Da anni il pedagogista Daniele Novara combatte la violenza (elaborando e proponendo pure un suo “metodo”): “La crudeltà senza vergogna che caratterizza le guerre di oggi contagia anche i ragazzini che poi girano con il coltello o fanno del male ai loro compagni. Compito degli adulti è aiutare le nuove generazioni a comprendere che, per restare umani, vanno gestite le contrarietà, comunicando e ascoltando i punti di vista reciproci”. Nelle nuove generazioni è vertiginosamente crescente la violenza, fin dalla tenera età, perché si trasmette loro continuamente violenza (a cominciare dalle dinamiche familiari), si fa loro violenza, anche nel non rispettare i loro tempi di crescita, le loro emozioni, i loro veri bisogni.
In un dossier di Save the Children si legge: “Durante le guerre a pagare il prezzo più alto sono sempre i bambini […]. Oggi 1 bambino su 5 vive in zone di conflitto e questo ha un impatto devastante su ogni aspetto della vita di questi bambini. Per loro sopravvivere è solo l’inizio. La guerra li priva della loro infanzia, spesso li costringe ad abbandonare la loro casa e rende difficile trovare cibo e acqua. Le conseguenze per la loro salute fisica e mentale sono gravissime”. Gli effetti dei conflitti armati e cruenti sui bambini sono evidenti a tutti, mentre si ignorano o si trascurano quelli provocati dalla “violenza assistita” esistente anche nelle famiglie apparentemente normali.
Violenza psicologica: sottile, sommersa, sorda, sordida, solitaria... Come il morso di un serpente che può portare alla morte ma di cui nessuno si accorge. Quanta ne subiscono soprattutto i bambini, anche in famiglie non patogene o patologiche, pure con forme di negligenza, con parole, omissioni.
“«Dai loro genitori i bambini dovrebbero ricevere due cose: radici e ali» (J. W. von Goethe). I bambini devono crescere circondati da relazioni affidabili, amorevoli e improntate sulla fiducia e il rispetto per diventare a loro volta individui sani, forti, capaci di offrire e ricevere affetto ed empatia e acquisire autonomia e competenze per vivere degnamente il loro futuro. Questi sono gli obiettivi che si raggiungono con un’educazione non violenta. Devono poter contare su persone di riferimento adulte, che rispettino la loro dignità e la loro personalità. Hanno inoltre bisogno di spazio per sperimentare e crescere e, al tempo stesso, di limiti e regole, che diano loro stabilità, sicurezza e orientamento. Tra i vari casi, “in Svizzera la violenza sui minori, nonostante molti genitori e molte delle persone di riferimento siano consapevoli del diritto dei bambini a un’educazione non violenta, resta un problema sociale diffuso. La punizione corporale è la forma più comune di violenza vissuta dai bambini di tutto il mondo. Nella legislazione svizzera, il diritto a un’educazione non violenta non viene sancito in misura sufficiente. Porre fine a queste pratiche è la chiave per porre fine a ogni forma di violenza contro i bambini e la riduzione della violenza in tutto il mondo. La riduzione di ogni forma di violenza porta a società in cui i diritti umani sono rispettati” (Anna Vidoli, esperta nella promozione dei diritti dell’infanzia, in un dossier del 2020). Anche in Italia erano praticate l’educazione violenta e la pedagogia nera; tra l’altro nell’art. 319 cod. civ., prima della riforma del diritto di famiglia, era previsto il collocamento in un istituto di correzione in caso di cattiva condotta del figlio. Oggi comunque l’educazione può essere violenta facendo assistere i figli a liti accese o altre manifestazioni di violenza (cosiddetta violenza assistita) o per altre forme di inidoneità genitoriale.
Le neuroscienze hanno confermato come la violenza psichica (di cui una delle forme è il gaslighting – letteralmente “illuminazione a gas”, nome tratto da un’opera teatrale diventata, poi, film – che è una manipolazione) sia nociva quanto quella fisica e come sia incisiva la figura paterna sulla crescita e sviluppo delle figlie femmine. Uno dei tanti esempi nella letteratura è quello di Antonia Pozzi, sensibile poetessa e fotografa, morta suicida a 26 anni a causa dei contrasti con il padre (il padre-padrone di una volta) che ostacolò la sua relazione sentimentale e non la sosteneva nelle sue passioni.
