Corte dei Conti depotenziata e abuso d'ufficio cancellato: le riforme che trasformano l'ordinamento italiano in un organismo senza difese, ignorando la rotta tracciata da Bruxelles

Il potere senza controllo. Quando lo Stato smonta i propri anticorpi

C'è un momento, nella vita di una democrazia, in cui il pericolo più grave non viene da chi viola le regole, ma da chi le riscrive perché nessuno possa più contestarne la violazione. Non un colpo di mano. Non una crisi improvvisa. Qualcosa di più sottile e, proprio per questo, di più insidioso: la rimozione metodica, pezzo dopo pezzo, degli strumenti attraverso i quali un ordinamento democratico tiene sotto controllo l'esercizio del potere pubblico.

È quello che sta accadendo in Italia. E sta accadendo con una coerenza che sarebbe difficile attribuire al caso.

Nel giro di meno di due anni, il governo ha smantellato due dei principali presìdi di legalità nella pubblica amministrazione: ha abolito il reato di abuso d'ufficio e ha depotenziato la Corte dei Conti con una riforma che ne vanificherà la funzione di controllo sugli sprechi di denaro pubblico.

Due interventi presentati con argomenti diversi (la "paura della firma", l'efficienza amministrativa, la semplificazione) ma convergenti verso un unico risultato: chi gestisce risorse pubbliche e chi esercita funzioni di potere è oggi meno controllato e meno controllabile di quanto non fosse prima.

Non è un dettaglio tecnico. È un fatto politico di prima grandezza.

Partiamo dalla Corte dei Conti. La riforma (legge n. 1/2026) agisce su più livelli, e su ciascuno nella stessa direzione: ridurre lo spazio in cui il controllo può effettivamente mordere.

Da un lato si ingolfa la Corte dei Conti con i pareri preventivi senza aumentare le risorse, dall'altro si fissa un termine di 30 giorni decorso il quale scatta il silenzio-assenso. L'effetto è facilmente prevedibile: una Corte sommersa da fascicoli che non può esaminare finisce per approvare tutto, non perché tutto sia regolare, ma perché il tempo non basta. Non è un potenziamento del controllo. È la sua neutralizzazione per sovraccarico.

Poi c'è la colpa grave, ridefinita in termini così restrittivi da diventare quasi inattingibile. E il doppio tetto al risarcimento, che limita il risarcimento del danno dovuto da chi ha usato male i soldi dei cittadini.

Se c'è spreco di denaro pubblico il danno lo pagherà la collettività.

Nessuno nega che la burocrazia difensiva sia un problema reale. Ma la risposta a un eccesso di cautela non può essere l'abolizione della cautela stessa.

E arriviamo all'abuso d'ufficio. L'articolo 323 del codice penale, abrogato nel 2024, era il presidio penale contro l'arbitrio del funzionario pubblico: il concorso truccato, la concessione edilizia rilasciata all'amico, l'appalto pilotato verso il soggetto "giusto". Condotte che non sempre integrano la corruzione ma che avvelenano la fiducia dei cittadini nell'imparzialità delle istituzioni. Il governo ha sostenuto che il reato era troppo vago, che c'erano moltissime assoluzioni (molte legate in realtà a una precedente riformulazione della norma), che i sindaci non firmavano più...

Argomenti suggestivi. Ma profondamente sbagliati.

Il fatto che un reato produca molte assoluzioni non significa che sia inutile: sarebbe come smantellare i controlli aeroportuali perché la maggior parte dei passeggeri non è armata. L'effetto deterrente, il messaggio che certe condotte possono avere conseguenze, scompare con la norma. E dove scompare il deterrente, fiorisce l'arbitrio.

Ciò che dovremmo comprendere è che il limite non è il nemico del potere, ne è la condizione di salute. Un potere che rimuove i propri vincoli non si libera: si ammala. E quando il potere si ammala, quella diventa presto la malattia di tutti.

L'Europa l'ha capito. Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo ha approvato con 581 voti favorevoli la prima direttiva anticorruzione della storia dell'Unione, che inserisce tra le fattispecie obbligatorie per gli Stati membri l'"esercizio illecito di funzioni pubbliche", una formulazione che ricalca nella sostanza ciò che Nordio ha cancellato. La relatrice, Raquel Garcia Hermida, è stata inequivocabile: l'Italia dovrà reintrodurre il reato, almeno nelle sue forme più gravi. 

Ma il governo non ha ascoltato subito l'invito. Ha fatto di peggio: ha dichiarato inammissibile un emendamento al decreto sicurezza che proponeva il ripristino dell'abuso d'ufficio. 

Lo ha dichiarato inammissibile benché l'attinenza con alcune norme contenute nel decreto lo rendesse tecnicamente ammissibile. Escluso prima ancora di poter essere discusso nel merito. Come se l'Europa non avesse parlato. 

Ed è qui che i due fili si annodano. La riforma della Corte dei Conti e l'abolizione dell'abuso d'ufficio non sono due provvedimenti distinti. Sono le due facce di un unico disegno: sottrarre il potere al controllo di legalità. Da un lato si depotenzia il giudice contabile, riducendo la responsabilità erariale a un'ipotesi residuale e trasformando il controllo concomitante in un optional. Dall'altro si cancella il reato che puniva l'abuso della funzione pubblica, lasciando un vuoto che né il peculato né la corruzione possono colmare. Il risultato è un amministratore pubblico che può sbagliare senza rispondere e abusare senza essere perseguito.

Un potere che non deve rendere conto a nessuno non è un potere più forte. È un potere che ha smesso di distinguere il lecito dall'illecito, perché nessuno glielo chiede più.

Non si tratta di tornare a un passato di paralisi amministrativa. Si tratta di capire che una democrazia senza controlli non è più efficiente: è più vulnerabile.

Ogni volta che si riduce il controllo sul potere, ogni volta che si indebolisce la responsabilità, non si semplifica l'amministrazione. Si toglie ai cittadini il diritto di sapere come vengono usati i loro soldi e in nome di chi viene esercitato il potere.

E allora la domanda non è se l'Italia saprà recepire la direttiva europea entro i ventiquattro mesi previsti. La domanda è un'altra, più profonda e più urgente: un Paese che smonta i propri anticorpi democratici uno alla volta, saprà riconoscere l'infezione prima che diventi irreversibile?

Avv. Roberto Cataldi


Altri articoli che potrebbero interessarti:
In evidenza oggi: