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Stop ai contratti di solidarietà espansiva

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Un emendamento al decreto Crescita istituisce al loro posto i contratti di espansione che riguarderanno solo le aziende di grandi dimensioni
uomini intorno a un tavolo con grafico a torta su crescita

di Gabriella Lax - Basta ai contratti di solidarietà espansiva. Lo prevede un emendamento al decreto Crescita in conversione in Parlamento che istituisce al loro posto i contratti di espansione ma solo per le aziende di grandi dimensioni.

Contratti di solidarietà espansiva, le novità

L'emendamento al decreto Crescita stabilisce che i nuovi contratti di espansione potranno riguardare solo le aziende con organico sopra mille dipendenti, e saranno attivi per soli due anni in via sperimentale, cioè gli anni 2019 e 2020, e comunque entro il limite di spesa di 40 mln per il 2019 e di 30 mln per il 2020.

Sarà possibile ridurre l'orario di lavoro ai dipendenti e lasciare a casa quelli vicini alla pensione, cioè entro 84 mesi dal diritto alla pensione di vecchiaia o anticipata (24 mesi per la sola pensione di vecchiaia, con la solidarietà).

Destinatari del contratto le imprese con organico superiore a mille unità lavorative, interessate da azioni di reindustrializzazione e riorganizzazione con modifica dei processi aziendali.

Ma quali sono le misure di semplificazione e di contenimento degli oneri sul lavoro per le aziende interessate?

Cosa sono i contratti di espansione

Intanto l'azienda dovrà pianificare nuove assunzioni a tempo indeterminato, anche con contratto di apprendistato professionalizzante, In quest'ultimo caso non dovrà assolvere a tutti i rituali adempimenti formativi, che si ritengono assolti con la sola formazione pratica sul lavoro. Ed ancora, in relazione ai dipendenti in forza, per l'impresa sarà possibile ridurre l'orario di lavoro, in media non superiore al 30% dell'orario ordinario, ma potendo arrivare anche fino al 100% (cioè astensione totale) con singoli lavoratori che vi acconsentano, ricorrendo alla Cigs (cassa integrazione guadagni straordinaria) per una durata massima di 18 mesi. L'azienda infine può ricorrere a licenziamenti anticipati dei dipendenti ai quali mancano fino a 84 mesi per arrivare alla pensione di vecchiaia o anticipata. In questi casi non si tratterebbe di prepensionamenti, come succedeva col contratto di solidarietà, ma di una procedura di esodo agevolato. Una manovra che va concordata tra azienda e lavoratori, con la sottoscrizione di atti di transazione stabilendo che, a fronte della risoluzione del rapporto di lavoro, l'azienda versi al lavoratore un'indennità mensile pari alla pensione lorda fino ad allora maturata come calcolata dall'Inps. Solo se la prima scadenza utile riguarda la pensione anticipata, l'azienda è tenuta anche al versamento dei contributi previdenziali (necessari a maturare il diritto alla pensione).

(05/06/2019 - Gabriella Lax) Foto: 123rf.com
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