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Il reato di peculato

La definizione di peculato, le pene previste dalla legge, gli elementi costitutivi del reato, la giurisprudenza

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Che cosa è il peculato

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Previsto e disciplinato dagli artt. 314 e 316 c.p., il peculato è un delitto che si configura quando "il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di danaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria".

Per il testo delle due norme si rimanda al Codice penale, libro II, titolo II, Capo I (Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione)

Origini ed evoluzione del peculato

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La parola peculato deriva dal latino peculatus, termine legato alla parola pecunia(m) ovvero denaro che, a sua volta, deriva da pecus (bestiame, pecora).

Stando all'etimologia del termine, dunque, il reato di peculato veniva identificato in origine con il furto o la sottrazione di bestiame. Fu la Lex Iulia, promulgata da Giulio Cesare, a trasformare il peculato nell'appropriazione illecita di denaro pubblico, fissandone per i secoli a venire le caratteristiche e le pene.

Da allora in poi, il reato sarà considerato, infatti, crimen publicum e giudicato da un'apposita quaestio, a seguito della quale, ove ritenuto colpevole, il soggetto era obbligato a versare il quadruplo della somma rubata.

Presente anche nel codice penale sardo e in quello toscano, il reato viene disciplinato nel codice del 1889 (c.d. "Codice Zanardelli") che contemplava, all'art. 168, il peculato del pubblico ufficiale che sottraesse o distraesse denaro o altra cosa mobile di cui avesse, per ragioni del suo ufficio, l'amministrazione, l'esazione o la custodia.

Nel codice del 1930 il peculato trova spazio negli artt. 314 e 316, aggiungendo rispetto alla formulazione della precedente legislazione, quale soggetto attivo, oltre al pubblico ufficiale, anche l'incaricato di un pubblico servizio, la cui nozione è fornita nei successivi artt. 357 e 358 c.p.

Nel tempo, assorbendo i rilievi maturati in giurisprudenza e le istanze di ammodernamento della materia, la disciplina del peculato ha subito rilevanti modifiche rispetto all'originaria formulazione, ad opera innanzitutto della l. n. 86/1990 ("Modifiche in tema di delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione") che, in particolare, ha: eliminato la modalità distrattiva della realizzazione della condotta, rendendo punibile solo l'appropriazione del denaro o di altre cose mobili altrui; abrogato l'art. 315 c.p. con il consequenziale assorbimento della "malversazione a danno di privati" nella sfera di rilevanza di cui all'art. 314 c.p., nonché normato autonomamente il "peculato d'uso". Successivamente, la disciplina del delitto di peculato è stata modificata dalla l. n. 97/2001 e dall'art. 1 della l. n. 190/2012 che ha elevato la pena edittale da quattro a dieci anni (originariamente, la pena minima era di tre anni).

Gli elementi del reato di peculato

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Il peculato è un "reato proprio", per cui può essere commesso, come stabilisce chiaramente l'incipit dell'art. 314 c.p., da un soggetto che rivesta la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio.

Ai fini della configurazione del reato, secondo la giurisprudenza di legittimità, per pubblico ufficiale deve intendersi sia colui che tramite la sua attività concorre a formare quella della P.A., sia colui che è chiamato a svolgere attività aventi carattere accessorio o sussidiario ai fini istituzionali (ovvero colui che partecipa al procedimento amministrativo, con funzioni, propedeutiche o accessorie, aventi effetti "certificativi, valutativi o autoritativi"), poiché, anche in tal caso, attraverso l'attività stessa, si verifica una partecipazione alla formazione della volontà dell'amministrazione pubblica (Cass. Pen. n. 39351/2010).

Secondo una parte della dottrina, il peculato è un reato di natura plurioffensiva, poiché configura da un lato un abuso della situazione giuridica di cui il soggetto agente è titolare, e, dall'altro, un delitto contro il patrimonio pubblico, bene giuridico di cui si vuole tutelare l'integrità poiché necessario alla realizzazione dei fini istituzionali da parte dello Stato e degli enti pubblici nei confronti della collettività. Secondo un altro orientamento, invece, il bene giuridico tutelato coincide con quello collettivo del buon andamento, dell'imparzialità e dell'efficienza dell'attività della Pubblica amministrazione, leso dalle condotte illecite perpetrate dai suoi stessi organi.

Nella nuova formulazione dell'art. 314 c.p., a seguito della l. n. 86/1990, il reato si consuma nel momento in cui ha luogo l'appropriazione dell'oggetto materiale altrui (denaro o cosa mobile), da parte dell'agente, la quale si realizza con una condotta incompatibile con il titolo per cui si possiede la res altrui, a prescindere dal verificarsi di un danno alla pubblica amministrazione (c.d. "reato istantaneo"). L'elemento oggettivo del reato non esige più, come in passato, che il denaro o la cosa mobile oggetto del reato debbano appartenere alla P.A. ma solo che si trovino nella disponibilità del soggetto agente.

