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Immigrati: chiudere le porte metterebbe a rischio le pensioni

La fotografia scattata dal presidente dell'Inps Tito Boeri. Senza immigrati 38 miliardi in meno nei prossimi 20 anni
controlli su soggetti immigrati

di Gabriella Lax - Chiudere le porte agli immigrati costerebbe alle casse dell'Inps 38 miliardi per i prossimi 22 anni. Questa la fotografia degli scenari futuri scattata dal presidente dell'istituto di previdenza Tito Boeri, come emerge da una simulazione mostrata durante la presentazione della "Relazione Annuale" a Montecitorio.

Meno immigrati più costi per l'Inps

Come riporta il Fatto Quotidiano, secondo Boeri, con la chiusura delle frontiere agli immigrati fino al 2040 sarebbero 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate agli immigrati che costituirebbero un saldo netto negativo di 38 miliardi, dunque «una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo».

Tre anni prima della crisi «circa 150mila lavoratori immigrati cominciavano a versare contributi ogni anno – afferma Boeri - e il 5% dello stock di lavoratori immigrati (circa 100mila persone) uscivano dal nostro mercato del lavoro. Nella simulazione la popolazione dei contribuenti immigrati si riduce mediamente ogni anno di circa 80mila persone nei prossimi 22 anni». Abbiamo ipotizzato - prosegue il numero uno dell'istituto «una retribuzione annua di ingresso di 2.700 euro, molto inferiore a quella dei lavoratori italiani (gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere), poi crescente fino a un massimo di 9.500 euro al termine della carriera. Abbiamo guardato tanto al gettito contributivo che alle spese associate a prestazioni destinate agli immigrati (pensioni, prestazioni a sostegno del reddito, assegni al nucleo famigliare, invalidità civile)».

Rapporto Inps: donne e genitorialità

Il rapporto sottolinea ancora come sono 5,8 milioni i pensionati italiani che nel 2016 potevano contare su un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, il 37,5% del totale (15,5 milioni i pensionati), con un calo del 38% rispetto al 2015. Per le donne la percentuale di chi riceve meno di 1000 euro al mese sul totale delle pensionate è del 46,8% (3,8 milioni di persone) mentre per gli uomini è del 27,1%. Il presidente mette in guardia sul calo del reddito potenziale delle donne lavoratrici (-35% nei primi due anni dopo la nascita del figlio), soprattutto fra le donne con un contratto a tempo determinato, perché provoca lunghi periodi di non-occupazione. Dunque la crisi, spiega ancora Boeri, «ha fortemente ridotto le nascite (-20% nel Nord del paese)». I costi della genitorialità «potrebbero essere fortemente contenuti non solo rafforzando i servizi per l'infanzia, ma anche e soprattutto promuovendo una maggiore condivisione della genitorialità».

Pensioni, adeguamento all'età di uscita

Circa il possibile stop nel 2019 all'adeguamento dell'età di uscita spiega Boeri «il blocco dell'adeguamento all'aspettativa di vita per la pensione di vecchiaia non è una misura a favore dei giovani». La soluzione per il presidente sarebbe una misura per la fiscalizzazione di una parte dei contributi all'inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto stabile.

Nel rivendicare con orgoglio la gestione proficua dell'Inps che, nel 2016 «è costata 3.660 milioni contro i 4,531 del 2012», in seguito all'incorporazione di Inpdap ed Enpals, Boeri chiede maggiore equità e chiede accelerazione per le riforme: il ricongiungimento gratuito dei contributi, il reddito minimo d'inclusione, il salario minimo.

(05/07/2017 - Gabriella Lax) Foto: 123rf.com
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