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PER AMORE DELLA VERITÀ (di Roberto Cataldi)
Convinti che non esistesse una verità oggettiva, i Sofisti ritenevano di poter dimostrare tanto un argomento quanto il suo opposto.
Al contrario, Socrate, quando si rivolgeva ai suoi concittadini prometteva loro di far sentire tutta la verità, non "una orazione bella per splendore di frasi e di vocaboli", ma "cose dette di getto", con le parole che gli sarebbero venute alle labbra.
Il vero si veste di mille colori, riesce ad acquistare le sembianze più strane e bizzarre, dal demone socratico della coscienza all'insonne ambulante di Diogene, ma la sua essenza rimane intatta.
Eppure, l'esperienza professionale ci fa capire che non é sufficiente stare dalla parte del giusto, né che può bastare la conoscenza delle leggi per far emergere la verità e consacrarla a diritto.
Se le parole non “vengono alle labbra”, se come Socrate non riusciamo a sentire “straniera” la forma di una retorica vuota, asservita alla furbizia o, peggio, all'inganno, sarà allora inevitabile la frustrazione del giusto che paga il pegno del proprio coraggio.
Di disquisizioni accademiche noiose quanto inutili nella loro pedanteria non sono avare le aule dei tribunali.
Chi crede nella professione forense come scelta di vita non può che provare disgusto di fronte a chi mette a disposizione di tesi pressoché insostenibili le proprie capacità dialettiche: chi ama la verità sa bene che solo da questa può nascere giustizia.
"Se nel nostro fondo fossimo leali", scriveva Schopenhauer, "in ogni discussione cercheremmo solo di portare alla luce la verità, senza affatto preoccuparci se questa risulta conforme all’opinione presentata in precedenza da noi o quella dell’altro: diventerebbe indifferente o, per lo meno, sarebbe una cosa del tutto secondaria. Ma qui sta il punto principale. L’innata vanità, particolarmente suscettibile per ciò che riguarda l’intelligenza, non vuole accettare che quanto da noi sostenuto in principio risulti falso, e vero quanto sostiene l’avversario”.
Il mestiere di avvocato richiede sensibilità, capacità di ascoltare le ragioni dell’assistito, ma anche il senno necessario per riconoscere le ragioni dell’avversario. Ragione e torto, infatti, raramente si trovano da una parte sola e la stessa persuasione, come afferma Norberto Bobbio, “rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta e la non verità c’è posto per la verità da sottoporsi a continuo revisionismo, mercé la tecnica dell’addurre ragioni pro o contro, (poiché) quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni comincia la violenza”.
Convincere chi ha il compito di giudicare vuol dire essere capaci di tradurre in parole ciò che sentiamo nel nostro animo e che é tale da farci capire cosa sia giusto o ingiusto.
So bene che non é semplice e che spesso occorre lottare con fatica per far emergere la verità: “La verità io ve la dico, o cittadini ma persuadervi è difficile”, constatava lo stesso Socrate.
L'esperienza professionale mi ha aiutato a capire che il segreto della persuasione non risiede nelle raffinatezze retoriche ma nel sentire di essere dalla parte del giusto, nella passione che coinvolge al punto di toccare le parti più profonde dell’anima di chi ascolta. “Per poter sentire realmente nostre le parole che usiamo - scrive Aldo Carotenuto - è necessario attingere alla nostra esperienza intima, in quanto solo così si può comunicare ciò che è tradotto dal nostro silenzio”. Per questo, se nel processo venisse dato più spazio alle parti, il giudice avrebbe maggiori possibilità di decidere secondo giustizia.
Quelle nella loro semplicità di esposizione dei fatti riescono a essere più convincenti dei loro avvocati, non certo per abilità oratoria, ma perché “sentono”, appunto, di avere ragione.
Di fronte a un'ingiustizia, se non ci si lascia ingannare dai "saperi tecnici", accade spesso che riusciamo ad avvertire, prima ancora di qualsiasi riflessione, da quale parte sia il torto e da quale la ragione.
Non voglio dire che siano morte le "scienze umane", voglio solo dire che oggi la verità non si trova più tra i "professionisti" della dialettica.
Cercare incessantemente la verità costa sacrificio e l’esempio di Socrate ne è la testimonianza storica più illustre; ma da essa non si può prescindere. Un avvocato deve saper distinguere tra forma e sostanza, smascherando chi attraverso parole vuote propina menzogne; deve, come un paziente liutaio, modellare la vicenda processuale perché da essa scaturisca il suono cristallino della giustizia.
Ciò potrebbe apparire utopistico "nell’arena di un tribunale" dove l’unica cosa importante per un avvocato è vincere la causa del suo assistito".
Sono perfettamente consapevole che oggi è questa la “corrente di pensiero” dominante, ma é un “pensiero debole”.
Può forse permettere di vincere qualche causa, (dato che solo pochi stupidi si lasciano ingannare del fascino dell'eloquenza), ma non dà alcun contributo alla giustizia sul cui senso profondo bisogna intendersi.
Così come bisogna intendersi sul come operare in un campo che mostra incessantemente le sue fragilità ma che può, se recuperato al suo significato e compito più autentico, concorrere a migliorare e rendere più felice la vita degli uomini, anziché complicarla come, purtroppo, avviene oggi.
Se amiamo la verità e la giustizia, dunque, non possiamo esimerci dall'indicare al cliente quali siano le sue ragioni e dove eventualmente sia in torto.
Non dobbiamo cercare la causa ad ogni costo, anzi dovremmo, per quanto possibile, evitare il contenzioso.
Se "sentiamo" di aver ragione, solo allora é nostro diritto e dovere sostenere anche l'impossibile, perché il giusto, come ho avuto modo di dire in un precedente articolo, varca i confini della legge e, nel nome della giustizia, siamo liberi di operare anche "contro corrente".
Il filosofo tedesco Fichte scriveva che la missione degli intellettuali è di avvicinarsi il più possibile alla perfezione dell’idea: mutuando questo concetto, voglio affermare che la missione di coloro che si occupano di giustizia è quella di avere sempre presente che si tratta non solo di uno dei poteri dello Stato, ma di un valore radicato nel profondo dell’animo umano. Un concetto cui vanno conformate le proprie azioni.
La dialettica non sarà allora il grimaldello che scardina le tesi dell’avversario, ma lo strumento capace di cogliere la realtà dei fatti: non per vincere una causa, ma per amore della verità. Appunto.

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