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Paolo BORSELLINO immortale - Perché la Procura di Palermo ha agito correttamente e nel rispetto della legge

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Caro Zibaldone, vent'anni sono volati. Fa lo stesso caldo asfissiante di allora. Era, però, una domenica, poco prima delle h.17. Nella valigetta da lavoro accanto all'agenda rossa scomparsa, divenuta simbolo della legalità, il costume da bagno ancora umido del mare di Villagrazia di Carini è il primo particolare che mi viene in mente di quella strage che pare ancora fumante d'odore acre e che ormai è chiaro non sia solo di mafia. Lo Stato può processare sé stesso? Con il G8 lo ha fatto. Lo Stato può scendere a patti con la Mafia? Con le Brigate Rosse, qualche anno prima, ostaggio Aldo Moro nella cosiddetta prigione del popolo, passò la vulgata della linea della fermezza, mentre l'art. 54 del Codice Penale avrebbe consentito in quell'ipotesi iniziative a salvaguardia della persona dello Statista.
Tuttora, proprio come accadde a Giovanni Falcone ed a Paolo Borsellino, osannati in morte, angariati in vita, valorosi Magistrati della Procura più insanguinata d'Italia, che, notoriamente, ispirano la loro condotta al rigoroso rispetto delle norme, si trovano in condizione di sovraesposizione ed a rischio di delegittimazione sol perché hanno applicato la procedura penale, materia bellissima ma assai delicata. La falange macedone di giuristi di chiara fama, politici e giornalisti (Eugenio Scalfari in avanscoperta) che si muove come un uomo solo contro la Procura di Palermo ha omesso di specificare un particolare che non può sfuggire all'umile avvocato: avessero distrutto le famigerate intercettazioni dirette ed indirette - il caso ha voluto captassero, pare in due occasioni, la voce del Presidente Napolitano - avrebbero commesso un illecito gravissimo e ne sarebbero già incolpati avanti alla Sezione Disciplinare del CSM. Chiunque bazzichi con assiduità i Palazzi di Giustizia e non si faccia fuorviare da interpretazioni disancorate dal dettato di legge sa che quel materiale serve alla difesa dell'intercettato Nicola Mancino, oggi privato cittadino e, quindi, assoggettabile ad indagine preliminare ed intercettabile direttamente come ogni comune mortale. Quelle conversazioni, nelle quali, in modo imprevedibile al momento in cui vennero autorizzate, figura anche la voce del Presidente della Repubblica (due casi, a quanto sembra) oltre a quella del consigliere giuridico Loris D'Ambrosio (queste ultime sono otto conversazioni: "intervento incongruo" lo ha definito il massimo processualista penale italiano, Prof. Franco Cordero e parla "d'improprio favore del Colle a Mancino" Barbara Spinelli, autorevole opinionista), potrebbero contenere elementi rilevanti e favorevoli a difesa dell'indagato per falsa testimonianza, vale a dire a sua discolpa.
Pertanto, solo il collegio di difesa di Mancino stesso, in contraddittorio con il Pubblico Ministero ed il Giudice, può stabilire se possano essere distrutte o debbano permanere agli atti, in un cd non formalmente sbobinato ma pur sempre ostensibile alle parti, come avvenuto in un precedente della Procura della Repubblica di Firenze (colloqui di Napolitano con Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile, intercettati nell'ambito dell'indagine sul G8 alla Maddalena ed allegati agli atti del processo che si è aperto a Perugia il 22 aprile 2012: fonte Repubblica, edizione cartacea in edicola il 17 luglio 2012, pag.2, autore Giuseppe Caporale; lo stesso, compianto Presidente Oscar Luigi Scalfaro non esercitò tali prerogative in occasione di intercettazione indiretta in cui era al telefono con un imprenditore coinvolto nel procedimento Sasea; le intercettazioni furono trascritte e messe agli atti dalla Procura di Milano nel 1997, eppure Scalfaro trasferì intatti i poteri presidenziali; infatti, la maggiore preoccupazione di Napolitano che traspare dal decreto da lui firmato è quella istituzionale) in cui il Quirinale non ha rivendicato quelle stesse prerogative istituzionali. L'ex Ministro degli Interni del Governo Berlusconi, Roberto Maroni, ha trovato "sorprendente l'iniziativa del Capo dello Stato, soprattutto perché può determinare una grave crisi istituzionale qualora la Consulta non accogliesse le tesi prospettate dal Quirinale" (fonte il Corriere della Sera in edicola il 19 luglio 2012). Maroni ha svolto per alcuni anni la professione forense; a tacer delle ragioni di ammissibilità e di fondatezza del rimedio di cui si occuperà l'Avvocatura dello Stato, Maroni si rende conto, evidentemente, ch'è tema di dibattito il normale confronto, in virtù di vitali garanzie di difesa per il sistema, che avviene quotidianamente tra le ragioni dell'accusa (che, per giunta, nel caso di specie concorda sul fatto che debbano essere distrutte, ma secondo le procedure stabilite per legge all'art. 268 c.p.p.) e quelle della difesa, con l'avallo finale del giudice.
