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Il reato di riciclaggio

Analisi dei confini giuridici del delitto di riciclaggio attraverso l'individuazione delle differenze con altre fattispecie penali
Uomo in manette

di Giovanni Tringali - La numerosa giurisprudenza e l'elaborazione dottrinale in materia evidenziano la complessità delle fattispecie che vengono ricomprese sotto la figura delittuosa del riciclaggio. Non è semplice la delimitazione dei confini giuridici tra il reato in questione e altri delitti quali il favoreggiamento, la ricettazione, il reimpiego, l'autoriciclaggio, il trasferimento fraudolento di valori o l'aggravante di cui al sesto comma dell'art. 416-bis del codice penale. Ma è proprio grazie alle differenze che sussistono tra i diversi reati in questione che si possono delineare i contorni normativi del riciclaggio. Si tratta di dare un senso globale e organico ad una serie di norme che sono state create e modificate in tempi diversi, un puzzle che sembra inestricabile, fatto di fattispecie che appaiono accavallarsi e confondersi.

In sintesi il riciclaggio può essere definito come l'insieme delle operazioni poste in essere per "lavare" il denaro, i beni o altre utilità di origine illecita, allo scopo di far perdere le tracce della loro provenienza delittuosa.

La norma

Art. 648-bis c.p. - Riciclaggio

«Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000.

La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell'esercizio di un'attività professionale.

La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita le pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni. Si applica l'ultimo comma dell'articolo 648».

Bene giuridico protetto

Si è propensi a considerare il riciclaggio un delitto plurioffensivo. Difatti, le condotte di riciclaggio non offendono solo l'ambito patrimoniale, ma incidono sull'interesse all'accertamento dei fatti, inquinano l'economia, ledono il mercato, falsano la libera concorrenza, minano la stabilità e l'affidabilità degli intermediari finanziari: in altri termini il reato è caratterizzato da una polivalenza di scopi politico-criminali per cui il bene giuridico tutelato è sia l'amministrazione della giustizia ma anche l'ordine pubblico e l'ordine economico.

Elemento soggettivo

Si tratta di dolo generico ovvero occorre la coscienza e la volontà di sostituire/trasferire i proventi illeciti o di compiere altre operazioni di intralcio all'accertamento della verità. Soggetto attivo è chiunque.

Alcuni ritengono che il delitto possa configurarsi anche nella forma del dolo eventuale per esempio quando l'agente si rappresenta la concreta possibilità, accettandone il rischio, della provenienza delittuosa del denaro ricevuto ed investito. In questo senso, è ritenuta sufficiente una generica consapevolezza della provenienza delittuosa della res.

Una tale ricostruzione è a mio parere inaccettabile posto che ai sensi dell'art. 43 comma 1 c.p. il delitto è doloso, o secondo l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell'azione o omissione e da cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è dall'agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione. L'oggetto del dolo (quindi diretto) nel riciclaggio è costituito dall'evento pericoloso in senso naturalistico ossia dalla modificazione del mondo esterno provocata dal soggetto con la sua condotta di sostituzione, trasferimento o compimento di altre operazioni dirette ad ostacolare l'identificazione della provenienza illecita di denaro, beni e altre utilità: di tale provenienza egli deve essere pienamente consapevole. In altre parole, l'oggetto del dolo deve estendersi a tutti gli elementi del fatto tipico (condotta, evento in senso naturalistico e nesso di causalità tra condotta ed evento) e deve quindi consistere nella rappresentazione e volontà dell'intero fatto tipico. In tale contesto, sembra opportuno richiamare l'art. 47 c.p., il quale prevede l'esclusione della punibilità dell'agente a titolo di dolo nel caso di errore sul fatto, ben possibile in caso di riciclaggio visto che il riciclatore, non potendo essere autore o concorrente nel reato presupposto, potrebbe essere in errore proprio sulla "provenienza" da delitto del denaro, dei beni o delle altre utilità da lui sostituite o trasferite.

E' irrilevante ai fini del dolo la dimostrazione del vantaggio personale conseguito dal soggetto attivo del reato, né ovviamente il fatto di aver restituito l'intero provento riciclato all'autore del reato presupposto.

Elemento oggettivo

La condotta incriminata si presenta bifronte:

a. sostituire o trasferire denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo,

b. compiere altre operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa.

