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Uscire dalla crisi in 5 mosse

Pare proprio che gli italiani siano rassegnati alla crisi che imperversa ormai da anni
mano di imprenditore che consegna assegno ad altra persona
di Roberto Cataldi

Pare proprio che gli italiani siano rassegnati alla crisi che imperversa ormai da anni; sembra siano rassegnati a convivere con una situazione che appare ormai irreversibile. Hanno imparato a sopravvivere in un Paese che offre poco rispetto ai fabbisogni individuali e hanno imparato come organizzarsi per riuscire a condurre una vita degna e realizzata. Eppure, adottando alcuni semplici escamotage, il Paese potrebbe uscire da tutto questo e la soluzione ai mali dell'Italia potrebbe non essere così difficile da raggiungere, anzi, potrebbe trovarsi proprio dietro l'angolo.
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Un primo grave problema da affrontare riguarda lo stipendio medio degli italiani che, nella maggior parte dei casi, non consente un tenore di vita decente. Questa situazione fa sì che molte persone abbiano serie difficoltà a gestire tutte le spese ed arrivare tranquillamente alla fine del mese. Sta di fatto però che ci sono Paesi in cui il reddito medio pro capite è molto più basso di quello italiano eppure, nonostante questo, non sembra che le famiglie debbano affrontare particolari problematiche per gestire le proprie spese.
Il problema principale, in Italia, è che i prezzi dei beni di prima necessità sono divenuti insostenibili e a ciò si è aggiunto il crollo del potere di acquisto degli stipendi. In molti Stati del mondo possedere la casa non è un problema, mentre in Italia le spese per l'abitazione vanno ad assorbire una quota rilevante delle risorse economiche di un nucleo familiare. Di conseguenza, si è venuta a creare una situazione di crisi dei consumi che ha messo in serie difficoltà le aziende, costringendole a licenziamenti di massa che hanno determinato un progressivo aumento della disoccupazione.
Ma quali potrebbero essere allora le priorità del governo per consentire all'Italia di uscire dalla crisi? Azzardiamo qualche ipotesi.
Anzitutto, si dovrebbe intervenire per restituire potere d'acquisto agli stipendi controllando che i beni di prima necessità non siano oggetto di speculazione. Mi riferisco in particolare ai costi elevatissimi per l'acquisto o l'affitto di una casa. Se è vero che va garantita la libertà di mercato, è anche vero che quello delle abitazioni è un mercato così delicato che lasciare operare la sola "mano invisibile" teorizzata da Adam Smith potrebbe portare a uno squilibrio inaccettabile. Si può parlare di vera libertà soltanto quando vi sono due soggetti allo stesso modo liberi di scegliere. Se decido di vendere un orologio, ad esempio, sono libero di determinare il prezzo che voglio, ma anche i potenziali acquirenti saranno liberi di decidere se acquistarlo no, ed è giusto in tal caso lasciare libero il mercato di regolamentare il prezzo. Quando però si tratta di definire i prezzi di alcuni beni il discorso cambia, perché la libertà di chi vende deve trovare un limite nel rispetto della libertà di chi gli sta di fronte. Chi si trova in una condizione di bisogno non ha grandi possibilità di scelta.
Nel nostro ordinamento giuridico esistono già norme dirette a tutelare chi si trova in una situazione di forte bisogno. Rispondono a questa logica le limitazioni alla libertà di determinazione del costo del denaro. Una banca, per esempio, non può applicare interessi oltre una determinata soglia, altrimenti commetterebbe un reato di usura. Altre norme consentono di ricorrere alla rescissione di un contratto quando una delle parti si sia approfittata oltre una determinata misura dello stato di bisogno altrui, ottenendo un vantaggio (art. 1448 cc).
