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Il reato di doping

Focus sul parallelismo tra il I e il VII comma dell'articolo 9 della legge n. 376/2000
pallone con siringhe sopra concetto di doping

Abogado Francesca Servadei - La Legge 376 del 2000, "Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping", attuativa della Convenzione di Strasburgo del 16 novembre 1989, ha introdotto, nell'ordinamento italiano il reato di doping.

Il secondo comma dell'articolo 1 della citata legge statuisce che il doping consiste nella somministrazione di sostanze farmacologiche ovvero pratiche mediche senza alcuna giustificazione legata a condizioni patologiche del soggetto finalizzate ad alterare le prestazioni agonistiche degli atleti. Tale articolo si chiude consentendo l'uso terapeutico del doping purchè le condizioni patologiche dell'atleta siano documentate nonché certificate dal medico, tanto è vero che allo sportivo può essere prescritto specifico trattamento purchè sia attuato secondo le modalità indicate nel relativo e specifico decreto di registrazione europea o nazionale ed i dosaggi previsti dalle specifiche esigenze terapeutiche. In tale caso l'atleta ha l'obbligo di tenere a disposizione delle autorità competenti la relativa documentazione e può partecipare a competizioni sportive, nel rispetto di regolamenti sportivi purchè ciò non metta in pericolo la sua integrità psicofisica .

Dal combinato disposto del citato articolo con il successivo articolo 9, ne deriva che le condotte oggetto di sanzione sono anche quelle di assunzione ovvero favoreggiamento di farmaci o sostanze indicati nell'articolo 2, comma I e che non siano giustificate da ragioni mediche, senza ovviamente tralasciare l'attività di commercio indicata nel VII ed ultimo comma. Con la pronuncia del 18 aprile 2016, numero 15680, la Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha ravvisato la ricettazione di sostanze dopanti, ex articolo 648 del Codice Penale, nella condotta di colui che, acquistando in modo illegale anabolizzanti ha raggiunto il proprio scopo, quindi il profitto o meglio nel caso di specie la soddisfazione o il piacere, ottenendo una maggiore massa muscolare.

Con il I comma dell'articolo 9 il legislatore ha voluto sanzionare quelle condotte volte ad alterare le prestazioni agonistiche, escludendo quindi le attività di stampo amatoriale; ciò si evince dal bene giuridico tutelato dalla normativa e contenuto nell'articolo 1 della legge 376/2000 , ove si legge che L'attività sportiva è diretta alla promozione della salute individuale e deve essere informata ai principi etici e dei valori educativi richiamati nella Convenzione contro il doping".

Trattasi di un reato di pericolo, pertanto la sola condotta illecita integra reato a prescindere se da essa sia poi derivato l'effetto dopante.

Per quanto concerne il regime sanzionatorio, il legislatore - aprendo l'articolo 9 con la clausola di salvaguardia, purchè il fatto non costituisca reato più grave - ha previsto per il delitto in esame la pena della reclusione da tre mesi a tre anni e la multa da 2.582,85 euro ad 5.164, 57 euro (nel citato corpo normativo a tutt'oggi gli importi delle pene pecuniarie sono ancora riportati in lire); inoltre ai sensi del III comma dell'articolo 9, è previsto un aumento di pena:

a) se dal fatto derivi un danno alla salute;

b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;

c) se il fatto è commesso da un componente o da un dirigente del CONI ovvero di una federazione sportiva, di una società, di un'associazione, o di un ente riconosciuti dal CONI.

In quest'ultima fattispecie, come si può comprendere, il reato da comune assume la configurazione di reato proprio, in quanto il soggetto agente ricopre una specifica qualifica.

Inoltre il citato articolo prevede la pena accessoria della interdizione temporanea dall'esercizio della professione nel caso in cui il soggetto agente esercita attività medica; mentre l'interdizione permanente dagli uffici del CONI, federazioni sportive nazionali, società, associazioni, ed enti di promozioni riconosciuti dal CONI è prevista nella fattispecie di cui alla lettera c) dell'articolo in esame.

Al VI comma è sempre attuata la confisca del farmaco ovvero delle altre sostanze utilizzate per commettere il reato. L'articolo si chiude con il comma successivo, il quale prevede la fattispecie del commercio illegale delle sostanze dopanti, ascrivendo a tali soggetti la pena della reclusione da due mesi a sei ani e la multa da euro 5.164 ,57 ad euro 77.468. Effettuando un parallelismo con il I comma del citato articolo è evidente come il legislatore nell'ultimo comma abbia voluto sanzionare coloro che svolgono attività di commercio di tali sostanze al di fuori dai canali ufficiali, mentre nel I comma si sia voluto sanzionare il procacciatore di sostanze a terzi; nel VII comma è evidente il dolo generico che consiste nella volontarietà del soggetto agente (chiunque, quindi reato comune) di realizzare la condotta tipica consapevole della utilizzabilità del canale non ufficiale nonché dei farmaci oggetto di commercio, da ciò si evince un'altra differenza rispetto al I primo comma, dove invece è evidente il dolo specifico.

Inoltre dalla lettura del VII comma è chiaro come il legislatore abbia voluto sanzionare, con più aspre pene, rispetto a quelle applicate al I comma, le condotte caratterizzate dalla professionalità che si traduce in quel minimo di organizzazione che denota la condotta criminosa.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha sottolineato in diverse sentenze che il commercio di cui al VII comma deve essere caratterizzato da un'attività continua alla base della quale vi sia una elementare struttura organizzativa (Cass. n. 17322/2003; a distanza di dieci anni i giudici di piazza Cavour hanno confermato tale orientamento con pronuncia n. 46246/2013).

Abogado Francesca Servadei

Studio Legale Servadei

Corso Giacomo Matteotti n. 49

Albano Laziale (Roma)

Tel. 069323507

Cell.: 3496052621

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(19/07/2016 - Avv.Francesca Servadei) Foto: 123rf.com
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