Affinché si realizzi il delitto di riciclaggio, è necessaria la commissione di un reato presupposto, costituito da qualsiasi delitto non colposo, ivi compresi quelli tributari, societari e finanziari. Si noti che nel reato di reimpiego si fa riferimento solo ai delitti comprendendovi quindi anche quelli colposi. Quanto all'onere probatorio da soddisfare in relazione al citato "reato presupposto" non si richiede la sua esatta individuazione o l'accertamento giudiziale, essendo sufficiente che lo stesso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti, almeno astrattamente configurabile. Non è richiesto neppure l'individuazione dell'autore del medesimo. Il riciclaggio si realizza anche se il delitto presupposto è stato commesso da persona non punibile o non imputabile o quando manchi una condizione di procedibilità a tale reato.

Nel concetto di sostituzione rientrano tutte le attività dirette al "lavaggio" del denaro sporco, al fine di separarlo da ogni possibile collegamento con il reato che lo ha originato, quindi significa rimpiazzare il denaro o i valori sporchi con quelli puliti.

La condotta di trasferimento, invece, è una specificazione della sostituzione che colpisce le condotte di movimentazione (da un soggetto ad altro soggetto o da un luogo ad un altro) ai fini di ripulitura che si avvalgono di strumenti negoziali o giuridici. Secondo la Cassazione rileva penalmente anche il trasferimento materiale da un luogo ad un altro dei proventi illeciti ove ciò renda di fatto più difficoltosa l'identificazione dell'origine illecita.

Compiere altre operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa è la modalità che più presta il fianco alle critiche perché non è facile stabilire cosa effettivamente essa significhi. La previsione consente, in verità, di colpire efficacemente gli autori di tale delitto visto che le tecniche di ripulitura possono essere le più fantasiose e articolate possibili.

In tutti i casi si tratta di reato istantaneo di mera condotta e di pericolo concreto per cui l'azione del soggetto attivo, che può essere chiunque, dovrà risultare concretamente idonea a dissimulare l'origine illecita dei proventi, non essendo necessario che si verifichi l'evento, ossia che si porti a termine la dissimulazione. Per intenderci, occorre che la condotta dia luogo ad una difficoltà nell'individuazione della provenienza delittuosa dei beni senza ovviamente determinare un'oggettiva impossibilità di accertare l'origine criminosa dei valori.

Da quanto appena detto ne discende l'impossibilità che il reato possa configurarsi nella forma omissiva o che possa configurarsi un concorso omissivo in condotte attive (es. di un direttore di banca che non impedisca operazioni di riciclaggio di un suo sottoposto). La questione non è tuttavia pacifica, nel senso che qualcuno ipotizza anche la forma omissiva nel caso ad es. della mancata segnalazione di un'operazione sospetta imposta dalla normativa antiriciclaggio[1]. Potrebbe in verità richiamarsi l'art. 40 c.p. comma 2 il quale, a proposito del rapporto di causalità, stabilisce che "non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo".

Considerato che il lavaggio (sostituzione e trasferimento) dei proventi illeciti deve consistere necessariamente in una attività diretta anche ad occultarne l'origine criminosa si potrebbe sostenere che la previsione consistente nel "compimento di altre operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa" sia in realtà superflua. Qualche autore ha giustamente sostenuto esistere uno spazio di autonomia nel caso in cui ad es. sia intervenuta l'apertura delle indagini e di conseguenza la condotta delittuosa si presenti come strumento volto alla loro neutralizzazione. D'altro canto, si tende a privilegiare un concetto molto ampio del termine "operazioni" facendovi rientrare tutte quelle attività che abbiano una reale attitudine ostacolatoria, dove ostacolare non significa rendere impossibile identificare la provenienza illecita dei proventi ma semplicemente renderla più difficoltosa.

Riguardo l'oggetto materiale del reato, in linea generale si afferma la riciclabilità sia del prezzo, sia del prodotto che del profitto del reato presupposto, quindi qualsiasi entità economicamente apprezzabile, che sia esistente al momento della sua realizzazione (immobili, imprese, titoli, metalli preziosi, diritti di credito, avviamento aziendale, strumenti finanziari, ecc.). La fattispecie in esame punisce non solo le condotte che hanno ad oggetto i proventi diretti dei reati presupposti, ma anche quelle che hanno ad oggetto denaro o valori che abbiano provenienza mediata da delitto: si tratta del c.d. "riciclaggio indiretto" configurabile qualora le operazioni poste in essere siano relative ad utilità a loro volta già oggetto di forme di dissimulazione dell'illecita provenienza dei proventi e che rileva - penalmente parlando - fintanto che l'agente è consapevole della derivazione delittuosa degli stessi.

