Il verdetto che cambia tutto
Sei voti a favore, tre contro. Con questa maggioranza cristallina, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha pronunciato il 20 febbraio 2026 quella che passerà alla storia come una delle più clamorose bocciature dell'era Trump: i dazi imposti unilateralmente dall'attuale presidente sulla base dell'International Emergency Economic Powers Act del 1977 sono illegittimi. Il Presidente non ha il potere di imporli. Punto.
La sentenza, redatta dal Chief Justice John Roberts in 170 pagine di argomentazioni giuridiche serrate, rappresenta molto più di una sconfitta processuale.
È il crollo di un'intera impalcatura di politica economica su cui Trump aveva costruito il suo secondo mandato. È la dimostrazione che anche in un sistema dove il potere esecutivo si è progressivamente rafforzato, esistono ancora limiti costituzionali invalicabili. È, soprattutto, un precedente giurisprudenziale destinato a condizionare per decenni le relazioni tra Presidente e Congresso in materia di commercio internazionale.Come avevo anticipato nel mio precedente articolo "La Svolta Giudiziaria che Cambia il Gioco" dello scorso ottobre, la sentenza della Corte d'Appello federale aveva già tracciato la strada. Ma allora si trattava di una decisione di secondo grado, sospesa in attesa del ricorso. Oggi la Corte Suprema ha confermato e cristallizzato quel principio, trasformandolo in stare decisis vincolante per tutto l'ordinamento giuridico americano.
E quando la Corte Suprema parla nel sistema di common law, non pronuncia semplicemente una sentenza: crea diritto vivente.
L'Anatomia di una Sentenza Storica.
Il testo integrale della sentenza, pubblicato dal New York Times, rivela un ragionamento giuridico di una chiarezza disarmante. Il Chief Justice Roberts parte da un principio fondamentale: «Il Presidente rivendica il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di importo, durata e portata illimitati. Alla luce dell'ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve identificare una chiara autorizzazione congressuale per esercitarla. Non può farlo».
La questione giuridica è cristallina. L'Articolo I, Sezione 8 della Costituzione degli Stati Uniti attribuisce al Congresso - non al Presidente - il potere di «imporre e riscuotere tasse, dazi, imposte ed accise». È un principio che risale ai Padri Fondatori, che vollero evitare che il potere esecutivo potesse tassare i cittadini senza il consenso dei loro rappresentanti eletti. Un principio nato dalla Rivoluzione Americana, quando le colonie si ribellarono proprio contro la tassazione imposta da Londra senza rappresentanza parlamentare.
L'amministrazione Trump aveva tentato di aggirare questo ostacolo costituzionale invocando l'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che conferisce al Presidente poteri straordinari in caso di emergenza nazionale.
Ma la Corte Suprema ha smontato questa tesi con un ragionamento inoppugnabile: la legge autorizza il Presidente a «regolare» le importazioni, non a imporre dazi.
Come ha scritto Roberts, «sulla base di due parole separate da altre 16 nell'IEEPA - "regolare" e "importazione" - il Presidente rivendica il potere indipendente di imporre dazi sulle importazioni da qualsiasi paese, di qualsiasi prodotto, a qualsiasi aliquota, per qualsiasi periodo di tempo».
È una distinzione sottile ma fondamentale. Il Presidente può bloccare transazioni, congelare asset, vietare investimenti. Ma non può creare nuovi tributi. Questa è una prerogativa esclusiva del Congresso. E quando il potere esecutivo sconfina nel territorio legislativo, la Corte Suprema interviene per ristabilire l'equilibrio costituzionale.
Particolarmente significativo è il fatto che tre giudici conservatori - Roberts, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett - si siano uniti ai tre giudici progressisti (Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson) per formare la maggioranza. Si tratta di una rara istanza in cui la Corte a guida conservatrice frena l'uso espansivo del potere esecutivo da parte di Trump.
La Reazione Furiosa: "Mi Vergogno di Alcuni Giudici".
La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere. In una conferenza stampa convocata d'urgenza alla Casa Bianca, il Presidente ha definito la sentenza «estremamente deludente» e ha aggiunto: «Mi vergogno per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l'America».
