Carcerazione preventiva: serve l'intervento della politica perché non è un caso sporadico quello di Pittelli
chiavi di una cella in carcere

La carcerazione preventiva in Italia: il caso di Giancarlo Pittelli

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In Parlamento ci sono oltre 100 avvocati alcuni dei quali sono nel pieno esercizio della professione da penalisti. Celebre alla cronaca è stata la vicenda di Giancarlo Pittelli, avvocato penalista e politico che è finito in carcerazione preventiva lo scorso 8 dicembre 2021 per la notoria comunicazione inviata alla Ministra Mara Carfagna e consegnata dalla predetta all'ispettorato del Parlamento.
A seguito di questo tentativo di comunicazione, i giudici hanno deciso di far tornare in carcere Pittelli.
La vicenda però ha visto numerosi esponenti dell'avvocatura e della politica schierarsi solidalmente con Pittelli ed ora tali istanze sono state accolte ed è finalmente uscito dal carcere.

Non è un caso singolo: 1 detenuto su 3 in attesa di processo in carcere

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Se si pensa che il caso di Giancarlo Pittelli sia un caso isolato o la conseguenza di una battaglia individuale ci si sbaglia di grosso: come riportato, circa un detenuto su tre è in attesa di processo in stato di carcerazione preventiva.
Vi è di più, è notizia recentissima, che una giovane 29enne si è tolta la vita nemmeno 48 ore dopo il suo arresto nell'ambito di un'inchiesta per un'operazione antidroga.
Tutto ciò conferma la necessità di un'urgente discussione politica sulla carcerazione preventiva.
Non è questione di garantismo, non è questione di tempi lunghi dei processi, è una questione di civiltà e di democrazia.
I dati parlano chiaro: l'Italia è nei primi cinque paesi per tasso di detenuti in custodia cautelare, dato tratto dall'ultima relazione annuale del Ministero di Giustizia.
Inoltre, questo è causa in alcuni procedimenti di ingiusta detenzione.
Molti nomi autorevoli e di ideologie e ambienti diversi si sono schierati in favore di un intervento politico sulla carcerazione preventiva, nomi che spaziano da ex Pm di mani pulite fino a Sabino Cassese.
Non mancano le voci contrarie ma onestamente le argomentazioni a sostegno scricchiolano sotto il profilo logico e sistematico, risultando intrise di un certo giustizialismo esasperato ed esasperante per chi crede nello stato di diritto, nella democrazia e nel garantismo.

Referendum giustizia: ammissibilità della Consulta segna una svolta?

In attesa di un dibattito che includa tutti, il Partito Radicale e la Lega, come sappiamo, hanno presentato alcuni quesiti referendari sulla giustizia, sui quali si è espressa la Consulta martedì 15 febbraio.

Tra questi anche quello sulla custodia cautelare, appunto, che la Corte Costituzionale, ha dichiarato ammissibile "perché le rispettive richieste non rientrano in alcuna delle ipotesi per le quali l'ordinamento costituzionale esclude il ricorso all'istituto referendario".

Ricordiamo che il quesito presentato non prevede modifiche alla custodia cautelare preventiva per chi commette reati gravi, ma interviene solo su una delle c.d. "esigenze cautelari", ovvero quella relativa al pericolo di "reiterazione del reato". Tale motivazione è molto frequente nella prassi giudiziaria e talvolta viene applicata in maniera eccessiva rispetto al rischio in concreto.

La parola, dopo la decisione della Consulta, deve passare necessariamente alla politica, che deve compiere un gesto di responsabilità su una questione così delicata dimostrando di saper fare il proprio lavoro. Altrimenti sarà la politica a delegittimarsi da sola e sarà sempre più tangibile il rischio di derive giustizialiste sul punto. Ricordiamoci che il processo è già di per sé una pena, come giustamente diceva Carnelutti. Non dobbiamo utilizzare il processo penale per affermare la nostra capacità di vendicarci, ma per dimostrare quanto è sviluppato il nostro grado di democrazia e di civiltà.

Avv. Carlo Casini - Roma, cap 00192, Via Cola Di Rienzo n. 111
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