Il delitto può essere commesso con una sola azione, ovvero con più distinte azioni costituenti ulteriori violazioni della stessa norma incriminatrice, eventualmente unite dal vincolo della continuazione.

Consumazione

Si tratta di reato istantaneo, che si considera quindi consumato con il compimento della sostituzione, del trasferimento o delle operazioni ostacolanti l'accertamento della provenienza delittuosa dei beni. E' sufficiente il compimento di una sola delle condotte previste (sostituzione, trasferimento o altre operazioni), ma il delitto può benissimo continuare ad attuarsi attraverso ulteriori operazioni volte a nascondere l'origine delittuosa del bene.

Il delitto di riciclaggio è a forma libera e, potenzialmente, può presentarsi anche a consumazione prolungata attuabile anche con modalità frammentarie e progressive. Nel caso in cui il riciclatore si avvalga di un conto corrente, qualsiasi prelievo o trasferimento di fondi successivo a precedenti versamenti di somme di provenienza delittuosa integra di per sè un altro autonomo atto di riciclaggio, così come lo integra anche il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da un c/c ad un altro diversamente intestato ed acceso presso un differente istituto di credito. In questo senso il riciclaggio ben può presentarsi come reato continuato e ai fini della prescrizione occorrerà guardare l'ultimo atto di sostituzione o trasferimento. Si consideri che proprio la fungibilità del denaro fa sì che esso venga automaticamente sostituito, essendo l'istituto di credito obbligato a restituire al depositante il mero tantundem. Sicuramente per determinare il tempus commissi delicti non bisogna avere riguardo al giorno del versamento della relativa provvista illecita, avendo ogni singolo atto di prelievo o trasferimento autonomia delittuosa rispetto ai precedenti segmenti operativi che detta provvista hanno costituito. In altre parole, il delitto si potrebbe escludere soltanto solo se in un qualche momento il saldo del conto corrente fosse stato azzerato e, dopo, i nuovi versamenti pervenutivi fossero stati tutti di provenienza non delittuosa.

Clausola di riserva e concorso eventuale di persone nel reato

La clausola di riserva posta ad incipit della norma "fuori dei casi di concorso nel reato" esclude la punibilità a titolo di riciclaggio di chi abbia commesso o concorso a commettere il reato presupposto da cui provengono il denaro, i beni o le altre utilità.

Tale previsione costituisce una deroga al concorso di reati e trova la sua ragion d'essere nella valutazione, tipizzata dal legislatore, di ritenere sufficiente punire l'autore per aver commesso il delitto presupposto. Ovviamente le cose sono cambiate a seguito dell'introduzione del reato di autoriciclaggio (di cui si accennerà infra).

Se Tizio (autore del delitto presupposto) si mette preventivamente d'accordo con Caio che si dichiara pronto a ripulire i proventi illeciti, allora Caio, avendo realisticamente rafforzato il proposito di Tizio di commettere il reato presupposto, risponde solo del delitto presupposto in "concorso" con Tizio e non di riciclaggio. Ogni contributo causale che abbia determinato, sotto il profilo materiale o psicologico, la commissione del reato presupposto integra l'ipotesi del concorso nello stesso: occorrerà verificare, caso per caso, se la preventiva assicurazione di "lavare" il denaro abbia realmente (o meno) agevolato o rafforzato, nell'autore del reato principale, la decisione di delinquere. In ogni caso, per sussistere il concorso ed escludersi il riciclaggio, Caio deve rappresentarsi gli effetti della propria condotta sulla realizzazione del c.d. reato presupposto e deve volerli come consapevole contributo alla realizzazione dello stesso.

Tizio, disoccupato in disperata ricerca di lavoro, viene indotto da Caio a entrare in banca e a richiedere il rilascio di una carta di credito prepagata su cui verranno accreditate le somme di denaro derivanti da un lavoro promesso a Tizio. Caio, successivamente, convince Tizio a farsi consegnare temporaneamente la carta di credito prepagata insieme al pin che consente il prelievo di contanti presso i normali sportelli automatici e la fotocopia della carta d'identità, con la scusa che ciò sia necessario ad istruire la pratica per il promesso lavoro. In realtà, Caio è un furbacchione che avendo realizzato varie truffe online ha bisogno della carta di credito per potervi accreditare le somme di denaro illecitamente ottenute e per poterle, poi, prelevare in contanti. Prima di far confluire le somme illecitamente ottenute dalla realizzazione delle varie truffe nel conto corrente collegato alla carta di credito intestata a Tizio, Caio riesce, questa volta in concorso con Sempronio, ad ottenere il rilascio di altre carte di credito online e ad aprire dei conti gioco intestati a Tizio dove far transitare i profitti illeciti al fine di farne perdere le tracce (il tutto avviene grazie al possesso fraudolento della fotocopia del documento di identità). Di cosa può essere accusato Tizio, Caio e Sempronio?

