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Il nuovo referendum sulla Costituzione. Vediamo di che si tratta

I principali punti della riforma e le ragioni addotte dai sostenitori del sì e del no
Elettore che inserisce la scheda nell'urna

di Valeria Zeppilli – Nel prossimo autunno gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimere il loro parere sulla riforma costituzionale già approvata in doppia lettura da Camera e Senato.

Si tratta di un'occasione di grandissima rilevanza politica dato che il risultato del referendum potrebbe influenzare il destino del Governo, considerando l'impegno del presidente del consiglio Renzi e della ministra Boschi di dimettersi in caso di bocciatura.

Analizziamo, quindi, i principali punti della riforma, per tentare di comprendere su cosa effettivamente dovranno pronunciarsi gli elettori.

Titolo V, CNEL e Province

Innanzitutto si segnala l'accentramento di numerose competenze attraverso la nuova modifica del Titolo V della Costituzione, con il passaggio di circa 20 materie tra quelle di competenza esclusiva statale (ad esempio: sicurezza sul lavoro, politiche per l'occupazione, ordinamento delle professioni, etc.).

Si segnala, poi, la prevista abolizione del Consiglio nazionale per l'economia e per il lavoro oltre che delle Province come enti costituzionalmente necessari.

Riforma del Senato

Il punto cardine della riforma, però, è rappresentato dal superamento del bicameralismo perfetto attraverso un notevole intervento sul Senato che eliminerebbe il suo ruolo di coprotagonista insieme alla Camera dei deputati nell'approvazione delle leggi ordinarie e di bilancio e nella concessione della fiducia al Governo.

Il Senato, infatti, nelle previsioni della riforma non sarebbe più eletto dal popolo ma diventerebbe un organo rappresentativo delle autonomie regionali con la conseguenza che 95 dei 100 senatori (e non più dei 315 che ci sono ora) sarebbero nominati dai consigli regionali seguendo le seguenti proporzioni: con metodo proporzionale sarebbero scelti un sindaco per regione e due per il Trentino Alto Adige, per un totale di 21, e almeno due consiglieri regionali per regione, in numero variabile a seconda della popolazione e dei voti ottenuti dai partiti per un totale complessivo di 74. Tutti rimarrebbero in carica per la durata del loro mandato locale.

I restanti 5 senatori sarebbero nominati dal Presidente della repubblica per una durata di sette anni.

Per quanto riguarda i senatori a vita, come è evidente, essi non sarebbero più nominati. Resterebbero, però, in carica gli attuali sei.

Oltre alla composizione, le novità inerenti il Senato consistono nell'abolizione dello stipendio per i senatori, che percepiranno solo quello di amministratori locali, e nel ridimensionamento dei compiti istituzionali di tale organo.

Soffermandoci su tale ultimo aspetto, la funzione principale del nuovo Senato dovrebbe essere quella di fare da raccordo tra Stato, Regioni e Comuni.

Per il resto, il testo approvato della riforma prevede che il nuovo organo esprima dei pareri sui progetti di legge approvati e proponga modifiche (non vincolanti) entro trenta giorni.

Resta ferma la partecipazione nell'elezione dei membri del CSM, dei giudici della Corte costituzionale e del Presidente della Repubblica.

Presidente della Repubblica

Proprio quest'ultimo aspetto merita un ulteriore approfondimento.

La riforma che sarà presto sottoposta al vaglio degli italiani, infatti, prevede che l'elezione del Presidente della repubblica spetterà solo alle camere in seduta comune, mentre verranno estromessi i delegati regionali.

Per quanto riguarda il relativo quorum, sino al quarto scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quinto al sesto scrutinio quella dei tre quinti dei componenti, dal settimo scrutinio in poi quella dei tre quinti dei votanti.

Leggi elettorali

Con riferimento alle leggi elettorali, si prevede la possibilità di sottoporle a giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale, se ne facciano richiesta entro dieci giorni dalla loro approvazione, con ricorso motivato, almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o almeno un terzo dei componenti del Senato.

Leggi di iniziativa popolare e referendum propositivi

Tra le novità della riforma si segnala poi che per le proposte di legge di iniziativa popolare non saranno richieste più 50mila ma 150mila firme e la relativa deliberazione verrà sottoposta a termini e passaggi certi.

Si segnala, inoltre, l'introduzione dei cd. referendum popolari propositivi e di indirizzo.

Altre novità

Altre novità riguardano la modifica nella maggioranza parlamentare necessaria per la delibera dello stato di guerra, l'istituzione nella Camera dei deputati dello statuto delle opposizioni e la nomina dei giudici costituzionali.

Il referendum

Su questa riforma, operativamente, gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi mediante referendum costituzionale, che è quello previsto dall'articolo 138 della Costituzione.

Esso, da indire entro massimo tre mesi dall'approvazione della legge di revisione costituzionale, non richiede il raggiungimento del quorum del 50% + 1 degli elettori per la sua validità.

L'articolo 138, infatti, sancisce che le leggi di revisione costituzionale sono sottoposte a referendum quando ne facciano richiesta entro il predetto termine un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Assemblee regionali e che la legge che viene sottoposta a referendum è promulgata solo se approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Si segnala che la riforma è sottoposta al vaglio nella sua interezza, il che vuol dire che o la si approva tutta o la si respinge tutta.

Perché votare sì

La lotta tra sostenitori del sì e sostenitori del no è già aperta ed è resa ancor più aspra del solito dalla rilevanza politica che è stata assegnata all'appuntamento di ottobre.

I sostenitori del sì ritengono che dalla riforma potrebbe derivare un alleggerimento in termini tecnici ed economici della procedura legislativa italiana e dell'intero sistema politico, grazie all'addio al bicameralismo perfetto, all'abolizione del CNEL e alla diminuzione del numero dei parlamentari. Senza considerare la diminuzione del contenzioso tra Stato e Regioni.

I sostenitori del sì vedono inoltre di buon occhio il rapporto di fiducia esclusivo che si verrebbe a creare tra Governo e Camera dei deputati se la riforma dovesse passare.

Perché votare no

Il comitato del no, invece, fa leva su numerosi aspetti critici della riforma per sostenerne la bocciatura.

Oltre al fatto che essa non sarebbe legittima in quanto non prodotta da un Parlamento eletto dal popolo ma eletto attraverso una legge incostituzionale e al fatto che essa sarebbe scritta in maniera poco chiara e non per libera iniziativa del Parlamento, i sostenitori del no rifiutano l'indennità parlamentare che anche gli amministratori locali andrebbero a ricevere.

Vengono reputati inaccettabili, poi, il fatto che il bicameralismo perfetto non sarebbe in realtà superato ma solo reso più complesso, così come il fatto che sarebbe resa più complessa nei fatti anche la funzione legislativa.

Il comitato del no, inoltre, sottolinea delle criticità relative all'ampliamento della partecipazione diretta dei cittadini in relazione ai disegni di legge di iniziativa popolare e all'effettivo abbattimento dei costi della politica.

Valeria Zeppilli
Consulenza Legale
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
(06/06/2016 - Valeria Zeppilli)
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