Se occorrerà ai difensori, tali intercettazioni confluiranno nel fascicolo del dibattimento come prova a discarico; non si ravvisa nessun interesse che possa definirsi superiore al diritto di difesa dell'indagato-imputato. Tant'è che il Procuratore Nazionale Piero Grasso non ha avuto nulla da eccepire sulla condotta dei PM della Procura diretta dal dr. Francesco Messineo. Va ricordato che il coordinamento tra le Procure (Firenze, Caltanissetta e Palermo) è già assicurato dal protocollo che Grasso ha approvato il 28 aprile 2011, ratificato dal CSM il 27 luglio 2011. Tant'è che, interessato al riguardo, il dr. Grasso farà verbalizzare: "il PNA precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011 tali da poter fondare un intervento di avocazione ...". Aver sollevato avanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione senza precedenti (quello Ciampi-Castelli sul potere di grazia era di ben altra tipologia, pur circoscritta ad una singola questione; ora si dovrebbe vagliare, in ipotesi di giudizio di ammissibilità, l'estensione del potere d'indagine della magistratura) nei confronti della Procura di Palermo per intercettazioni indirette, effettuate per puro caso, svolte con procedure meccanizzate che non possono essere interrotte, desta perplessità tecnico-giuridiche; a tacer della singolarità di una Procura della Repubblica che dovrà munirsi di avvocato per difendersi avanti alla Corte Costituzionale, in effetti, il decreto presidenziale offre un'ermeneutica delle prerogative degli organi costituzionali che si colloca più nel perimetro concettuale dello Statuto Albertino: afferma Cordero "la storia aiuta a capire i termini delle questioni: i re erano condottieri, taumaturghi, custodi dell'ordine naturale, giudici par excellence". La democrazia moderna, in special modo nella ricorrenza del ventennale del 19 luglio 1992 e nel rispetto dello sforzo dei tanti Magistrati che sono a buon punto, nell'anticamera della verità, ha bisogno di trasparenza e di equilibrio tra i poteri dello Stato, non di zone franche e di prerogative o appannaggi. Dobbiamo tutelare i magistrati da vivi, alcuni dei quali, come Antonio Ingroia, ottimi allievi di Falcone e Borsellino, e non farne delle icone da morti, dopo averli isolati, sovraesposti e, nella sostanza, delegittimati con l'accusa di gravi e non condivisibili violazioni. Ricorda Antonio Ingroia (fonti: prefazione al libro "Oltre il muro dell'omertà", edito da Rizzoli BUR nel 2011, e "Due anni di stragi vent'anni di trattativa", editoriale "Il Fatto S.p.A." 2012), Procuratore Aggiunto di Palermo e braccio destro del compianto Magistrato sia a Palermo che a Marsala, "Dimenticata, soprattutto, la sua intransigenza morale, che viene perfino dissimulata, mistificata, diffondendo false santine per far dimenticare la forza delle sue denunce pubbliche, come quella dell'estate del 1988 sullo smantellamento del pool antimafia e del suo metodo, che gli fece rischiare il procedimento disciplinare, e come il suo aspro j'accuse del 25 giugno 1992 alla biblioteca comunale ...è stato e rimane, indiscutibilmente, un esempio. Aveva grande energia, che impiegava sempre e senza riserve. Aveva fede, in Dio e nell'uomo. Era cosciente dei limiti della propria opera, ma al contempo era fiducioso nelle capacità di riscatto, anche nelle condizioni peggiori". E' con questa fiducia nel domani che si celebra oggi a Palermo un anomalo anniversario, carico, però, di speranza nella possibilità di sapere la verità sulla trattativa Stato-Mafia (consacrata nero su bianco nella sentenza della Corte di Assise di Firenze che condanna all'ergastolo il boss Francesco Tagliavia per il delitto di strage per Via dei Georgofili del 27 maggio 1993, nonché per Via Fauro a Roma del 14 maggio 1993 e Via Palestro a Milano del 27 luglio 1993) fu, verosimilmente, all'origine dell'eccidio di Via D'Amelio. Ed ora mi torna in mente una foto tratta dall'album di famiglia di Paolo con i figli Lucia e Manfredi, il bambino che si tiene pensieroso il mento, nel magnifico scenario del Parco Nazionale d'Abruzzo, ...contaminato dalla sigaretta eternamente in bocca o in mano di un Uomo semplice ma immortale.
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(19/07/2012 - Avv. Paolo M. Storani)
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Avv. Paolo M. Storani
Civilista e penalista, dedito in particolare
alla materia della responsabilità civile
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