La Suprema Corte (13217/2021) in un'ordinanza a tesi antiPAS insegna involontariamente come segnalare manipolazioni della volontà dei figli senza passare per sostenitori di "teorie ascientifiche"
genitori e figli in conflitto per alienazione parentale

Premessa

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Il senso dell'ordinanza 13217/2021 della Suprema Corte (SC nel seguito) per essere ben compreso richiede di essere inserito all'interno di un contesto culturale particolare, nel quale si mescolano al diritto altre questioni, del tutto eterogenee. Si tratta, in sostanza, dello scontro tra difformi correnti di pensiero che vanno ben oltre l'alienazione genitoriale (il tema apparente) e che investono rivendicazioni che potrebbero (e dovrebbero) seguire altre strade.

Che il genere femminile sia tuttora penalizzato in vari ambiti della vita sociale è fuori discussione. Chi scrive può testimoniarlo, ad es., nel momento in cui nell'Università si assegnano borse di studio (non occorre spiegare come e perché). Tuttavia, per quanto riguarda la famiglia in crisi e le sue relazioni interne il discorso è ben più complesso e meno facilmente decifrabile. Una tesi proprio in questi giorni attualissima è quella che collega l'affidamento condiviso ai femminicidi o, comunque, alla violenza in famiglia. In estrema sintesi, l'affidamento condiviso prevede un rapporto stretto tra i genitori per cui, se uno di questi (il padre) agisce con violenza l'altro è maggiormente esposto al rischio di subirla.

La "PAS" ("Sindrome di alienazione genitoriale") sarebbe un espediente per incastrare le madri in quei rapporti altamente pericolosi ogni volta che tentano, denunciandoli, di proteggere se stesse e i figli. Non solo, infatti, le loro segnalazioni non verrebbero credute, ma la persona che denuncia verrebbe emarginata e i figli consegnati al carnefice. Quindi, lotta a oltranza contro l'affidamento condiviso, la legge 54/2006 che l'ha istituito e i suoi principali contenuti (si pensi alle veementi dichiarazioni di soggetti che siedono in Parlamento: "Maledetta bigenitorialità! Maledetto affidamento condiviso! La legge va abrogata!"). Di qui il recente parere della Commissione Affari Costituzionali e il correlato sub-emendamento Valente et al. in Commissione Giustizia sul ddl 1662/2021 (leggi L'affido condiviso deve morire: a costo di violare la Costituzione).

Di qui il clamore entusiastico che accompagna ogni pronuncia della Cassazione che anche vagamente emargini o precluda il rimando alla cosiddetta "PAS".

Resta il fatto che questa lettura non è l'unica possibile, avendo campo sulla medesima problematica anche punti di vista del tutto differenti. L'affidamento condiviso esclude ogni forma di inidoneità (art. 337 quater c.c.), violenza in primis, quindi se viene concesso quando ne mancano i requisiti si tratta di un errore giudiziario, non di una legge sbagliata. D'altra parte quando gli scontri sono solo temuti perché la conflittualità è elevata, adottare soluzioni discriminatorie è la via giusta per placare gli animi, o è benzina sul fuoco? E la violenza è solo fisica? Le manovre - se accertate - per discreditare falsamente un genitore non sono una forma di violenza, psicologica, gravissima? Dunque chi è davvero contro i maltrattamenti dovrebbe essere contento che si sanzionino le manipolazioni dei figli (visto oltre tutto che nel 15% circa dei casi ne soffrono le madri: tra gli esiti, in preview, di una indagine del Dip. di Diritto Privato dell'Università Statale di Milano). A parte il fatto che quella dottrina interviene in più, in aggiunta ai comportamenti (se dimostrati), allo scopo di spiegarli. Ma il diritto non ne ha alcun bisogno: ha già quanto basta per intervenire (se del caso).

Tutto ciò premesso, vediamo dunque con quali considerazioni la SC ha censurato il provvedimento della CA di Venezia e quali risultati ha raggiunto.