Sarebbe stata una questione di coerenza estendere l'applicazione di questi principi di tutela delle parti più deboli anche in altri ambiti, soprattutto laddove è necessario contrastare possibili fenomeni di speculazione sui beni di prima necessità. Non si sarebbe trattato di una novità, dal momento che in passato erano state fissate per legge delle limitazioni ai canoni di locazione. Si trattava del cosiddetto "equo canone", con cui il legislatore fissava dei limiti per i canoni di locazione di immobili ad uso abitativo. Questi limiti erano ricavati sulla base del valore dello stesso immobile, calcolato tenendo conto, ad esempio, della tipologia di abitazione, della zona in cui sorgeva e dello stato di conservazione della costruzione. La funzione di questi limiti - introdotti nel 1978 e abrogati con la riforma delle locazioni abitative 20 anni dopo - garantiva che nessuna famiglia si potesse trovare in grave disagio nel dover far fronte ai costi per un bene irrinunciabile come la casa. Ma le riforme del settore immobiliare che si sono succedute nel corso del tempo, come sappiamo, hanno lasciato grande libertà al mercato, consentendo anche di investire al solo fine di speculare sull'incremento dei valori, trasformandosi di fatto quello immobiliare in uno dei più appetibili e scorretti mercati di investimento.
Un secondo possibile intervento legislativo che possa favorire l'uscita dalla crisi dell'Italia è rivolto agli investitori stranieri. Si potrebbero prevedere delle misure incentivanti per spingere le imprese straniere ad investire in Italia. Un esempio in questo senso potrebbe essere quello degli incentivi e degli sconti fiscali, da riservare alle imprese che investirebbero in Italia assumendo un determinato numero di dipendenti. Questa riduzione del carico fiscale potrebbe incoraggiare gli imprenditori esteri ad avviare un'attività nel nostro Paese. Del resto proviamo a calarci nei panni di un imprenditore: perché mai dovrebbe aprire un'azienda in Italia se è molto più facile ed economico farlo in altri posti? Ridurre la pressione fiscale alle imprese è cruciale per attrarre investimenti esteri. Basti pensare che attualmente la pressione fiscale sui redditi d'impresa in Italia è tra le più alte al mondo: supera infatti il 60%, mentre la media europea si assesta attorno al 40%.
Una rivisitazione profonda andrebbe compiuta anche sul piano della giustizia civile, poiché i tempi per ottenere una sentenza sono inaccettabili. Snellire un processo significa anche alleggerirlo da tante inutili complicazioni procedurali. A che serve, ad esempio, raccogliere il giuramento di un consulente tecnico nell'udienza? Non potrebbero i consulenti giurare una volta per tutte al momento dell'iscrizione all'albo? Un medico non presta di certo il giuramento di Ippocrate ogni volta che deve visitare un paziente. E si potrebbero evitare anche altre udienze, sempre inutili, come per esempio quella che riguarda la precisazione delle conclusioni, visto che nella maggior parte dei casi non è possibile alcuna modifica. Ancora, un'udienza specifica per ogni singola causa si rivela inutile e dispendiosa di tempo e denaro per le parti coinvolte e per la collettività. Eventualmente si potrebbe agire in questo senso solo quando sono le parti coinvolte nel processo a segnalare l'esigenza reale di dover intervenire, modificando davvero le conclusioni precedentemente rassegnate.
Infine, si potrebbe ottimizzare la pubblica amministrazione. Ci sono sicuramente tantissimi sprechi dovuti ad investimenti destinati alla realizzazione di lavori e opere decisamente inutili. È vero che come sistema-Paese non possiamo permetterci di creare ulteriore disoccupazione, che andrebbe a peggiorare una situazione già grave, ma dovremmo comunque studiare un sistema per razionalizzare e ottimizzare le risorse che abbiamo. Ad esempio trasferendo risorse umane ed economiche verso quei settori dove si registrano carenze di organico.
Con un migliore e più razionale sfruttamento del denaro pubblico e delle competenze individuali e introducendo precisi limiti all'azione degli speculatori si potrebbero compiere i primi passi verso un futuro migliore per il Paese. Un futuro caratterizzato da più lavoro, più produttività, più efficienza e maggiore competitività a livello internazionale.
Roberto Cataldi
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(31/12/3017 - Roberto Cataldi) Foto: 123rf.com
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