Ma Trump non si è fermato qui. Ha insinuato - senza fornire alcuna prova - che la Corte Suprema sarebbe stata «influenzata da interessi stranieri». «È mia opinione che la Corte sia stata influenzata da interessi stranieri e da un movimento politico molto più piccolo di quanto si pensi», ha dichiarato, aggiungendo: «I Paesi stranieri che ci hanno truffato per anni sono al settimo cielo, sono felicissimi. Ballano per le strade, ma vi assicuro che non balleranno a lungo».
L'ironia di queste affermazioni è palpabile. Trump sta accusando di tradimento una Corte Suprema a maggioranza conservatrice, tre dei cui membri - Gorsuch, Kavanaugh e Barrett - sono stati nominati da lui stesso durante il primo mandato. Una Corte che nel 2025 si è schierata ripetutamente a favore di Trump su temi come l'immigrazione, il licenziamento dei leader di agenzie indipendenti e i tagli radicali alla spesa pubblica. Ma sulla questione dazi, anche i giudici conservatori hanno tracciato una linea invalicabile.
E poi è arrivato il contrattacco. «Volevo fare il bravo ragazzo ma adesso intraprenderò un'altra strada», ha minacciato Trump. E ha subito annunciato: «Oggi firmerò un ordine per imporre dazi globali del 10% in aggiunta alle tariffe già esistenti».
Secondo Trump, «a partire da subito, tutti i dazi legati alla sicurezza nazionale ai sensi della Sezione 232 e tutti i dazi esistenti della Sezione 301 rimangono pienamente in vigore e applicabili». Il riferimento è ad altre basi legali per l'imposizione di dazi - la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 (che consente dazi per motivi di sicurezza nazionale) e la Sezione 301 del Trade Act del 1974 (che consente dazi in risposta a pratiche commerciali sleali). Strumenti che, almeno per ora, non sono stati toccati dalla sentenza della Corte Suprema.
Il Rebus dei Rimborsi: 240 Miliardi di Dollari o ferse più da Restituire.
Ma è sulle conseguenze economiche che questa sentenza mostra tutta la sua portata dirompente. Perché una cosa è dichiarare illegittimi i dazi per il futuro, un'altra è ordinarne la restituzione per il passato. E qui entra in gioco un principio fondamentale del diritto: quando un tributo viene riscosso sulla base di una norma successivamente dichiarata illegittima, il contribuente ha diritto alla restituzione integrale di quanto versato.
Secondo autorevoli testate americane, «il governo potrebbe dover restituire alle imprese che hanno pagato i dazi tutto quello che ha incassato. Secondo gli ultimi dati disponibili, si tratta di circa 240 miliardi di dollari». Una cifra astronomica che farebbe tremare qualsiasi bilancio pubblico, anche quello degli Stati Uniti.
Il giudice Brett Kavanaugh, uno dei tre dissidenti insieme a Clarence Thomas e Samuel Alito, ha espresso preoccupazione proprio su questo punto nella sua opinione di minoranza. Kavanaugh ha scritto: «Una delle questioni saranno i rimborsi: i rimborsi di miliardi di dollari avranno significative conseguenze per il Tesoro Usa. La Corte oggi non dice se, e come, il governo dovrebbe restituire i miliardi di dollari che ha raccolto dagli importatori, ma il processo sarebbe probabilmente caotico».
Ed è proprio questo caos il vero costo della vicenda. Perché non si tratta solo di restituire il capitale. Nel sistema giuridico americano, come in quello europeo, quando un tributo illegittimo viene restituito, devono essere aggiunti gli interessi calcolati dalla data dell'effettivo pagamento. E quando si parla di 240 miliardi di dollari o forse più, riscossi nell'arco di quasi due anni, gli interessi diventano una cifra che potrebbe far lievitare il conto totale ben oltre i 300 - 350 miliardi di dollari.
Diverse grandi aziende, in particolare europee, avevano già iniziato a muoversi per chiedere i rimborsi prima della sentenza odierna della Corte Suprema. Ora si aprirà una valanga di contenziosi. Ogni importatore dovrà dimostrare di aver effettivamente pagato i dazi, di averlo fatto in applicazione dei regolamenti dichiarati illegittimi, di non aver traslato completamente il costo sui consumatori finali. E l'amministrazione federale, oberata da decine di migliaia di istanze, impiegherà anni per esaminarle tutte.