I torti della Corte di Appello

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In concreto, il motivo sostanziale della bocciatura è da cercare nell'avere la CA di Venezia fondato la propria decisione sugli esiti di una CTU la quale, a sua volta, inseriva la vicenda all'interno di discusse psicopatologie: "il riferimento alla condotta tesa ad estraniare la figlia dal padre - sostanzialmente ricondotta alla cd. PAS, ovvero alla cd. "sindrome della madre malevola" - e la evidenziata conflittualità con l'ex-partner, non appaiono costituire fatti pregiudizievoli per la minore alla stregua della descrizione delle vicende occorse, tenuto comunque conto del controverso fondamento scientifico della sindrome PAS, cui le c.t.u. hanno fatto riferimento senza alcuna riflessione sulle critiche emerse nella comunità scientifica circa l'effettiva sussumibilità della predetta sindrome nell'ambito delle patologie cliniche". Ora, la SC è stata attenta ad evitare di pronunciarsi esplicitamente in merito alla (in)validità scientifica della suddetta teoria, dichiarandosi non competente. Traspare, tuttavia, da tutto l'insieme che sia stato proprio il riferimento (benché non esplicito) alla PAS a determinare l'accoglimento del reclamo. Anche perché gli altri capi di accusa non reggono, come verrà visto analiticamente nei paragrafi a seguire.

Anzitutto, per quanto attiene ai fatti in sé, dichiara di volersi astenere dal valutarne il peso, quale Corte di legittimità: "La questione dell'affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità (Cass., n. 28244/19)". Dunque, in forza della sua stessa tesi, vi sarebbe stata da parte della CA una carenza di motivazione delle proprie scelte. E come esprime il proprio dissenso? Perché "i fatti ascritti dalla Corte territoriale alla ricorrente non presentano la gravità legittimante la pronuncia impugnata, in mancanza di accertate, irrecuperabili carenze d'espressione delle capacità genitoriali, considerando altresì il profilo, palesemente trascurato dalla stessa Corte di merito, afferente alle conseguenze sulla minore del c.d. "super-affido" della minore al padre in ordine alla conseguente rilevante attenuazione dei rapporti con la madre in un periodo così delicato per lo sviluppo fisio-psichico della bambina.". Tanto più che la stessa consulente avrebbe in concreto assolto la madre, condannata "pur in mancanza di condotte di oggettiva trascuratezza o incuria verso quest'ultima, anche minime, o anche di mancata comprensione del difficile ruolo della madre. Al contrario, proprio il riferimento della Corte veneziana al buon rapporto di accudimento [ma la CTU ha scritto "sufficiente", n.d.r]. della minore da parte della ricorrente dimostra plasticamente il travisamento in cui lo stesso giudice d'appello è incorso nel ritenere che la B. fosse stata protagonista di un comportamento concretizzante l'invocata cd. PAS (dall'inglese: Parental Alienation Syndrome) desunto dalle predette condotte, attraverso, come esposto, un implausibile sillogismo la cui premessa principale è costituita da un ingiustificato severo stigma di comportamenti della madre fondato su un mero postulato."

In più, la CA aveva previsto futuri danni per la bimba, tuttavia "omettendo di esplicitare quali siano stati gli specifici pregiudizi per lo sviluppo psico-fisico della minore, considerando altresì il profilo, palesemente trascurato dalla stessa Corte di merito, afferente alle conseguenze sulla minore del c.d. "super-affido" della minore al padre in ordine alla conseguente rilevante attenuazione dei rapporti con la madre in un periodo così delicato per lo sviluppo fisio-psichico della bambina".

E a queste censure si somma non avere esteso la previsione alla possibilità che la madre si ravvedesse e cambiasse atteggiamento, recuperando le proprie capacità genitoriali. Ovvero, una irrecuperabilità legata, per così dire, alla personalità di per sé della donna e non ai suoi comportamenti. Di qui, avere declinato una teoria nazista: la tatertyp, che condanna un soggetto per ciò che è e non per ciò che ha fatto.

Ineccepibile. Si direbbe.

Se il resoconto fosse esatto e completo. Ma, andiamo per ordine.

Quesito del giudice, lavoro del consulente e PAS

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Partiamo dagli inizi. La CA di Venezia si è accontentata di una sola CTU? Poteva farlo, ma lo ha evitato, l'ha fatta ripetere. Ha rinnovato l'incarico alla precedente? No. L'ha scelta nell'ambito giudiziario precedente? No, si è passati dal Foro di Treviso a quello di Venezia. Si sostiene che la PAS è dottrina inventata per favorire "la potente lobby dei padri separati" (che dopo 15 anni ancora non riescono a ottenere decisioni giudiziali con affidamenti condivisi equilibrati). Tuttavia in entrambi i casi sono state nominate consulenti di genere femminile e la prima ha più volte sostenuto la presenza di alienazione a tutela di madri. Ci sono state difformità di giudizio tra le due CTU? Assolutamente no. Si rammenti che per la scienza un risultato è attendibile quando si riproduce in circostanze indipendenti…. Ma veniamo al quesito (il secondo si limita ad aggiornare il primo):

I - "Esaminati gli atti di causa e le risultanze acquisite, previo accertamento sulla capacità genitoriale di entrambe le parti, accerti il CTU il miglior regime di affidamento per la minore, individuando un programma di visita e permanenza della stessa con il genitore non collocatario/non affidatario, sperimentando, ai fini valutativi, turni di responsabilità in itinere."

