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La presunzione di innocenza

La presunzione costituzionale di non colpevolezza
uomo indicato da varie mani come colpevole

di Dario Luraghi - La presunzione costituzionale di non colpevolezza (art. 27 co.2 Cost. "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva") trova un esatto corrispondente nella CEDU all'art. 6 co. 2, secondo il quale "Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata".

La presunzione di innocenza ha una duplice incidenza, sia a livello di trattamento che di giudizio.

Per quanto riguarda il trattamento l'indagato/imputato deve essere trattato come ogni altro cittadino o individuo non colpevole. Tale regola di trattamento si scontra inevitabilmente con il sistema delle misure cautelari coercitive (custodia
in carcere, arresti domiciliari, custodia in luogo di cura, divieto di espatrio, obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria, allontanamento dalla casa familiare, divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa etc.) giustificate dall'art. 13 Cost. ("il legislatore deve stabilire la durata massima della carcerazione preventiva").

Per alcuni tale giustificazione è una scelta politica e non di logica giuridica (la collettività può accettare difficilmente che un
indagato per gravi reati rimanga in libertà).
La finalità della custodia cautelare tuttavia non può essere contraria alla presunzione di non colpevolezza.

Secondo i dati ISTAT (2016), attualmente facendo qualche approssimazione, su 62.000 carcerati circa, oltre il 35% è in attesa di un giudizio definitivo. Traducendo, una persona su tre, presunta innocente, si trova in carcere in attesa di giudizio definitivo.

Inoltre nel codice di procedura penale l' art. 274 co.1 lett. c fa emergere qualche dubbio, dove, descrivendo una delle tre esigenze cautelari necessarie per la limitazione della libertà personale, la "pericolosità sociale" risiede nella "presunta" colpevolezza dell'indagato.
Desta altresì qualche perplessità la disposizione dell'art. 282 quater c.p.p. dove si prevede che, in materia di stalking e maltrattamenti in famiglia, "quando l'imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi socio-assistenziali del territorio, il responsabile del servizio ne dà comunicazione al P.M. e al giudice ai fini della valutazione ai sensi dell'articolo 299 co.2" (periodo introdotto dal D.L. 93/2013): chi si sottopone a queste terapie è un presunto innocente.

In tema di giudizio ciò che si intende provare durante l'intero processo è la colpevolezza del soggetto, e non l'innocenza.

Nell'imporre all'accusa l'onere della prova, l'ordinamento esclude, in ogni caso, un onere di difesa. L'imputato così potrà decidere se fornire o meno prove a discarico, se cercare di confutare l'accusa o invece limitarsi alla negazione. Ma l'onere della prova permane esclusivamente a carico del P.M.?
In linea teorica sì, ma di fatto il giudice può disporre l'assunzione di prove a carico e discarico (ciò non accade nel processo civile), infatti l'art. 507 c.p.p. dispone che "terminata l'acquisizione delle prove, il giudice, se risulta necessario può disporre anche d'ufficio nuovi mezzi di prova".

Come si supera una presunzione (di non colpevolezza)?

Con una certezza di segno contrario. Quando la colpevolezza viene dimostrata "al di là ogni ragionevole dubbio" (art. 533 c.p.p.) e quando non si verifica che la "prova manca, è insufficiente o è contraddittoria" (art. 530 co.2 c.p.p.) solo allora sarà pronunciata sentenza di condanna.

Sempre nel rispetto del principio di non colpevolezza, in tema di proscioglimento, l'imputato deve essere assolto con la
formula più favorevole, come più volte ribadito dalla Corte di Cassazione. In particolare la gerarchia delle formule di assoluzione è indicata all'art. 129 c.p.p., in particolare, in ordine decrescente: assoluzione perché il fatto non sussiste; per non aver commesso il fatto; perché il fatto non costituisce reato; perché il fatto non è previsto dalla legge come reato; per causa di non punibilità (es. infermità mentale).

Dario Luraghi - daluraghi@libero.it

(24/09/2016 - VV AA) Foto: 123rf.com
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