Durante la conferenza stampa, Trump è stato interrogato proprio sulla questione dei rimborsi. La sua risposta è stata evasiva: «Sono frustrato dal fatto che la Corte Suprema non abbia affrontato questo aspetto nella sua decisione». Una non-risposta che lascia presagire mesi, se non anni, di battaglie legali.
Lo Stare Decisis: Il Precedente che Vincola il Futuro.
Per comprendere appieno la portata di questa decisione, occorre addentrarsi nei meccanismi del sistema di common law, profondamente diverso da quello di civil law che caratterizza l'Europa continentale. Nel nostro ordinamento, la giurisprudenza - per quanto autorevole - non è fonte del diritto. Una sentenza della Cassazione può orientare i giudici di merito, ma non li vincola formalmente.
Nel sistema anglosassone, invece, vige il principio dello stare decisis et non quieta movere: attieniti a ciò che è stato deciso e non turbare ciò che è stato stabilito.
Quando una corte superiore pronuncia un principio di diritto, quel principio diventa vincolante per tutti i giudici di grado inferiore e per la stessa corte che lo ha enunciato.
Non è un semplice orientamento: è diritto vivente, che si affianca alla legge scritta con pari dignità.
La decisione della Corte Suprema sui dazi Trump crea quindi un precedente che si irradia su tutto l'ordinamento giuridico americano. Ogni futura controversia in materia di dazi doganali imposti dal Presidente dovrà fare i conti con questo precedente. Ogni amministrazione futura - democratica o repubblicana che sia - dovrà rispettare questo limite costituzionale. E ogni giudice federale, dal più piccolo tribunale distrettuale fino alla Corte d'Appello, dovrà applicare questo principio.
Come ha scritto Roberts nella sentenza, accogliere le tesi dell'amministrazione «sostituirebbe la collaborazione di lunga data tra esecutivo e legislativo sulla politica commerciale con una politica presidenziale incontrollata». È un principio destinato a durare nel tempo, perché tocca l'equilibrio fondamentale tra i poteri dello Stato.
Certo, esistono meccanismi per superare un precedente. Il principale è l'overruling: la stessa Corte Suprema può, in un caso successivo, rivedere la propria giurisprudenza e affermare un principio diverso. Ma l'overruling è un evento raro e traumatico nel sistema di common law, perché mina la certezza del diritto e la prevedibilità delle decisioni giudiziarie.
Nel caso dei dazi Trump, è difficile immaginare un overruling a breve termine. Il principio affermato dalla Corte Suprema - la separazione dei poteri tra Congresso e Presidente in materia tributaria - è un pilastro costituzionale che affonda le radici nella storia americana. Rovesciarlo significherebbe riscrivere l'equilibrio tra i poteri dello Stato, un'operazione che nessuna Corte Suprema intraprende alla leggera.
L'Incertezza: Il Vero Costo della Guerra Commerciale.
Ma se il conto economico dei rimborsi è salato, il vero danno della vicenda Trump sta altrove: nell'incertezza. Perché quando le regole del gioco cambiano continuamente, quando ciò che oggi è legale domani può essere dichiarato illegittimo, quando gli accordi commerciali vengono azzerati da una sentenza, le imprese smettono di investire, i consumatori rinviano gli acquisti, i mercati si paralizzano.
La Commissione Europea ha reagito con cautela: «Prendiamo atto della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e la stiamo analizzando attentamente. Restiamo in stretto contatto con l'amministrazione statunitense per chiarire quali misure intende adottare in risposta a tale sentenza. Le imprese su entrambe le sponde dell'Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali».
È proprio questa stabilità e prevedibilità che è venuta meno. Tutti gli accordi commerciali stipulati negli ultimi due anni sulla base dei dazi Trump devono ora essere rivisti.
Le aziende che avevano riorganizzato le catene di approvvigionamento per aggirare i dazi si trovano ora con investimenti che potrebbero rivelarsi inutili. I Paesi che avevano fatto grosse concessioni a Trump per evitare l'imposizione di dazi si chiedono ora se quelle concessioni siano ancora valide.