II ".....aggiornamento della CTU, per monitorare l'evoluzione della situazione e individuare turni di responsabilità più confacenti alla mutata condizione delle parti".

Dunque alle consulenti viene chiesto di valutare la capacità genitoriali di padre e di madre. Sul padre si esprimono positivamente senza riserve. Per quanto riguarda la madre, occorre tenere presente che uno degli elementi principali per una valutazione positiva è il rispetto della figura e del ruolo dell'altro genitore, secondo giurisprudenza costante anche di legittimità: "Non può esservi dubbio che tra i requisiti di idoneità genitoriale, ai fini dell'affidamento o anche del collocamento di un figlio minore presso uno dei genitori, rilevi la capacità di questi di riconoscere le esigenze affettive del figlio, che si individuano anche nella capacità di preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare" (Cass. 6919/2016).

Al punto che in altri ordinamenti si privilegia ai fini della frequentazione direttamente e principalmente quel genitore che sotto questo profilo appare il più idoneo. Ora, nel caso di specie sono stati riscontrati non solo atteggiamenti e dichiarazioni verbali di segno esattamente opposto, ma anche concrete scelte, tangibili comportamenti, che già di per sé depongono negativamente sulle capacità genitoriali ed espongono la bimba a rischi concreti. Inoltre, a dispetto della strategia di allontanamento in atto, da parte della bimba non c'era ancora un rifiuto; per fortuna. Pertanto si è ritenuto (CTU e CA) che togliere tempestivamente potere decisionale e di gestione alla madre potesse risultare decisivo, sul piano del beneficio, ovvero della tutela di uno dei migliori interessi della figlia. Anche a prescindere dalla psicodiagnostica. La "alienazione" come dato clinico è in più. Se un genitore addestra il figlio al borseggio sugli autobus non c'è alcun bisogno di invocare psicopatologie e DSM, ovvero la medicina ufficiale, per giudicarlo inidoneo. L'ambito è diverso: è quello giuridico. Forse, se una critica può essere rivolta alla consulenza e alla sua valutazione è proprio quella di non avere tenuto i due ambiti sufficientemente distinti. Ma, ma ben poteva farlo la SC, sulla base dei fatti, riferiti e non contestati. Se a sostegno di una tesi si portano due motivi, convergenti ma indipendenti, anche se non se ne vuole accettare uno resta l'altro: e la tesi è dimostrata lo stesso.

Infedeltà della SC nel resoconto dei fatti, valutati nel merito

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La decisione della SC somiglia, invece, allo svolgimento di un compito a tesi. Devo (voglio, è uguale) arrivare a una determinata conclusione (per motivi ideologici, culturali, di appartenenza, di difesa del pregresso… poco importa): piego la vicenda allo scopo, omettendo, limando, attenuando, o viceversa amplificando i fatti in modo da renderli funzionali alle cercate conclusioni.

Esattamente quanto qui avviene. Anzitutto è totalmente infedele la ricostruzione delle motivazioni della CA: ": "la Corte territoriale, in sostanza, ha disposto il "super-affido" della minore a favore del padre esclusivamente sul rilievo che la condotta della xx, in quanto conflittuale con i c.t.u. e con l'ex-partner, sarebbe stata finalizzata all'estraniazione della minore dal padre, ovvero ad allontanarla da quest'ultimo." Ovvero, per poter censurare la PAS stravolge il senso della decisione della CA, che invece ha scritto "Nelle c.t.u., che in questa sede si richiamano, in più punti si dà conto delle gravi carenze genitoriali della xx e di come la stessa miri ad estraniare il padre da ogni scelta riguardo la minore, con grave pregiudizio per quest'ultima". Un approccio inveritiero che la SC poi utilizza anche per muovere l'accusa di tatertyp (v. oltre).

