Pena di morte: il patibolo non insegna
Redazione

Pena di morte: il patibolo non insegna

Negli Stati Uniti la pena di morte torna a essere uno spettacolo. Ma lo spettacolo della pena riguarda anche noi

In un carcere dell'Idaho hanno costruito una stanza nuova. È costata oltre un milione di dollari. Non è un museo. È la sala in cui lo Stato ha deciso di fucilare i propri condannati, scegliendo il plotone d'esecuzione come metodo principale al posto dell'iniezione letale.

Qualcuno ha disegnato quella stanza. Qualcuno ne ha approvato il progetto e firmato la spesa. Fermiamoci un momento su questo dettaglio, perché dice tutto: chi uccide per necessità non costruisce una stanza. Chi costruisce una stanza vuole che si sappia.

L'estate appena passata, negli Stati Uniti, è stata una stagione di primati che nessun Paese dovrebbe desiderare. In Florida due uomini sono stati messi a morte a poche ore di distanza nello stesso giorno, come nello Stato non accadeva da più di sessant'anni; uno dei due aveva ottant'anni. In agosto tre Stati diversi hanno fissato tre esecuzioni per la stessa data. E il Dipartimento federale della Giustizia ha inserito la fucilazione nei propri protocolli di esecuzione.

Non sono voci di una statistica. Sono una cadenza. E la cadenza è il primo segno che la pena ha smesso di essere un atto giudiziario ed è diventata una rappresentazione.

Lo spettacolo è il messaggio

Un'esecuzione, se proprio uno Stato ritiene di doverla compiere, si potrebbe compiere in silenzio. Qui accade l'opposto. Si scelgono metodi che evocano un'immagine, il muro, il plotone, l'Ottocento. Si accumulano le date come si accumulano gli appuntamenti di una campagna. Si annuncia. Non si giustizia un uomo: si mette in scena la fermezza.

Il destinatario di tutto questo non è il condannato, che muore comunque. È il pubblico. È a chi guarda che si vuole insegnare qualcosa: che lo Stato non trema, che la mano non esita, che il male viene estirpato con un gesto visibile. La pena capitale, in questa versione, non serve a punire. Serve a far sapere chi comanda.

Ed è esattamente il punto in cui l'Italia ha qualcosa da dire, perché l'argomento lo abbiamo inventato noi.

Nel 1764 un milanese di ventisei anni pubblicò un libro che fece il giro delle corti d'Europa. Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, non si limitò a dire che la pena di morte è crudele: disse che è inutile e contraddittoria. Contraddittoria, perché le leggi che puniscono l'omicidio ne commettono uno esse stesse, e per allontanare i cittadini dall'assassinio ne ordinano uno pubblico. Inutile, perché per la maggior parte diventa "uno spettacolo", per alcuni un oggetto di compassione e di sdegno: e in entrambi i casi occupa l'animo di chi guarda più del terrore che la legge vorrebbe ispirare. Il patibolo, aveva capito Beccaria, non educa nessuno. Intrattiene.

Quasi settant'anni dopo Victor Hugo lo ripeté con più furore: neghiamo che l'esempio esista, scrisse, perché lo spettacolo dei supplizi non edifica il popolo, lo demoralizza. E più di un secolo dopo, Albert Camus chiese di chiamare quella pena con il suo vero nome: una vendetta.

Vendetta. È la parola che nessun legislatore scrive, nemmeno quello del 1930 che riportò la pena di morte nel codice penale. Eppure è ciò che resta di una pena quando le si toglie ogni scopo che non sia restituire il male.

La parte che riguarda noi

La Costituzione ha chiuso la questione con sette parole, e dal 2007 senza più eccezioni: "Non è ammessa la pena di morte". E subito prima ha scritto che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Siamo, su questo, un Paese che ha scelto da che parte stare, e lo ha scritto nella norma più alta che possiede.

Ma la pena di morte era il patibolo. Lo spettacolo è un'altra cosa, e lo spettacolo lo abbiamo tenuto.

Lo abbiamo tenuto nelle gabbie delle aule, dove un imputato che la legge presume innocente ascolta il proprio processo da dietro le sbarre, davanti a tutti. Lo abbiamo tenuto nelle manette mostrate quando non servono, nella passerella davanti alle telecamere, nel nome e nel volto sbattuti in prima pagina prima di qualsiasi sentenza, negli applausi all'arresto. Il codice di procedura penale vieta da tempo di pubblicare, senza il suo consenso, l'immagine di una persona in manette: lo spettacolo ha imparato a farne a meno. Bastano la porta di casa, la macchina della polizia, le due parole gridate sulle scale del tribunale. La condanna in diretta, l'assoluzione in un trafiletto.

Quasi trent'anni fa, in un libro sulla giustizia, chi scrive notava che le gabbie in udienza e le manette non necessarie erano già una forma di spettacolarizzazione della pena. Da allora è cambiato un dettaglio soltanto: il palcoscenico si è allargato. Allora era l'aula, oggi è lo schermo di chiunque, e la ricostruzione del delitto in prima serata vale più del dibattimento.

Perché questo riguarda la pena di morte? Perché lo spettacolo arriva prima del patibolo, e non ha bisogno di lui per fare il suo lavoro: abituare chi guarda. Ogni volta che la sofferenza di un uomo diventa un contenuto, il pubblico impara una cosa sola, che quella sofferenza si può guardare. E un pubblico che ha imparato a guardare, prima o poi, chiede di vedere di più.

È il percorso che l'America sta compiendo al contrario, dalla pena allo spettacolo e dallo spettacolo alla pena, in un cerchio che si chiude su quella stanza dell'Idaho. Ogni tanto, anni dopo, uno dei nomi destinati a una stanza così si scopre innocente. La stanza non restituisce nulla.

Beccaria aveva ragione, e la Costituzione gli ha dato ragione. Il patibolo non insegna niente a nessuno. Lo spettacolo, invece, insegna. E insegna la cosa peggiore: che per guardare un uomo soffrire non serve più nemmeno un motivo.

Avv. Roberto Cataldi, membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato



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