Caro bollette, quando la guerra entra in cucina
Avv. Roberto Cataldi |

Caro bollette, quando la guerra entra in cucina

Si combatte a migliaia di chilometri, ma il conto arriva fino al termostato di casa. E alzare i muri non scalda nessuno.

Con l'arrivo dei primi freddi, in molte case italiane qualcuno farà un gesto che sperava di non dover più rifare. Guarderà il termostato e lo abbasserà di un grado. Poi, forse, di un altro. Metterà un maglione in più ai ragazzi invece di accendere la stufetta in camera loro. Nessuno gliel'ha chiesto, nessuna legge glielo impone. Eppure lo farà, perché la prossima bolletta la teme già.

Forse a casa tua quel gesto non serve. Ma fermati un momento su quel grado in meno, perché riguarda anche te. Non lo ha deciso il bilancio di quelle famiglie, e nemmeno il loro fornitore. Lo ha deciso una guerra a migliaia di chilometri da qui, combattuta da governi che nessuno di noi ha votato, intorno a uno stretto di mare di cui, fino a poco tempo fa, quasi nessuno conosceva il nome.

Una guerra lontana, una bolletta vicina

Da mesi lo Stretto di Hormuz, da cui passano le navi cariche di petrolio e di gas del Golfo, è quasi chiuso. Le scorte europee si sono assottigliate, il prezzo del gas è salito, e con il gas è salita la luce. Perché in Italia, quasi sempre, è ancora il gas a decidere quanto costa l'elettricità.

Il conto lo ha certificato l'Istat pochi giorni fa: a ottobre l'inflazione è salita oltre il cinque per cento, trainata dall'energia. Non è un numero da economisti. È la differenza tra un inverno normale e un inverno da attraversare con il cappotto in casa.

Il freddo che non si vede

La povertà energetica è la più silenziosa delle povertà. Non si vede per strada, non fa la fila alle mense, non manifesta. Sta chiusa dentro case dove il riscaldamento si accende solo per un paio d'ore, dove la nonna va a letto con la borsa dell'acqua calda, dove i figli fanno i compiti in cucina perché è l'unica stanza tiepida.

E colpisce secondo una regola crudele: chi ha meno paga di più. Le case peggio isolate, gli infissi che non chiudono, le caldaie vecchie e gli elettrodomestici che consumano troppo si trovano, più spesso, proprio nelle case di chi ha meno. Per scaldare un grado, chi vive in un appartamento costruito male spende più di chi vive in una casa nuova. La crisi energetica non è uguale per tutti. È una tassa alla rovescia: più sei povero, più pesa.

E poi c'è la vergogna, la stessa che accompagna ogni difficoltà economica. Nessuno racconta ai vicini di aver spento i termosifoni. Si dice che "non fa ancora così freddo". Si scherza sul maglione. Il freddo in casa diventa un segreto di famiglia. E chi custodisce un segreto, di solito, non chiede aiuto.

La promessa dei confini

In tempi di paura torna sempre la stessa promessa: chiudiamoci. Prima noi, i confini, la sovranità, l'interesse nazionale contro quello degli altri. Negli ultimi anni questa promessa ha conquistato consensi in molti Paesi. La storia ci ha già mostrato dove porta: diffidenza tra i popoli, corsa al riarmo e, alla fine, guerre.

Ma c'è un foglio di carta che smonta questa promessa meglio di qualunque comizio: la bolletta. Il prezzo del gas che si paga in una frazione dell'Appennino si forma sulla borsa di Amsterdam. Dipende da quante navi attraversano uno stretto in Medio Oriente e da quanto gas hanno messo da parte i nostri vicini europei. Nessun confine nazionale ferma un prezzo. Il nazionalismo, anche quello degli altri, prima o poi lo paghiamo noi. In cucina.

È il paradosso del nostro tempo: più si parla di sovranità, più le nostre vite dipendono da decisioni prese altrove. La risposta che ci viene offerta è alzare i muri. Ma dietro un muro fa freddo lo stesso.

Quello che i Costituenti avevano capito

Quasi ottant'anni fa, uomini e donne che avevano visto il nazionalismo trasformarsi in guerra, e la guerra in fame e freddo, scrissero nella Costituzione una frase che oggi sembra scritta per noi: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". E nella stessa frase aggiunsero una scelta che allora era coraggiosa e oggi è quasi controcorrente: l'Italia "consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni".

Non chiudersi, dunque, ma cooperare. Non la sovranità come muro, ma come capacità di stare insieme agli altri per non dipendere dall'umore del più forte. È la risposta opposta a quella che oggi raccoglie più applausi. Ed è quella che ha permesso a Paesi che per secoli si erano fatti la guerra di non farsela più.

Applicata all'energia, quella lezione ha un significato concreto. Comprare il gas insieme agli altri Paesi europei, invece di farsi concorrenza. Sganciare il prezzo della luce da quello del gas. Mettere un tetto al prezzo quando la speculazione corre. E soprattutto produrre in casa un'energia che non passi da nessuno stretto: il sole e il vento non si possono bloccare con una flotta. La vera indipendenza energetica non si conquista con i proclami. Si costruisce sui tetti delle case.

Un grado in meno

Torniamo a quel termostato, in quelle case. Quel grado in meno sembra una scelta privata, una piccola rinuncia domestica. Non lo è. È il punto esatto in cui la grande politica del mondo entra nella vita delle persone, senza bussare. E chi non avrà bisogno di toccare il termostato farebbe bene a ricordarlo: quella porta è aperta anche su casa sua.

Possiamo continuare a raccontarci che alzando i muri saremo più al sicuro. Oppure possiamo ricordarci che chi ha scritto la nostra Costituzione aveva già pagato, in fame e in freddo, il prezzo di quell'illusione. La domanda, quest'inverno, è una sola: quanti gradi ancora siamo disposti a perdere, prima di capire che quel termostato non si regola da casa nostra?

Avv. Roberto Cataldi, membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato


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