Inoltre, nella propria analisi la SC entra abbondantemente nel merito, dopo avere esplicitamente (ma correttamente) escluso di poterlo fare in sede di legittimità. Ad es.: "Dagli atti emerge, invece, che le asprezze caratteriali della ricorrente sono state valutate in senso fortemente stigmatizzante, come espressione di un'ineluttabile ed irrecuperabile incapacità di esprimere le capacità genitoriali nei confronti della figlia, pur in mancanza di condotte di oggettiva trascuratezza o incuria verso quest'ultima, anche minime, o anche di mancata comprensione del difficile ruolo della madre.".

Ancor peggio, interviene nella narrazione dei fatti riportandoli in modo parzialmente, ma significativamente, distorto. Vediamone qualche esempio.

Inizialmente la SC si limita (correttamente) ad attribuire alla CTU (seconda) riconoscimenti sul piano del mero provvedere ai bisogni essenziali. Però poi, con ardita estrapolazione, passa da lì alle capacità genitoriali: che invece vengono contestate. Attenzione. Una corte abituata a distinguere il mantenimento dagli alimenti non può non cogliere la differenza che c'è tra proteggere un bambino dalla fame e dal freddo e assicurargli una crescita armoniosa nel rispetto dei suoi diritti e di suoi primari interessi. Tutto ciò che è risultato in CTU è semplicemente che "all'apparenza l'accudimento appare sufficiente". Il che già non autorizza a passare "sufficiente" in "buono" (chiedere la differenza ai maestri elementari…). Ma poi c'è di rilevante la differenza tra un "accudimento" (che può svolgere anche una baby-sitter incaricata all'occorrenza), per giunta giudicato all'apparenza, e la "funzione educante" delegata a chi ha i figli in affidamento. Ovvero: si riconosce che la bimba non è apparsa agli incontri denutrita o malvestita. Di più non è stato detto.

Se invece si passa alla sua vera e propria gestione risulta che: sono state fatte "carte false" sul suo stato di salute, o meglio richiesti falsi attestati medici a pediatri che hanno dovuto pertanto abbandonare il caso; sono state fatte fare alla bimba "frequentissime" (non "frequenti" come attenua la SC) assenze da scuola. Il tutto al dichiarato scopo di tenerla lontana dal padre. In più, grave omissione: non solo non ha una sua stanza, ma neppure un suo letto e per giunta la madre quando ha voglia di star fuori la notte la manda a dormire di qua e di là, presso soggetti inadeguati, anziché, ad es., farla pernottare dal padre. Beh, effettivamente non è stata trovata chiusa in uno scantinato buio, legata ai ferri di un giaciglio… se è questo che la SC vuole sostenere quando afferma che i comportamenti materni "non appaiono sufficientemente gravi". Anzi, che ad essa non si possono muovere appunti per trascuratezze "anche minime": si tratta solo di "asprezze caratteriali".

E resta, comunque, la criticità più grave: che tipo di giudizio è questo, se non di merito? Ma non si era predicato che le valutazioni del merito sono insindacabili? Forse la SC ha una bilancia per pesare la gravità dei fatti più precisa di quella della CA?

La mancata esplicitazione dei danni in essere e/o futuri

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Si legge: "La Corte territoriale ha fatto riferimento a "gravi ripercussioni ed effetti sulla minore", a "condotte scellerate" della madre senza però indicarle e specificarle, nonché ad un comportamento "improntato a gravi carenze nella genitorialità con volontà tesa ad estraniare la minore dal padre a fronte di una situazione in cui si denota la buona volontà genitoriale del yy", omettendo di esplicitare quali siano stati gli specifici pregiudizi per lo sviluppo psico-fisico della minore, peraltro non considerando le possibili conseguenze di una brusca sottrazione della minore alla madre."