Nel reato di peculato ex art. 314, 1° comma, c.p., come nell'ipotesi di peculato mediante profitto dell'errore altrui ex art. 316 c.p., il dolo è generico e consiste nella coscienza e nella volontà dell'appropriazione; mentre è specifico nel peculato d'uso, poiché in tale fattispecie, il soggetto agente si appropria del bene allo scopo di farne un uso momentaneo.

Tipi di peculato

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Oltre alla fattispecie tipica di peculato di cui all'art. 314, 1° comma, c.p., è possibile distinguere il peculato d'uso, il peculato di vuoto cassa, e il peculato mediante profitto dell'errore altrui.

Il peculato d'uso

Il peculato d'uso è espressamente disciplinato dal secondo comma dell'art. 314 c.p., il quale prevede l'applicazione della "pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l'uso momentaneo, è stata immediatamente restituita".

Giova sottolineare che il peculato d'uso non costituisce un'attenuante del reato di cui al primo comma dell'art. 314 c.p., bensì un'autonoma figura delittuosa, la quale, per la sua configurazione, non richiede che il bene fuoriesca dalla sfera di disponibilità del proprietario essendo sufficiente che il soggetto agente si comporti nei confronti del bene stesso, uti dominus, realizzando fini estranei agli interessi del proprietario (Cass. Pen. N. 788/2000).

Il peculato di vuoto cassa

Un'ulteriore ipotesi di peculato è quella del c.d. "vuoto di cassa" ovvero dell'appropriazione del denaro da parte di colui che, in ragione del suo ufficio, è tenuto a custodirlo. Il reato si intende consumato sia successivamente al decorso del termine per la consegna che in pendenza dello stesso, quando la scadenza dilazionata di rendiconto non autorizza comunque a disporre del denaro (Cass. Pen. 30.10.2006).

Il peculato mediante profitto dell'errore altrui

Altra fattispecie, espressamente prevista all'art. 316 c.p., è quella del "peculato mediante profitto dell'errore altrui" che si configura quando "il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, il quale, nell'esercizio delle funzioni o del servizio, giovandosi dell'errore altrui, riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità". Il reato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La condotta criminosa consiste, come dispone espressamente l'art. 316 c.p., alternativamente, nella ricezione (ovvero l'accettazione passiva di un quid offerto da un terzo) o nella ritenzione, per sé o per un terzo (ovvero il mantenimento - consistente in un'appropriazione, una mancata restituzione o un trasferimento - del bene presso il soggetto agente). Affinchè si possa configurare tale fattispecie di peculato, la condotta deve realizzarsi, nell'esercizio delle funzioni o del servizio del soggetto agente, il quale, è sufficiente che si limiti a trarre profitto dall'erroneo e spontaneo convincimento in cui incorre il terzo.

Giurisprudenza in tema di peculato

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Cassazione penale Sezione VI sentenza del 16/05/2017 n. 42061
Il momento della consumazione del delitto di peculato coincide con quello in cui ci si appropria dolosamente di beni mobili o di somme di denaro della pubblica amministrazione di cui si è in possesso per ragione del proprio ufficio o servizio: non è rilevante, ai fini della consumazione del reato, il fatto che l'imputato abbia costituito un unico conto sul quale fare confluire le somme, perché l'appropriazione è momento distinto dall'accreditamento delle stesse somme sul conto.

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 23/03/2017 n. 29471
Il delitto di peculato può essere escluso in applicazione del canone di offensività solo se il bene oggetto di appropriazione è privo di rilevanza economica intrinseca (confermata la condanna di un autista cantoniere del Comune che si era appropriato di cinque buoni carburante per un totale di 50 euro).

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 16/03/2017 n. 29782
Integra la fattispecie del delitto di peculato la condotta del medico che svolgendo in regime di convenzione attività intramuraria "allargata" (ossia svolta presso il proprio studio privato), dopo aver riscosso l'onorario ometta di versare all'azienda sanitaria quanto di spettanza della medesima.


Cassazione penale Sezione VI sentenza del 16/03/2017 n. 26297
La condotta del pubblico ufficiale (o dell'incaricato di un pubblico servizio) che utilizza il telefono d'ufficio per fini personali al di fuori dei casi d'urgenza, integra il reato di peculato d'uso solo se produce un danno apprezzabile al patrimonio della pubblica amministrazione o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell'ufficio. Un principio applicabile anche all'utilizzo di internet con finalità non istituzionali.

Cassazione penale Sezione VI sentenza del 14/03/2017 n. 16163
Integra il delitto di peculato la condotta del dipendente dell'ufficio postale che sottrae illegittimamente del denaro dal libretto di una correntista.

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