Caio è autore delle truffe e partecipa materialmente anche all'attività di riciclaggio insieme a Sempronio. Egli, tuttavia, non sarà punibile a titolo di riciclaggio essendo l'autore del reato presupposto da cui derivano i proventi ripuliti. Risponderà per la truffa, eventualmente di autoriciclaggio, ma anche per l'utilizzo indebito delle carte di credito e dei conti gioco ai sensi del D.lgs. 231/2007[2] . Secondo una giurisprudenza, anche l'uso da parte di un terzo di una carta di credito, autorizzato dal titolare, integra il reato di cui all'art. 55 del citato D.lgs. in quanto la legittimazione all'impiego del documento è contrattualmente conferita dall'istituto emittente al solo intestatario, di conseguenza il reato scatterebbe già per l'indebito utilizzo della carta di credito prepagata. Il reato di indebita utilizzazione di carta di credito o di pagamento assorbe il reato di sostituzione di persona di cui all'art. 494 c.p. ogniqualvolta la sostituzione contestata sia stata posta in essere con la stessa condotta materiale integrante il primo reato. Ciò discende dalla clausola di riserva "se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica" inserita nel reato de quo.

Sempronio, non partecipa alle truffe e non ha determinato Caio a commetterle neanche a titolo di concorso morale, ad esempio istigandolo o rafforzando il suo proposito. Egli, però, è consapevole che Caio ha commesso dei delitti e che la sua condotta lo aiuterà a dissimulare la provenienza dei profitti illeciti. Risponderà di riciclaggio e utilizzo indebito di carte di credito e conti gioco.

Tizio, non partecipa alle truffe, ma dà un contributo "materiale" a Caio e Sempronio nel realizzare il riciclaggio grazie al fatto di essersi intestato la carta di credito e averla successivamente consegnata a Caio, insieme alla fotocopia della propria carta d'identità. Orbene, il riciclaggio è un delitto doloso per cui occorre coscienza e volontà dell'agente di porre in essere la condotta prevista dalla norma incriminatrice con la consapevolezza della provenienza da delitto doloso, anche mediata, del denaro, del bene o dell'altra utilità. In questo senso, affinchè Tizio possa essere ritenuto responsabile di riciclaggio o di truffa occorre provare che egli fosse a conoscenza che Caio avrebbe utilizzato sicuramente la carta di credito prepagata per farvi confluire somme di denaro illecite derivante dalle truffe perpetrate dallo stesso Caio. Il suo contributo "materiale" non è accompagnato da un contributo psicologico e quindi non dovrebbero scattare le norme sul concorso di persone. Quest'ultimo esempio riguarda la possibilità che il riciclaggio possa configurarsi a titolo di "dolo eventuale" (nel caso in specie, ipotizziamo che Tizio, pur non sapendolo direttamente, si è prospettato la possibilità che Caio avesse l'obiettivo di riciclare il denaro proveniente dalle truffe): vi sono pareri contrastanti in giurisprudenza e in dottrina.

Secondo alcuni, Tizio sarebbe punibile per la c.d. accettazione del rischio; personalmente non sono d'accordo perché credo che l'accettazione del rischio sia elemento caratteristico della "colpa con previsione". Più in generale, senza arrivare a giudicare l'applicazione del dolo eventuale una dinamica incostituzionale, per violazione dei principi di legalità, tassatività e divieto di analogia in malam partem, penso che l'analisi della responsabilità dolosa, nel suo complesso, debba essere effettuata in considerazione del livello intellettivo e del livello volitivo dell'agente. Se così è, Tizio difficilmente può essere accusato di riciclaggio nell'esempio su esposto.

Nel caso in cui il provento oggetto dell'attività di occultamento derivi da un delitto presupposto nei cui confronti sia intervenuto l'indulto, l'amnistia o qualsivoglia causa di estinzione del reato, risulterà applicabile il disposto dell'art. 170, 1° comma, c.p., secondo il quale "quando un reato è il presupposto di un altro reato, la causa che lo estingue non si estende all'altro": la condotta di nascondimento integrerà gli estremi del reato di riciclaggio anche se il reato presupposto sia estinto.