Una volta elencati i danni diretti e immediati (il coinvolgimento della bimba in iniziative truffaldine come i falsi certificati medici, ovviamente richiesti agli stessi suoi pediatri, che quindi se li è visti bruscamente sparire; la privazione della regolarità e continuità dell'istruzione; la mancanza di un proprio spazio e perfino del letto, con conseguente sballottamento da una casa all'altra di soggetti anche estranei al contesto familiare); una volta delineate le possibili ricadute future per la privazione della figura paterna nei termini che consente una scienza che non è divinatoria ("I danni riguardano sicuramente gli aspetti relazionali ma anche il mondo psichico interiore della minore stessa, che è fortemente segnata da scellerati comportamenti della madre e della nonna materna"), cosa avrebbe dovuto aggiungere la CA per giustificare il provvedimento? E' come se, segnalata la dipendenza dall'alcool di un soggetto che non esita a guidare in stato di ubriachezza si dovesse anche specificare cosa gli accadrà: se travolgerà passanti sul marciapiede o finirà da solo contro un platano. Ovviamente ci sta tutto: perfino che per effetto di una fortuna sfacciata nulla di spiacevole gli succeda. Ma la tutela nei confronti dei minori ha tanto più senso quanto più agisce preventivamente.

Quanto, infine, alle non valutate conseguenze del brusco allontanamento dalla madre, la censura appare decisamente fuori luogo. La madre vive in provincia di Treviso, il padre a Venezia. La CA il 18 novembre 2019 ha stabilito un affidamento super-esclusivo al padre solo rafforzando un precedente provvedimento del tribunale di Treviso che in concreto aveva già affidato esclusivamente al padre la bimba, anche stabilendo l'iscrizione della minore a una scuola primaria in Venezia e vietando qualsiasi contatto con la nonna materna. In questa situazione la SC in data 17 maggio 2021 rimprovera alla CA di non essersi preoccupata di un distanziamento dalla madre già disposto da anni e suggerisce implicitamente un rientro presso di lei (da attuare con decisione della CA di Brescia, dopo altri mesi), ossia una seconda ripartenza, per evitare alla bambina di essere sballottata qua e là. Condivisibile?

La necessaria concessione di possibilità di recupero

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Ancora una volta la SC sembra mostrare una certa distrazione - o superficialità - nella sua analisi. Non è esatto che CTU e CA non si sono poste il problema, Anzi, esiste una serie di passaggi che mostrano l'impegno nel cercare una "conversione", un ravvedimento materno, purtroppo andati a vuoto. Si rilegga: "Si evidenzia la rappresentazione di versioni non "veritiere" portate dalla stessa periziata; si evidenzia la resistenza delle proprie convinzioni e soprattutto il fatto che nessuno, nemmeno la Giustizia, potrà modificarle; si evidenzia una dinamica disfunzionale, in cui in particolare la xx mostra una escalation relazionale che crea un clima di elevata tensione, anche in presenza della minore". E ancora la CA riporta la testimonianza della CTU: "La madre, che ho tentato di coinvolgere nel migliorare le proprie capacità genitoriali, si è resa fortemente responsabile di una totale mancanza riflessiva su di sé e sulla minore con conseguente grossa carenza nel proprio ruolo".

Ma forse ancora più convincente è la cronaca fedele dei comportamenti materni alla presenza della CTU, che si affannava a invitarla a desistere, per solidi motivi: "I contatti madre-figlia non possono essere liberi perché anche all'incontro tenuto con me il giorno 15 maggio u.s., la madre in macchina e per strada ha continuato a esporre la minore a denigrazioni sul padre, sulla giustizia e sullo stato italiano e, malgrado avvertita da me dell'inadeguatezza del comportamento davanti a Sara, ha perseverato con animata avversione e grande disinteresse sui danni procurati alla figlia".

In aggiunta, avrebbe probabilmente dovuto suonare a questo punto un campanello di allarme presso la SC, che la inducesse a riflettere sul contesto culturale da cui parte e in cui si muove la madre. Perché tirare in ballo "lo stato italiano"? Perché ha tanto rilievo in tutta la vicenda la figura della nonna? La SC ha presso di sé il fascicolo del caso, comprensivo dei dati anagrafici delle parti. E' vero che ciò comporta entrare nel merito, ma visto che lo fa sistematicamente e non concede alcun credito alla CA nelle sue conclusioni, meglio una osservazione accurata. Questa l'avrebbe condotta a notare che la legge del paese di provenienza materna prevede che i figli piccoli siano affidati esclusivamente alle madri e che se sono femmine (come nel caso di specie) restino permanentemente presso di lei, mentre ai maschi è concesso di chiedere, una volta adolescenti, di spostarsi presso il padre. Per escludere una madre dall'affidamento occorre dimostrare che abbia tenuto una cattiva condotta nel matrimonio, che abbia malattie infettive o insanità mentale. Le famiglie di origine sono depositarie di queste consuetudini (anche giurisprudenziali) ed hanno notevoli poteri di intervento e condizionamento (il ruolo della nonna).

