La chiusura del fallimento

Il capo VIII del titolo dedicato al fallimento concerne la chiusura della procedura de quo. Ai sensi dell'art. 118 L.F., novellato dalla riforma, diverse possono essere le circostanze che danno luogo alla conclusione dell'iter della procedura fallimentare.

Esse sono, in primo luogo, la mancanza di domande di ammissione al passivo entro il termine fissato; in secondo luogo, il raggiungimento dell'intero ammontare dei crediti ammessi con le ripartizioni ai creditori, anche prima che sia compiuta la ripartizione finale dell'attivo, ovvero l'estinzione, secondo altre modalità, di tutti i crediti ammessi e il contestuale pagamento di tutti i debiti e le spese da soddisfare in prededuzione.

Il fallimento si chiude, altresì, quando si verifica l'ipotesi diametralmente opposta a quella appena vista, ossia allorché nel corso della procedura si accerta che la sua prosecuzione non consente di soddisfare, neppure in parte, i creditori concorsuali, né i crediti prededucibili e le spese di procedura; ovvero, quanto è stata compiuta la ripartizione finale dell'attivo.

Al verificarsi di uno dei suddetti eventi, ove si tratti di fallimento di società, il curatore ne chiede la cancellazione dal registro delle imprese.

L'ultimo comma dell'art. 118 L.F., infine, precisa che la chiusura della procedura di fallimento della società determina anche la chiusura della procedura estesa ai soci ai sensi dell'art. 147 L.F., salvo che nei confronti del socio non sia stata aperta una procedura di fallimento come imprenditore individuale.

Secondo il disposto di cui all'art. 119 L.F., la chiusura del fallimento è dichiarata con decreto motivato del tribunale, su istanza del curatore o del debitore ovvero di ufficio e, qualora venga effettuata prima dell'approvazione del programma di liquidazione, il tribunale decide dopo aver sentito il comitato dei creditori e il fallito.

Contro il decreto che dichiara la chiusura del fallimento o ne respinge la richiesta è ammesso reclamo innanzi alla corte d'appello entro 10 giorni dall'avvenuta comunicazione o notificazione, a norma dell'art. 26 L.F.

Il decreto di chiusura acquista efficacia, una volta decorso il termine per il reclamo senza che questo sia stato proposto, ovvero quando lo stesso è stato definitivamente rigettato.

Con la chiusura, ex art. 120 L.F., “cessano gli effetti del fallimento sul patrimonio del fallito e le conseguenti incapacità personali”, oltre a decadere gli organi preposti alla procedura.

Le azioni esperite dal curatore per l'esercizio di diritti derivanti dal fallimento, inoltre, non possono essere proseguite, mentre, parallelamente, i singoli creditori riacquistano il libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti (salvo quanto previsto dagli artt. 142 e ss.).

Entro cinque anni dal decreto di chiusura, su istanza del debitore o di qualunque creditore, laddove risulti che nel patrimonio del fallito esistano attività o garanzie tali da poter soddisfare almeno il 10% dei creditori vecchi e nuovi, il tribunale, secondo quanto previsto dal nuovo art. 121 L.F. può ordinare la riapertura del fallimento già chiuso, richiamando o nominando di nuovo gli organi fallimentari (curatore e giudice delegato), tenendo conto  per quanto concerne il comitato dei creditori, anche dei nuovi creditori.

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