divorziati)

Ecco perché nella pratica il mantenimento dell'analogo tenore di vita antecedente alla cessazione del matrimonio crea i maggiori squilibri
padre figlio

di Roberto Cataldi 

Chi non ricorda “Kramer contro Kramer”, il noto film post-legge sul divorzio con Dustin Hoffman e Meryl Streep? Una grande pellicola americana che racconta della rinuncia di una madre divorziata all'affido dell'unico figlio a favore del padre, per il bene del bambino.

Ma un divorzio a Manhattan è molto diverso da quello di una coppia di un qualsiasi quartiere di una qualunque città d'Italia.

Nel Bel Paese, infatti, nonostante la legge sull'affido condiviso sia stata introdotta con l'obiettivo di garantire il diritto dei minori di mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, nella prassi è piuttosto difficile un rapporto sereno tra il padre e i propri figli.

Secondo i dati, più del 58% dei padri separati o divorziati denuncia un peggioramento nella qualità dei rapporti con i figli, in termini di frequenza di incontro, spazi di vita, tempo da dedicare alla relazione e possibilità di partecipare a momenti importanti (Dati Caritas – Rapporto 2014).

Un'anomalia confermata anche dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo che nel 2013 (cfr. Cedu, sez. II, 29.1.2013, Affaire Lombardo c/Italia) ha condannato l'Italia per non aver garantito il diritto alla bigenitorialità, tutelando il diritto inviolabile di un padre separato di esercitare il naturale rapporto familiare con la figlia (v. Corte di Strasburgo condanna l'Italia perché non garantisce i diritti dei padri separati).

Se si passa poi alle questioni economiche, il divorzio all’italiana, per citare un altro cult americano, somiglia infatti più alla "Guerra dei Roses": un vero e proprio regolamento di conti dove il fine ultimo è far crollare economicamente e psicologicamente uno dei due. E a subirne il peso maggiore, sempre più spesso, sono i padri a causa dell'inadeguata ripartizione del reddito della famiglia.

Di fronte ad una separazione o a un divorzio, obiettivo primario della legge è quello di tutelare il coniuge economicamente più debole riconoscendogli il diritto al mantenimento e garantendo in qualche modo la prosecuzione di quei doveri assistenziali e solidaristici che nascono dal matrimonio. Ciò che si vuole evitare è che la fine del rapporto coniugale possa avere riflessi importanti anche sulle condizioni patrimoniali.

Una ratio legis legittima e condivisibile se il fine è quello di eliminare, da ambo le parti, quegli squilibri reddituali che possono incidere sul tenore di vita a seguito della disgregazione del rapporto coniugale.

Nella pratica, tuttavia, è proprio il voler garantire l'analogo "tenore di vita" antecedente alla cessazione del matrimonio, a creare i maggiori squilibri.

Ferma restando infatti la situazione, a volte drammatica, in cui versano molte mogli separate o divorziate, costrette, nella veste di parti economicamente più deboli a ricorrere ad ogni strumento legale per riuscire ad ottenere il proprio diritto al mantenimento, è anche vero che l'applicazione aprioristica ed avulsa dal reale contesto familiare, del suddetto principio, conduce di fatto a peggiorare le divergenze economiche tra i due ex coniugi, dimenticando che analogo diritto spetta anche all'altra parte.

Ciò che intendo dire è che la ripartizione del reddito familiare dovrebbe avvenire piuttosto sulla base di un "principio di equità", in modo tale da consentire da un lato al coniuge che non abbia adeguati redditi propri quanto è necessario al proprio mantenimento, e a garantire, dall'altro lato, al coniuge obbligato la possibilità di provvedere in maniera adeguata al proprio mantenimento.

Di fatto, nella realtà di tutti i giorni, proprio in nome del mantenimento dell'analogo “tenore di vita” si assiste ad una disparità pressoché totale: con donne, di regola parti economicamente più deboli, portatrici esclusive di diritti consolidati e uomini, in genere parti più forti, portatori di soli doveri.

Un vero e proprio dramma silenzioso che, secondo le statistiche, fa dei padri separati e divorziati “i nuovi poveri” (oltre il 46% secondo il Rapporto Caritas 2014): un vero e proprio esercito di uomini, le cui fila si ingrossano di giorno in giorno, complice la crisi economica, che per sostenere il mantenimento dello stesso tenore di vita all'ex moglie (e ai figli) non possono più permettersi di pagare un affitto, sono costretti a vivere dentro un'automobile in un parcheggio, o, peggio, ridotti al ruolo di clochard, con il conseguente deterioramento anche dei rapporti con i figli.

Ciò rende evidente come la garanzia dello stesso tenore di vita avuto in costanza di matrimonio non può essere un principio assoluto e incontrovertibile: per rispondere ad una scelta comprensibile ed equa deve essere contestualizzata sulla base della situazione reddituale reale della famiglia, altrimenti rischia di essere causa proprio di quegli squilibri che la legge (e più in generale la giustizia) si pone l'obiettivo di evitare, ovvero un'applicazione fuori da ogni logica, anche matematica.

Se il giudice, preposto a decidere sul mantenimento, si ponesse il problema di garantire non solo al coniuge più debole, ma anche a quello obbligato lo stesso tenore di vita avuto in passato, si accorgerebbe subito che i conti non tornano, perché il reddito familiare complessivo deve essere destinato in parte a sostenere le nuove spese che la separazione impone.

Non si può, insomma, prescindere dalla considerazione che la separazione comporta sempre un aumento dei costi (doppio affitto o mutuo, doppie bollette, doppie automobili, ecc.) e se si pensa a quello che è oggi lo stipendio medio degli italiani e si aggiunge la rovinosa incidenza della crisi, si può capire come la situazione in molti casi diventi insostenibile per entrambi (il 66,1% dei separati, secondo il Rapporto Caritas 2014, non riesce a provvedere l'acquisto dei beni di prima necessità).

Ciò vale a maggior ragione per i padri, costretti in genere a lasciare la residenza familiare (affidata a moglie e figli) per trovare una nuova sistemazione e a ridursi sul lastrico per garantire all'altro coniuge un tenore di vita che la separazione stessa non consente più di avere.

In un sistema giuridico civile, una situazione del genere risulta inaccettabile. Ecco perché dovrebbe entrare in gioco il discorso "equità".

Il problema non dovrebbe essere quello di garantire all'uno o all'altro un determinato tenore di vita, ma garantire "il tenore di vita possibile", ossia quello che il reddito familiare può consentire dopo la rottura dell'unione familiare e l'inevitabile aumento dei costi che essa comporta.

In sostanza, se ci si separa, sia lui che lei dovranno tirare un pò la cinghia, accettando che il tenore di vita si ridurrà … per entrambi. 

Roberto Cataldi


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(23/10/2014 - Roberto Cataldi)
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