Per effetto del rimando operato dal terzo comma dell'art. 648-bis all'ultimo comma dell'art. 648 c.p. (ricettazione), la punibilità del riciclatore sussiste anche nel caso in cui l'autore del reato presupposto sia persona non punibile o non imputabile o se manchi una condizione di procedibilità.

Tentativo

E' configurabile in quanto, nella vigente formulazione, la fattispecie è costruita come delitto istantaneo. In passato, essendo configurato come un delitto di attentato era un reato a consumazione anticipata, per cui il tentativo risultava ontologicamente impossibile.

Procedibilità

D'ufficio.

La differenza con la ricettazione e il reimpiego di capitali

I delitti di ricettazione (art. 648 c. p.)[3], reimpiego (art. 648-ter c.p.)[4] e riciclaggio (art. 648-bis c.p.) sono accomunati:

a. dalla provenienza dei beni da delitto,

b. dalla consapevolezza che l'autore ha proprio di tale provenienza.

Si distinguono sotto il profilo soggettivo perché:

a. la ricettazione richiede solo il dolo di profitto,

b. il riciclaggio richiede la specifica finalità di far perdere le tracce dell'origine illecita,

c. il reimpiego richiede, invece, l'impiego delle risorse di origine illecita in attività economiche o finanziarie, pertanto tale delitto è in rapporto di specialità con il delitto di riciclaggio e questo, a sua volta, con il reato di ricettazione.

Vediamo i dubbi più rilevanti in materia di reimpiego:

1) possibilità che il reimpiego possa riguardare attività economiche o finanziarie "illecite".

Sembra logico pensare che per attività economica debba intendersi un'attività finalizzata alla produzione o allo scambio di beni o di servizi e per attività finanziaria l'attività in forza della quale un soggetto presta professionalmente denaro a chi lo richieda, mediante contratti di mutuo o altri contratti di credito, entrambe comunque legalmente esercitate. Secondo l'interpretazione prevalente, il legislatore ha voluto attribuire al delitto di reimpiego il compito di impedire che l'ordine economico ed il principio della libera concorrenza subiscano gravi turbamenti per effetto dell'immissione di capitali di origine illegale nel sistema produttivo. La norma assolve ad una funzione di difesa residuale e per questo motivo appare difficile stabilire una linea di demarcazione con il riciclaggio.

2) necessità che colui che reimpiega debba avere la "consapevolezza che i proventi siano stati già ripuliti" da altri.

Abbiamo due casi:

a) se l'autore del reimpiego è consapevole che il denaro, i bei o le altre utilità siano stati già oggetto di ripulitura da parte di altri soggetti, la sua condotta, pur potendo perseguire anche il fine di ostacolare l'identificazione della provenienza illecita dei profitti dal reato, in aggiunta all'attività già posta in essere da altri (per così dire a rinforzo), è più facilmente inquadrabile nell'ambito del reimpiego visto che il riciclaggio è stato già commesso da altri e lui ne è consapevole;

b) se l'autore del reimpiego non è a conoscenza del fatto che altri abbiano già ripulito i proventi illeciti, la sua condotta diretta a reimpiegare direttamente i proventi illeciti potrebbe - essa stessa - costituire attività che di fatto impedisce l'identificazione della provenienza del denaro da reato. Per come è configurato il delitto di riciclaggio (reato di pericolo) e per l'esistenza della clausola di riserva nel delitto di reimpiego (che esclude la responsabilità dell'autore del precedente reato di ricettazione o riciclaggio da cui derivano i proventi), sembra potersi concludere che in questa ipotesi può configurarsi primariamente il riciclaggio (sempre che ne sussistono tutti i presupposti previsti dalla norma) ovvero il reimpiego in subordine.

3) presenza di un "previo accordo" per il reimpiego del provento dell'attività delittuosa.

Nel caso di un previa intesa tra i soggetti coinvolti, potrebbe non essere facile accertare con immediata chiarezza se ci si trovi in presenza di un'ipotesi di concorso nel reato presupposto ovvero se, invece, ricorrano i presupposti del reimpiego. Occorrerà valutare se l'accordo sul reimpiego dei proventi del reato principale abbia influito, almeno nella forma del concorso morale, sulla determinazione a commettere il reato presupposto: in caso positivo si avrà concorso eventuale di persone nel reato ex art. 110 c.p. e dovrà escludersi di conseguenza il reato di reimpiego. L'aspetto cronologico, ossia il momento in cui è avvenuto l'accordo tra chi commette il delitto presupposto e chi poi materialmente impiega il profitto illecito è importante ma non decisivo quanto, invece, l'aspetto causale appena citato.

