L'istanza per la dichiarazione di fallimento

L'istanza per la dichiarazione di fallimento è l'atto attraverso il quale prende il via la procedura fallimentare nei confronti di un determinato imprenditore, in presenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi (imprenditore commerciale, non piccolo, che si trovi in stato di insolvenza), richiesti dagli artt. 1 e 5 del r.d. n. 267/1942 (Legge fallimentare).
La procedura, a seguito della riforma del 2006, che ha abrogato l'iniziativa d'ufficio da parte del tribunale, è attivabile solo su istanza di parte, ovvero dai soggetti indicati dall'art. 6 della L.F.: il debitore, uno o più creditori o il pubblico ministero, esclusivamente nelle ipotesi indicate dall'art. 7 L.F.
Giova ricordare che il fallimento è escluso per gli enti pubblici e i piccoli imprenditori, ovvero per coloro che dimostrino di essere in possesso dei requisiti congiunti previsti dal secondo comma del novellato art. 1 L.F. (un attivo patrimoniale annuo non superiore ai 300.000 euro e ricavi lordi annui non superiori a 200.000 euro, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, oltre a un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro). Inoltre, non si può far luogo al fallimento, 
se l'ammontare dei debiti scaduti e non pagatirisultanti dagli atti dell'istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a 30.000 euro.

I soggetti legittimati a presentare istanza di fallimento

L'iniziativa per la dichiarazione di fallimento, tramite deposito della relativa istanza, spetta ex art. 6 della L.F. al debitore che chiede il proprio personale fallimento, ai creditori e al pubblico ministero (nelle ipotesi previste dall'art. 7).
Nel caso in cui sia l'imprenditore medesimo a chiedere il proprio fallimento, questi è obbligato, secondo il preciso disposto di cui all'art. 14 L.F., a depositare unitamente all'istanza: le scritture contabili e fiscali obbligatorie concernenti i tre esercizi precedenti ovvero l'intera esistenza dell'impresa, se questa ha avuto una minore durata; uno stato particolareggiato ed estimativo delle sue attività; l'elenco nominativo dei creditori e l'indicazione dei rispettivi crediti; l'indicazione dei ricavi lordi per ciascuno degli ultimi tre esercizi; l'elenco nominativo di coloro che vantano diritti reali e personali su cose in suo possesso, l'indicazione delle cose stesse e del titolo da cui sorge il diritto.
Per la richiesta di fallimento in proprio non è necessario il patrocinio di un difensore. Il ricorso potrà essere presentato personalmente in cancelleria dall'imprenditore o dai soci (in caso di società di persone), ovvero dall'amministratore della società o, eventualmente dai liquidatori (per le società di capitali, cfr. App. Torino, 4.10.2009).
Per l'iniziativa da parte di uno o più creditori si ritiene, invece, necessaria, a seguito della riforma del 2006, l'assistenza di un legale.
Il pubblico ministero, infine, ha facoltà di presentare un'istanza di fallimento solo nelle due ipotesi indicate dall'art. 7 L.F., ossia: quando l'insolvenza di un imprenditore risulti nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dall'irreperibilità o dalla latitanza dell'imprenditore, dalla chiusura dei locali dell'impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell'attivo; quando l'insolvenza risulti dalla segnalazione proveniente dal giudice che l'abbia rilevata nel corso di un procedimento civile.
È importante sottolineare che l'art. 147, 4° comma, L.F. prevede la particolare ipotesi di istanza di fallimento, a seguito della scoperta dell'esistenza di altri soci illimitatamente responsabili dopo la dichiarazione di fallimento della società. In tal caso, poiché il fallimento della società comporta automaticamente il fallimento di tutti i suoi soci illimitatamente responsabili, la disposizione sancisce che sia il curatore, che uno dei creditori ovvero uno dei soci falliti possano presentare istanza per la dichiarazione del fallimento dei soci prima sconosciuti.

Forma e contenuto dell'istanza di fallimento

L'istanza di fallimento deve rivestire la forma del ricorso (si veda nel formulario giuridico la formula di una istanza di fallimento) e deve contenere le prove a sostegno della richiesta, ovvero la sussistenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi previsti per la dichiarazione di fallimento, allegando tutta la documentazione necessaria affinchè il tribunale possa desumere lo stato di insolvenza in cui versa il fallendo.
All'istanza occorre quindi allegare, in particolare, oltre alla nota di iscrizione a ruolo e alla ricevuta di versamento del contributo unificato: visura aggiornata della camera di commercio; eventuale certificato camerale sui protesti; copia dell'ultimo bilancio o situazione patrimoniale aggiornata; titolo esecutivo a fondamento del credito, in originale o in copia conforme (decreto ingiuntivo, atto di pignoramento, fatture, ecc.); inoltre nel caso in cui il ricorso riguardi una società di persone, bisogna allegare un certificato contestuale (residenza e cittadinanza) dei soci.

L'iter procedurale

L'istanza di fallimento va presentata presso la cancelleria del tribunale (sezione fallimentare) territorialmente competente, ovvero quello in cui ha luogo la sede principale dell'impresa.
Una volta depositato il ricorso, il tribunale provvederà a convocare, con decreto, il debitore, i creditori istanti e, laddove ne abbia assunto l'iniziativa, il pubblico ministero.
Il decreto contiene l'indicazione che il procedimento è volto all'accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento e concede un termine per la presentazione di memorie e il deposito di documento o relazioni tecniche.
L'udienza è fissata entro 45 giorni dal deposito del ricorso, e non prima che siano decorsi quindici giorni tra la data di deposito e quella di comunicazione o notificazione del decreto.
Il tribunale, in composizione collegiale con le modalità dei procedimenti in camera di consiglio, dichiara il fallimento con sentenza: nominando il giudice delegato e il curatore; ordinando al fallito il deposito dei documenti obbligatori ex art. 14 L.F.; stabilendo il luogo, il giorno e l'ora dell'adunanza in cui si procederà all'esame dello stato passivo; assegnando ai creditori e ai terzi che vantano diritti reali o personali su cose in possesso del fallito, un termine per presentare le domande di insinuazione.
La sentenza che dichiara il fallimento è notificata al debitore e comunicata per estratto al pubblico ministero, al curatore e al richiedente il fallimento. La stessa viene annotata anche presso l'ufficio del registro delle imprese dove l'imprenditore ha la sede legale e produce i suoi effetti dalla data della pubblicazione e, con riguardo ai terzi, dalla data di iscrizione nello stesso registro delle imprese.

La rinuncia all'istanza di fallimento

L'istanza presentata da uno o più creditori, trattandosi di un ricorso tramite il quale si esercita il diritto di tutela del credito, è rinunciabile.
È possibile, infatti, presentare apposita dichiarazione c.d. di "desistenza", a seguito della quale il giudice non potrà proseguire d'ufficio all'accertamento dei requisiti necessari per dichiarare il fallimento, procedendo, quindi, con decreto, all'archiviazione del procedimento.
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