Come avevo evidenziato nel mio precedente articolo, citando le analisi del premio Nobel Joseph Stiglitz, viviamo in un'epoca di transizione dove i vecchi modelli economici mostrano tutti i loro limiti. In questo contesto, le politiche protezionistiche e l'incertezza normativa rischiano di spingere l'economia globale verso la recessione.
Wall Street, curiosamente, ha reagito con cauta positività alla sentenza. Gli indici S&P 500 e Nasdaq hanno registrato lievi rialzi, segnalando che gli investitori vedono nell'annullamento dei dazi una riduzione dell'incertezza e dei costi per le imprese. Ma è una positività fragile, che potrebbe evaporare non appena Trump metterà in atto le sue minacce di nuovi dazi globali al 10%.
La Figuraccia Mondiale: Quando il Protezionismo Si Ritorce Contro.
Al di là delle conseguenze economiche e giuridiche, c'è un aspetto che non può essere trascurato: la figuraccia mondiale. Perché quando la Corte Suprema del tuo Paese dichiara illegittimi i dazi che hai imposto invocando emergenze nazionali inesistenti, quando ti ordina di restituire 240 miliardi di dollari ai partner commerciali che hai accusato di slealtà, quando il tuo "piano di riserva" si rivela un bluff, la credibilità internazionale ne esce a pezzi.
Gli Stati Uniti si sono sempre presentati come il campione del libero mercato e dello stato di diritto. Hanno predicato ai Paesi emergenti la necessità di rispettare le regole del commercio internazionale, di sottomettersi alle decisioni dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, di garantire certezza giuridica agli investitori stranieri. E ora si trovano nella paradossale situazione di essere stati condannati dalla propria Corte Suprema per aver violato quei principi.
Si tratta della «più grande sconfitta politica di Donald Trump, quella che mette a repentaglio l'impalcatura di politica economica su cui aveva costruito il suo secondo mandato alla Casa Bianca».
Il Canada, uno dei Paesi più penalizzati dai dazi, ha espresso soddisfazione. Dominic LeBlanc, ministro canadese per il commercio con gli USA, ha dichiarato che la decisione «rafforza la posizione del Canada secondo cui i dazi IEEPA imposti dagli Stati Uniti sono ingiustificati».
L'ironia è palpabile. Come scrivevo nel mio precedente articolo, «ride bene chi ride ultimo». E in questo caso, a ridere sono i partner commerciali che hanno subito i dazi Trump, che hanno visto crollare le loro esportazioni, che hanno dovuto riorganizzare le catene di approvvigionamento. Ora possono presentare il conto. E non sarà solo un conto economico, ma anche politico e diplomatico.
Il Piano di Riserva: Tra Retorica e Realtà Giuridica.
«Ho un piano di riserva», ha dichiarato Trump dopo la sentenza. Ma quale piano di riserva può esserci quando la massima autorità giudiziaria del Paese ha parlato" Nel sistema di common law, la Corte Suprema ha l'ultima parola. Non c'è appello, non c'è ricorso, non c'è autorità superiore che possa ribaltare la decisione.
Il "piano di riserva" di Trump consiste nell'invocare altre basi legali per imporre dazi: la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 (sicurezza nazionale) e la Sezione 301 del Trade Act del 1974 (pratiche commerciali sleali). Ma anche queste strade sono in salita. La Sezione 232 è stata utilizzata in passato per imporre dazi su acciaio e alluminio, ma la sua applicazione a categorie merceologiche più ampie potrebbe essere contestata. La Sezione 301 richiede un'indagine approfondita da parte del rappresentante commerciale degli Stati Uniti e non può essere invocata unilateralmente dal Presidente.
E poi c'è il nuovo annuncio: dazi globali del 10% «in aggiunta alle tariffe già esistenti». Ma su quale base legale" Trump non lo ha specificato. E questa vaghezza è sintomatica: il Presidente sta cercando di salvare la faccia di fronte ai suoi sostenitori, di mantenere viva la narrazione dell'America assediata da partner commerciali sleali. Ma la realtà è che questa battaglia è persa.
«Molti gruppi industriali hanno espresso preoccupazione che la decisione porterà a mesi di ulteriore incertezza mentre l'amministrazione persegue nuovi dazi attraverso altre autorità legali». È esattamente questo il punto: Trump può tentare altre strade, ma ognuna di esse sarà soggetta a scrutinio giudiziario. E dopo questa sentenza, i giudici federali saranno ancora più attenti a verificare che il Presidente non stia nuovamente sconfinando nei poteri del Congresso.