Dunque nel caso si è verificata una perfetta saldatura tra comportamenti e radicate convinzioni alla loro base. La "messa alla prova" della madre avrebbe inutilmente mantenuto la bimba in condizioni di rischio, di esposizione al danno. Ma, i migliori interessi dei figli minorenni devono o no considerarsi prevalenti? Certo, la SC sostiene che si doveva fare una valutazione comparativa tra il danno da privazione paterna e quello da sradicamento dal precedente legame con la madre ... Ancora una volta, è evidente che la CA lo ha fatto e se non ha sviluppato l'argomento è solo anzitutto perché la rottura era già consumata (al I grado, v. sopra) e comunque la conclusione sarebbe stata del tutto opinabile e quindi le sue considerazioni del tutto gratuite. Ancora una volta giova rammentare che non esiste neppure una bilancia per pesare gli eventi futuri.

L'applicabilità del concetto di "tatertyp"

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Afferma la SC: "La pronuncia impugnata appare, dunque, essere espressione di una inammissibile valutazione di tatertyp, ovvero configurando, a carico della ricorrente, nei rapporti con la figlia minore, una sorta di "colpa d'autore" connessa alla postulata sindrome". Sul punto toni e contenuti assumono tinte drammatiche, e quindi davvero spiacevoli. Evocare dottrine naziste è già di per sé tragicamente impegnativo e quindi richiederebbe estrema cautela, anche quando ce ne fossero concreti fondamenti. In questo caso, invece, si naviga nell'oceano dell'opinabile. Anzitutto nella prima perizia la "PAS" non è neppure nominata esplicitamente, ma si parla solo di "alienazione". La seconda, effettivamente cita, sotto ipotesi, la Sindrome della madre malevola", ma solo al termine di una documentata esposizione di circostanze, di comportamenti. L'esatto opposto della invocata tatertyp. Il suggerimento di un affidamento super-esclusivo segue la narrazione di fatti concludenti e la supposizione della presenza di una sindrome è solo una spiegazione (oltre tutto non necessaria in ambito giuridico) che la consulente avanza sulla base della sua particolare formazione professionale, ma che non cambia una virgola sul tipo di intervento che si chiede alla corte. La SC con tutta evidenza inverte le premesse con le conclusioni.

I precedenti di legittimità e il loro impiego nella fattispecie

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Evidenziato che l'interesse della SC è tutto sulla "Alienazione genitoriale" e sulla possibilità di limitarne il più possibile il riconoscimento (e la relativa censura del genitore alienante), non si poteva far mancare alla tesi il conforto di precedenti di legittimità ("delineati i principi affermati da questa Corte in fattispecie analoghe". Ritiene, dunque, SC di potersi appoggiare a Cass. 7041/13, da cui estrae "… il giudice di merito, nell'aderire alle conclusioni dell'accertamento peritale… è tenuto … a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare." Un riferimento che suscita non poche perplessità, se non altro perché sposa in pieno la legittimità di mescolare la scienza medica al diritto, mentre sarebbe ben più logico e affidabile (in fattispecie come quella in oggetto, ma è lì che si vuole arrivare) di fronte a comportamenti innaturali come il rifiuto di un genitore limitarsi in sede di giudizio a verificare se la causa è un maltrattamento del bambino (diretto o assistito) oppure la gratuita denigrazione del soggetto rifiutato. E punire adeguatamente il responsabile. In un senso o nell'altro. La scienza medica può essere lasciata ai suoi dibattiti accademici.

Sorprende, inoltre, che non venga citata Cass. 5847/2013, che precede di soli 12 giorni la 7041 e che proviene dalla medesima sezione della SC. In quel caso, nessuna difficoltà a confermare la decisione del giudice di merito assunta sulla base di una diagnosi di PAS formulata dalla ASL, senza verifiche scientifiche di sorta. Caso carta carbone, valutazione opposta. Una sola differenza: in quel caso si tratta di una madre alienata da un padre, all'opposto della 7041. Rileva? Evitiamo di far sobbalzare i costituzionalisti.

La SC rammenta, invece, Cass. 6919/2016, anche se non in tutti i suoi passaggi più significativi (e soprattutto senza trarne le logiche conseguenze: v. sotto). Ad es., sarebbe stato utile rammentare che ivi si sostiene la valenza fondamentale della bigenitorialità invocando la condanna subita dall'Italia nel caso Lombardo:

"L'importanza di tale diritto è testimoniata dalla sentenza della Cedu 9 gennaio 2013, n. 25704, L. c. Rep. Italiana, che ha affermato la violazione dell'art. 8 della convenzione da parte dello Stato italiano, in un caso in cui le autorità giudiziarie, a fronte degli ostacoli opposti dalla madre affidataria, ma anche dalla stessa figlia minorenne, a che il padre esercitasse effettivamente e con continuità il diritto di visita, non si erano impegnate a mettere in atto tutte le misure necessarie a mantenere il legame familiare tra padre e figlia minore, attraverso un concreto ed effettivo esercizio del diritto di visita nel contesto di una separazione legale tra i genitori. In particolare, quelle autorità si erano limitate reiteratamente e con formule stereotipate a confermare i propri provvedimenti". Peccato.

La "ricetta" per evitare contestazioni

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In mezzo a tante criticità, tuttavia, emerge qualcosa di sicuramente valido e condivisibile anche se estraneo alla generale filosofia del provvedimento .

Riporta scrupolosamente la SC le conclusioni del precedente di legittimità Cass. 6919/16, non traendone tuttavia le logiche conseguenze. Vi si legge, infatti: "Va osservato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro genitore,

affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità del fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova,

tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena".

Una dichiarazione che corrisponde perfettamente ai contenuti del Documento psicoforense sugli ostacoli al diritto alla bigenitorialità (in Minori Giustizia, (3) 2013, p. 227).

Una dichiarazione, oltre tutto, che assolve perfettamente la CA e i suoi consulenti, che ad essa si sono, forse inconsapevolmente, attenuti.

Chi ben sa quanto siano frequenti i tentativi di condizionamento dei figli per eliminare la presenza dell'altro genitore può dunque ringraziare l'estensore della precedente ordinanza e la SC che l'ha richiamata. Il consulente, anche se di formazione psicologica, farà bene ad evitare di inserire le constatate manipolazioni all'interno di una diagnosi clinica (tanto meno con riferimento alle nominate patologie), limitandosi a trarre direttamente dai fatti conclusioni relative alla maggiore o minore idoneità a svolgere le funzioni genitoriali. D'ora in avanti basterà seguire fedelmente la ricetta suggerita dagli Ermellini per evitare qualsiasi rischio di censura.

Nel clamore dei recenti collegamenti (Pindaro era un dilettante) tra affidamento condiviso, bigenitorialità, violenza in famiglia e femminicidi l'ammaestramento della Corte di cassazione appare davvero prezioso.

Conclusioni

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Si deve riconoscere all'intervento della SC qui trattato una fortissima valenza didascalica, proprio per le numerose e varie criticità che esibisce. Anzitutto quel continuo viaggiare borderline, al confine tra forma e sostanza, tra merito e legittimità, tra pratica e teoria, tra fatti accertati e convinzioni personali. Un lusso, si direbbe, che solo l'ultimo grado di giudizio può permettersi, non correndo rischi di inammissibilità.

Entrando più strettamente nella questione in oggetto, è evidente la pretestuosità della questione del nome dato al fenomeno. Negare che la "Pas" sia un "disturbo" e come tale da consegnare alla scienza medica certamente è legittimo e condivisibile: ma in sede giudiziaria non rileva. Anzi. Spazza via l'obiezione che se non compare nei DSM "non esiste". Non interessa la scienza medica, ma esiste per il diritto. Perché si tratta di comportamenti di rilevanza giuridica: anzi, penale. La circonvenzione di incapace non è malattia, ma è sanzionata penalmente. Si osserva che "astutamente" molti consulenti "si sono limitati" a dare un nome diverso allo stesso fenomeno: "alienazione genitoriale" anziché Pas. Certo; ma dov'è l'astuzia? O si nega il fenomeno (impresa durissima, viste le evidenze) o se ne tiene conto, sanzionandolo. Che si chiami manipolazione, condizionamento, o in qualsiasi altro modo.

Resta il fatto che il vero bersaglio delle numerose anche attuali iniziative tecnico-politiche non è affatto la "Pas", ma l'affidamento condiviso e la bigenitorialità che ne sta alla base. Ma solo se la monogenitorialità va a vantaggio dei negazionisti. Non per nulla, proprio nel caso trattato, si è contestata la Pas e chiesto l'affidamento condiviso.

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