Quando la narrazione diventa manipolazione e il diritto al voto consapevole viene calpestato

Ci sono riforme che nascono per risolvere un problema e riforme che nascono perché quel problema viene raccontato in modo diverso.

La separazione delle carriere appartiene alla seconda categoria.

Da mesi il dibattito pubblico è stato accompagnato da un racconto semplice, quasi intuitivo: separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri renderebbe la giustizia più veloce, più giusta. Una narrazione efficace, che intercetta un disagio reale dei cittadini: la lentezza dei processi e la paura degli errori giudiziari. Ma l'efficacia narrativa non coincide necessariamente con la verità istituzionale. 

Il primo equivoco riguarda la velocità della giustizia. Si è lasciato intendere che la separazione delle carriere possa incidere sui tempi dei processi. 

Lo si è fatto per mesi. La stessa Presidente del Consiglio ha definito la separazione delle carriere "un'occasione storica per una giustizia più efficiente." Salvo poi assistere alle smentite dei suoi: il ministro Nordio ha ammesso che la riforma "non c'entra niente con l'efficienza della giustizia", e la senatrice Bongiorno si è spinta a definire "ignorante" chi possa pensare il contrario (video).

In realtà i fattori che determinano la lentezza del sistema giudiziario sono ben altri: carenze di organico, arretrati strutturali, organizzazione degli uffici, complessità delle procedure. 

Separare le carriere non riduce il numero dei fascicoli, non aumenta il personale, non semplifica il processo. È una riforma che riguarda l'assetto dell'ordine giudiziario, non il funzionamento quotidiano delle aule di tribunale. Presentarla come una risposta ai tempi della giustizia significa attribuirle un effetto che non può produrre, significa ingannare chi è chiamato a votare.

Il secondo equivoco riguarda gli errori giudiziari. Anche qui la promessa implicita è suggestiva: un sistema accusatorio più marcato renderebbe il giudice più distante dall'accusa e quindi più imparziale. 

Ma l'esperienza comparata mostra che gli errori giudiziari non dipendono dalla contiguità ordinamentale tra giudice e pubblico ministero. Nascono da false testimonianze (come nel tanto citato caso Tortora), da perizie sbagliate, da prove valutate male, da limiti inevitabilmente umani. 

L'esperienza internazionale lo conferma: i Paesi che adottano la separazione delle carriere non sono affatto immuni da errori giudiziari. Gli Stati Uniti ne sono l'esempio più evidente - un sistema fondato sulla netta distinzione tra giudici e prosecutors, eppure tra quelli con il più alto tasso di condanne ingiuste al mondo.

Pensare che basti modificare l'architettura istituzionale per eliminarli significa confondere la struttura con la qualità delle decisioni, su cui semmai servirebbero altri interventi.

Ma è un terzo aspetto, meno visibile nel dibattito pubblico, a rivelare il vero significato della riforma: il controllo del governo sulla magistratura.

Con la separazione delle carriere cambia l'equilibrio complessivo dell'ordine giudiziario: si moltiplicano gli organi di autogoverno e si introducono nuovi meccanismi di composizione. I membri togati saranno scelti per sorteggio, quelli laici dalla maggioranza parlamentare. Senza una garanzia costituzionale di maggioranza qualificata per l'elezione di questi ultimi, la maggioranza di governo potrà - da sola - determinarne la composizione, senza alcun reale confronto con le opposizioni. 

Le conseguenze sono evidenti: nei nuovi organi, compresa l'Alta Corte disciplinare, le decisioni sui magistrati saranno fortemente condizionate dalla componente di nomina politica.

In questo senso la separazione delle carriere non appare come una riforma della giustizia in senso stretto, ma come una riforma degli equilibri tra poteri. Sposta il baricentro del sistema senza intervenire sulle cause che rendono la giustizia lenta o inefficiente.

Il vero scopo non è separare le carriere, ma costruire un meccanismo di controllo politico della magistratura.

C'è poi un'ulteriore contraddizione che riguarda direttamente noi avvocati. La separazione delle carriere, presentata come una conquista del garantismo, rischia di produrre l'effetto opposto: un corpo di pubblici ministeri estraneo alla cultura della terzietà, più incline a concepirsi come pura parte accusatoria. Per chi difende i diritti degli imputati, non è di certo un progresso.

Eppure un'alternativa era stata proposta davanti alla Commissione Affari costituzionali di cui sono membro: costituzionalizzare i principi dell'art. 358 c.p.p., che impongono al PM di ricercare anche gli elementi a favore dell'indagato. Una strada che avrebbe rafforzato le garanzie senza alterare gli equilibri istituzionali. Ma evidentemente non era questo l'obiettivo.

Ed è lo stesso ministro Nordio a confermarlo. In una dichiarazione pubblica esordisce chiedendo: "Chi controlla la magistratura?" - per poi ammettere apertamente che con questa riforma l'obiettivo è proprio quello: controllarla. (video

La reazione della deputata Matone, della stessa maggioranza, è altrettanto rivelatrice: queste cose - dice - le condividiamo, ma non si dicono in pubblico. Non una smentita, dunque. Una conferma imbarazzante (video)

Ecco perché questo referendum merita un'attenzione che va oltre il quesito sulla scheda.

Quando una riforma costituzionale viene presentata come risposta a problemi che non può risolvere, il rischio non è soltanto la delusione. È che l'equilibrio tra i poteri venga ridisegnato senza che i cittadini ne siano pienamente consapevoli.

In una democrazia costituzionale, questo equilibrio si cambia con un dibattito limpido e informato. Non con una narrazione che nasconde il suo vero obiettivo.

Avv. Roberto Cataldi 


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