Le Conseguenze per il Settore Vitivinicolo Italiano.
Per il settore vitivinicolo italiano, che avevo analizzato approfonditamente nel mio precedente articolo, questa sentenza rappresenta un'opportunità ma anche una sfida. L'opportunità è evidente: i dazi che avevano penalizzato le esportazioni di vino italiano negli Stati Uniti sono stati dichiarati illegittimi. Le aziende che li hanno pagati possono ora chiederne il rimborso.
Ma la sfida è altrettanto chiara: l'incertezza continua. Trump ha annunciato nuovi dazi globali al 10%. Non sappiamo se questi dazi saranno effettivamente imposti, su quale base legale, e se resisteranno a un eventuale scrutinio giudiziario. Nel frattempo, le aziende vitivinicole italiane devono decidere se investire nuovamente nel mercato americano o diversificare verso altri mercati.
La lezione di questa vicenda è chiara: la diversificazione geografica dei mercati di sbocco non è più un'opzione, ma una necessità strategica. Il mercato americano rimarrà importante, ma non può più essere l'unico punto di riferimento. I mercati asiatici, africani e sudamericani offrono opportunità di crescita che devono essere esplorate con determinazione.
Conclusioni: Il Diritto Come Argine al Potere (Ma la Guerra Continua).
Questa vicenda ci insegna una lezione fondamentale: anche nelle democrazie più consolidate, anche nei Paesi più potenti, il diritto può ancora prevalere sulla forza. Quando un piccolo importatore di vini con 19 dipendenti può sfidare il Presidente degli Stati Uniti e vincere, quando la Corte Suprema può ordinare al governo federale di restituire 240 miliardi di dollari, quando un precedente giurisprudenziale può azzerare anni di politiche protezionistiche, significa che lo stato di diritto funziona ancora.
Ma questa vittoria del diritto ha un prezzo alto. I 240 miliardi di dollari che dovranno essere restituiti graveranno sui contribuenti americani. L'incertezza normativa continuerà a pesare sulle imprese. Le tensioni commerciali internazionali non si placheranno dall'oggi al domani. E Trump, con il suo annuncio di nuovi dazi globali al 10%, ha dimostrato che non intende arrendersi.
La sentenza della Corte Suprema passerà alla storia non solo per le sue conseguenze economiche, ma come esempio di come il sistema di common law, con il suo principio dello stare decisis, possa fungere da argine contro gli abusi del potere esecutivo. È una lezione che vale per gli Stati Uniti, ma anche per l'Europa e per tutti i Paesi che credono nello stato di diritto.
Ride bene chi ride ultimo, si dice. E in questo caso, a ridere sono coloro che hanno sempre creduto che il diritto, prima o poi, avrebbe prevalso sulla forza. Anche quando la forza si chiama Donald Trump e ha dalla sua parte il potere della Casa Bianca.
Ma la guerra commerciale non è finita. È solo entrata in una nuova fase. E questa fase sarà caratterizzata da una battaglia legale senza precedenti, con migliaia di contenziosi per i rimborsi, con nuovi tentativi di Trump di imporre dazi su altre basi legali, con l'incertezza che continuerà a pesare sui mercati globali.
Come avevo già scritto nel mio precedente articolo, «il futuro del commercio internazionale non è scritto nelle sentenze dei tribunali o nelle previsioni degli economisti, ma nella capacità di visione e di azione di chi opera quotidianamente». Oggi possiamo aggiungere: e nella capacità del diritto di porre limiti al potere, anche quando quel potere si ammanta di emergenze nazionali e di retorica protezionistica.
La partita è tutt'altro che chiusa. Ma almeno ora sappiamo che esistono ancora le regole. E che queste regole, quando vengono violate, possono essere fatte rispettare. Anche contro il Presidente degli Stati Uniti che oggi appare boxeur stordito dai colpi della Giustizia.
Avv. Erik Stefano Carlo Bodda
Avvocato del Foro di Torino, iscritto all'Albo Speciale dei Cassazionisti e delle Giurisdizioni Superiori
Fondatore di BODDA & PARTNERS
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