Lo psicologo e formatore Stefano Centonze spiega: “La violenza nasce dall’analfabetismo emotivo. Dietro ogni forma di violenza c’è una persona che ha imparato a gestire le emozioni attraverso il dominio invece che attraverso il dialogo. Qualcuno che esprime la frustrazione con l’aggressività. Che vive la paura dell’abbandono attraverso il controllo. Che risponde alla vulnerabilità con la negazione. La violenza si alimenta quando le emozioni restano senza nome. Quando la rabbia diventa l’unica risposta possibile. Quando l’empatia resta un territorio inesplorato. L’educazione affettiva costruisce prevenzione”. La migliore forma di prevenzione è sempre l’educazione (che non c’è bisogno che sia qualificata come emotiva), ma per essere efficace, quella che una volta era detta “buona educazione” occorre che sia basata su coraggio, coerenza, costruttività (e non la pedagogia nera del passato), coralità, coeducazione, comunità educante (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
Lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro approfondisce: “La risposta di angoscia e di sofferenza a una separazione prematura non è caratteristica dei piccoli umani ma è evidente in tutti i primati che l’hanno selezionata come più favorevole alla sopravvivenza. Questa risposta di allarme e di sofferenza per la mancanza delle provvidenze necessarie alla sopravvivenza è presente nei bambini dalla nascita. Non è culturale ma del tutto naturale e funzionale alla sopravvivenza della specie. Come si manifesta l’allarme di fronte alle tensioni tra i genitori e, nei casi più estremi, alla violenza assistita, fisica o verbale, quando i piccoli non sono ancora in grado di esprimere a parole o con gesti dal significato inequivocabile la loro sofferenza? Come può segnalare al suo ambiente la propria angoscia un essere umano di pochi giorni o pochi mesi o pochi anni? Attraverso il corpo. In vario modo, anche con l’asma”. Durante la separazione o il divorzio i genitori, presi dai loro problemi e dalla conflittualità, trascurano i figli e i loro diritti e si giustificano pure dicendo che “tanto sono bambini e dimenticano”, “hanno capito”, “sono più grandi di come sembrano”… I bambini, invece, desidererebbero avere entrambi i genitori ancora insieme, soffrono nel chiuso della loro cameretta, hanno cali nell’apprendimento, hanno conseguenze sulla loro salute per sempre. Si ricordi che nell’art. 24 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si parla di “diritto del fanciullo al godimento dei più alti livelli di salute fisica e mentale” e di ciò i primi responsabili sono i genitori.
Fulvio Scaparro aggiunge: “A proposito della composizione prevalentemente maschile dei gruppi violenti, David T. Courtwright, docente di sociobiologia all’Università della Florida del Nord [nel 1996], richiama l’attenzione sul ruolo della famiglia nel controllo della violenza genetica dei giovani maschi. L’infrazione sistematica della legge deriverebbe da uno scarso autocontrollo dovuto all’insufficienza genitoriale nei primi 6-8 anni di vita, a padri assenti, a genitori distratti e non in grado di riconoscere e reprimere i comportamenti devianti dei figli. La famiglia avrebbe un ruolo decisivo nel controllo dell’aggressività, dell'impulsività e della ricerca di sensazioni estreme. Il controllo delle pulsioni violente del maschio e il mantenimento dell’ordine sociale sono un compito della famiglia frutto di un lunghissimo periodo di selezione. Politiche di sostegno, di informazione e di formazione della famiglia dovrebbero essere parte fondamentale della prevenzione della violenza” (nella rubrica “Il senno di prima. Appunti di Fulvio Scaparro”, marzo 2026). La prevenzione primaria della violenza, di ogni violenza, si opera in famiglia e con l’educazione. La famiglia deve riacquisire questa consapevolezza e responsabilità, aprirsi ad altri soggetti (e non “scaricare” sugli altri) e poter contare su altri soggetti, come emerge pure dal 6° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2025-2027.
Contro la crescente violenza giovanile (tra cui gli accoltellamenti), prima delle leggi eventualmente più repressive urge che ognuno si assuma le proprie responsabilità in base al ruolo. Innanzitutto i genitori che si premurano di mettere in mano un cellulare per tenere zitti i bambini da piccoli e, poi, man mano che crescono per poterli subito contattare e sapere dove si trovano. Intanto i figli crescono e non li conoscono e non si riconoscono più fra di loro.
“Già nei primi anni di vita i bambini distinguono espressioni emotivamente marcate e possono riprodurre alcuni insulti, che aumentano di numero nel corso della scuola primaria fino a costituire un repertorio relativamente stabile. I primi bersagli sono spesso il corpo e le sue differenze: il grosso, il piccolo, il lento, il goffo, il bambino che non corrisponde a un ideale implicito di “normalità”. Attraverso queste parole si impara a usare etichette infamanti per ordinare il mondo e collocare se stessi dalla parte di chi giudica, non di chi viene giudicato” (un team di esperti). I genitori e gli altri adulti di riferimento non devono educare solo a parlare ma educare (e educarsi prima) anche alle parole, al linguaggio, alla comunicazione, così si fa pure prevenzione e contrasto alla violenza. Quest’aspetto rientra nello sviluppo morale e sociale del bambino di cui all’art. 27 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
Daniele Novara sugli adolescenti soggiunge: “L’anello debole non sembrano affatto gli adolescenti che continuano imperterriti a vivere con naturalezza questo pezzo di vita così ondivago, instabile e problematico, quanto i loro genitori travolti da un contesto sempre più narcisistico dove il termine «io, io, io» riecheggia con un’immancabilità inquietante rendendo difficile anzitutto il gioco di squadra educativo e una gestione degli stessi ragazzi e ragazze che sappia essere pratica, concreta, priva di inutili fronzoli e senza giri di parole”. Gli adolescenti di oggi non sono più tali o sono più deboli perché i genitori non sono più tali o sono più deboli. Non a caso nelle Linee guida sull’infanzia e l’adolescenza (pubblicate nel 2021 dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), a proposito di “Sostenere il contrasto alla violenza di genere nei contesti familiari, comunitari ed educativi”, si parla di “Realizzare formazione specifica per operatori e operatrici dei servizi, insegnanti e genitori su intelligenza emotiva, competenze trasversali e disturbi nella gestione delle emozioni (alexitimia, una condizione di ridotta consapevolezza emotiva, che comporta l’incapacità sia di riconoscere sia di esprimere gli stati emotivi propri e altrui)”, azione in realtà necessaria in ogni ambito.
Nel periodo adolescenziale, anziché demordere, scoraggiarsi o condannare, diventa cruciale il ruolo di famiglie e scuola nel contrastare gli atteggiamenti estremi dei ragazzi (dalla chiusura alla violenza) creando occasioni di dialogo costruttivo (e non costruito o costretto) per aiutare gli adolescenti a sviluppare relazioni sane, basate su rispetto e reciprocità, non solo con sportelli di ascolto ma già con l’esempio concreto di collaborazione scuola-famiglia. Scuola e famiglia richiamate ai loro ruoli e responsabilità anche nella legge 29 maggio 2017, n. 71 “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” e nella 17 maggio 2024, n. 70 “Disposizioni e delega al Governo in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo”.
Su ruoli e responsabilità è bene ricordare quanto scritto nel paragrafo “Scuole e famiglie in un nuovo patto di alleanza” delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (2025): “Questo dialogo favorisce la comprensione dei cambiamenti sociali in corso nei rispettivi ruoli e pone le basi per cooperare alla costruzione di una visione educativa comune. Il patto di corresponsabilità aiuta a riconoscere, infatti, da parte dei genitori, la funzione di ‘alleati primi’ della scuola. Va spiegato a bambini e preadolescenti, anzitutto da parte dei genitori, che la nostra Repubblica ha posto la scuola al centro del suo progetto di Paese e che la scuola è un bene sociale comune di inestimabile rilevanza, da tutelare e valorizzare, a cominciare dalle parole usate per parlarne. Danneggiare una scuola, sporcarne le pareti, distruggerne gli arredi, offendere un insegnante, non sono solo azioni eticamente riprovevoli, da condannare e stigmatizzare anche con la richiesta di risponderne da parte delle famiglie, ma sono i segni preoccupanti di un cedimento valoriale del rispetto e della fiducia dovuti all’istituzione culturale più importante del nostro Paese e alle persone – dirigenti e insegnanti – che hanno scelto di spendere la propria vita in queste istituzioni al servizio delle nuove generazioni. Così come maxima debetur puero reverentia è anche: maxima debetur magistro reverentia”.
