Avv. Roberto Cataldi |

Avvocati: stop alle iscrizioni facili di chi ha acquistito titolo all'estero

Nel parere n.17 del 25 giugno 2009 la commissione consultiva del Consiglio nazionale forense, coordinata dal consigliere Gino Cardone, ha fornito specifiche indicazioni ai consigli dell'ordine forense che gestiscono gli Albi a livello locale in relazione alla iscrizione di chi abbia acquistato il titolo all'estero. D'ora in avanti è necessario che consigli dell'ordine esaminino nel dettaglio le domande di iscrizione. Gli ordini, in particolare, dovranno verificare la consistenza del percorso formativo professionale dell'interessato e quindi, se al titolo acquisito all'estero, corrisponda anche un periodo di esercizio professionale. Lo scopo è quello di verificare che non ci si trovi di fronte a una mera procedura burocratica di trasferimento da un paese all'altro posta in essere per approfittare delle disponibilità offerte dal diritto comunitario La commissione consultiva del Cnf, in particolare, ha risposto ad alcuni quesiti posti dagli ordini di Piacenza e di Vicenza in ordine agli effetti della sentenza della Corte di Giustizia C- 311/06 (cd. sentenza Cavallera, resa in una causa riguardante la professione di ingegnere. CIò che si intende chiarire è se tale sentenza possa avere effetti anche sulle iscrizione all'albo forense di avvocati che abbiano acquisito il titolo di abilitazione in uno dei paesi dell'Unione europea. Tale sentenza ha dichiarato infatti che il riconoscimento dei diplomi di cui alla direttiva 89/48/Cee (oggi 2005/36), presuppone che l'interessato abbia sostenuto esami nello stato di rilascio del titolo ed abbia anche acquisito esperienza professionale. La domanda di riconoscimento di un titolo professionale, sottolinea la Corte di Giustizia, a cui pero' non corrisponda alcuna effettiva esperienza concreta da riconoscersi, da' luogo ad un 'abuso del diritto'. I giudici di Lussemburgo in sostanza hanno fatto proprie le conclusioni dell'avvocato generale che aveva sottolineato come il duplice riconoscimento in uscita e poi in entrata dall'estero del titolo rappresenta una costruzione di puro artificio che contrasta con il principio comunitario in base al quale 'gli interessati non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente del diritto comunitario'.

Altre informazioni su questo argomento

La commissione pareri del Cnf ha ritenuto che la sentenza Cavallera potesse dare indicazioni utili anche per quanto riguarda la professione forense, date ''l'affinita' delle circostanze'' e, riprendendo i principi ivi ribaditi, ha suggerito ai Consigli dell'Ordine di esaminare nel dettaglio le domande di iscrizione nella sezione speciale dell'albo dedicata agli avvocati stabiliti. Per accedere ad essa, ricorda il parere, secondo la giurisprudenza comunitaria, ''e' necessario possedere una qualificazione professionale che sia effettiva e non solo formale''. Per questo bisogna procedere ''a un giudizio analitico caso per caso, verificando dalla documentazione prodotta quale sia la consistenza del percorso formativo e professionale dell'interessato''. In altre parole, ad avviso della commissione parai del Cnf ''colui che, come nel caso di cui alla sentenza C- 311/06 intenda spendere il titolo straniero dopo una procedura di trasferimento all'estero solo ''burocratica'' e senza documentare alcun periodo di esercizio professionale, potra' a buon diritto indurre a un rigetto della domanda''. Viceversa non potranno essere penalizzati i professionisti in possesso di cittadinanza italiana o formati in Italia, i quali dimostrino l'effettivo svolgimento di esperienza professionale all'estero. In risposta a una delle domande del Coa di Vicenza, la commissione pareri ha escluso che sia possibile, in via generale ed automatica, cancellare i soggetti che abbiano gia' ottenuto la iscrizione agli albi, attivita' che presupporrebbe un provvedimento di autotutela dell'Ordine condizionato alla dimostrazione dell'effettivo errore in cui sia incorso il Consiglio e all'accertamento di un interesse pubblico alla eliminazione della permanenza del soggetto negli albi. Ma se ''e' evidente la difficolta' di aggredire posizioni di diritto gia' acquisite'' nel passato, per il futuro ''l'efficacia vincolante della sentenza della Corte di Giustizia potra' condurre a rifiutare la iscrizione nell'albo qualora sia accertato il carattere artificioso del percorso che ha portato l'istante alla relativa richiesta''. Le norme. In premessa, il parere ripercorre i dati normativi alla base del sistema del riconoscimento dei titoli professionali. Attualmente il riconoscimento di qualifiche professionali acquisite all'estero in ambito comunitario, e' regolato dalla direttiva 2005/36/CE, recepita dal decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 206. Prima di tale data vigeva la normativa di cui alla direttiva 89/48/CEE, attuata in Italia con il dlgs 27 gennaio 1992, n. 115, oggi abrogato. Le modalita' del riconoscimento non hanno tuttavia subito sostanziali modifiche, sicche' puo' ritenersi che i principi' enunciati dal giudice comunitario a proposito della direttiva 89/48, applicabile ai fatti di causa, possano ritenersi vincolanti anche per l'esame di fattispecie concrete che ricadano sotto l'applicazione della successiva direttiva 2005/36. In tale contesto e' prevista espressamente la possibilita' di prescrivere all'interessato il sostenimento di una prova attitudinale, onde verificare e dunque garantire che egli sia in grado di svolgere la professione nell'ambito dell'ordinamento del Paese di stabilimento. Tale facolta' e' ribadita, con particolare riguardo alle professioni che richiedono approfondite conoscenze giuridiche, dall'art. 14, comma terzo, della direttiva 2005/36 (e recepita nell'art. 23 del d.lgs. 206/2007). Dalla prova attitudinale possono essere dispensati coloro che dimostrino l'avvenuto esercizio, effettivo e regolare, della professione forense con il titolo di origine, a seguito di iscrizione nella gia' ricordata sezione speciale dell'albo. Nel merito va ricordato che coloro che siano in possesso di un titolo di abilitazione professionale conseguito in altro Paese comunitario possono svolgere attivita' professionale in Italia a titolo permanente con il titolo professionale d'origine, tramite l'iscrizione nella sezione speciale annessa all'albo dedicata agli ''avvocati stabiliti'', come previsto dall'art. 6 del d. lgs. 2 febbraio 2001, n. 96. Vi e', poi, la possibilita' di ottenere l'iscrizione con il titolo professionale nazionale (nel caso di specie quello di ''avvocato''), fruendo della procedura di ''integrazione'' prevista dagli artt. 12 e segg. del citato d.lgs. 96/2001. Entrambi i percorsi per giungere al conseguimento del titolo italiano di ''avvocato'' (stabilimento per tre anni e successiva integrazione, oppure procedura di riconoscimento del titolo) presuppongono il possesso di un titolo straniero che validamente rappresenti il possesso di una qualificazione professionale di livello equiparato a quella nazionale.


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