Con la sentenza n. 9026 del 05 novembre 2013 la Cassazione ha enunciato alcuni principi in materia di reimpiego:

1) può dirigersi verso attività economiche svolte anche sporadicamente e a riprova di ciò vi sarebbe la previsione della circostanza aggravante del comma 2 dell'art. 648-ter per il caso di attività svolta professionalmente,

2) può dirigersi verso attività illecite poiché in tal caso l'offesa arrecata al bene tutelato (la genuità del libero mercato) sarebbe addirittura maggiore,

3) non necessita che la condotta sia caratterizzata da un effetto dissimulatorio, al contrario richiesto dal solo delitto di riciclaggio; il reimpiego costituirebbe, infatti, fattispecie residuale, che mira unicamente a tutelare la genuinità del libero mercato da qualunque forma di inquinamento proveniente dall'immissione di somme di provenienza illecita nei normali circuiti economici e finanziari,

4) non necessita che la somma reimpiegata sia già stata in precedenza ripulita.

Per intenderci, Tizio rapina un supermercato realizzando un bottino di 20.000 euro; successivamente contatta Caio, suo amico, che si presta volentieri ad aiutarlo per dissimulare la provenienza illecita di tale somma di denaro aprendo un conto corrente a proprio nome e depositandovi in contanti il profitto della rapina della cui provenienza egli abbia piena consapevolezza, ma a cui non ha partecipato neanche a titolo di concorso morale. Dopo qualche tempo Caio effettua un bonifico di 20.000 euro a Sempronio il quale, consapevole che la somma di denaro affidatagli provenga da delitto e sia già stata riciclata da Caio, reimpiega tale somma nel suo ristorante (attività economica lecita) per fare dei lavori di restauro. Tizio è l'autore del reato presupposto, Caio è il riciclatore, Sempronio risponderà di reimpiego.

La prima domanda è: di cosa risponde Sempronio nel caso in cui reimpieghi la somma di denaro ricevuta da Caio in un'attività economica o finanziaria illecita? (es. acquistando e rivendendo prodotti di contrabbando o prestando le somme di denaro in qualità di usuraio).

La seconda domanda è: di cosa risponde Sempronio se impiega tale somma di denaro versandola in un conto corrente di una società di cui è rappresentante avendo però la finalità di partecipare all'attività di riciclaggio già svolta in prima battuta da Caio?

Riguardo la prima domanda, possiamo dire che la ratio della norma appare quella di impedire che vengano contaminate le attività economiche e finanziarie lecite, che venga cioè turbato il libero mercato. Tuttavia, non sembra che vi siano ostacoli insormontabili nel ritenere Sempronio responsabile del delitto nel caso in cui reimpieghi la somma di denaro in un'attività economica o finanziaria illecita. Facciamo il caso, ad esempio, di colui che vende sigarette di contrabbando precedentemente acquistate con i proventi illeciti di una rapina commessa da altri: nella circostanza, l'offesa arrecata al normale mercato di monopolio che lo Stato ha sui tabacchi è fuor di dubbio, pertanto si può certamente affermare che il soggetto agente commette il delitto di reimpiego (mi allineo quindi alla citata sentenza 9026/2013 della Cassazione). Lo stesso può dirsi nel caso di colui che avendo ricevuto da altri del denaro proveniente da delitto lo reimpiega direttamente prestandolo come usuraio: certamente influenza negativamente il mercato legale dei capitali in cui operano banche e istituti di credito vari.

Riguardo alla seconda domanda, possiamo dire che il reato di reimpiego non è applicabile a coloro che abbiano già commesso il delitto di ricettazione o quello di riciclaggio e che, successivamente, con determinazione autonoma abbiano impiegato ciò che era frutto di delitti già a loro addebitati. La somma di denaro è già stata ripulita da Caio sicché si potrebbe concludere che Sempronio non possa rispondere di riciclaggio perché manca l'oggetto del reato. In realtà, non possiamo dire con certezza quanto, in prima battuta, sia stata ripulita la somma dal primo riciclatore Caio, quindi, in teoria, l'attività di Sempronio finalizzata a impedire la identificazione della provenienza illecita dei proventi, potrebbe effettivamente avere una sua autonoma rilevanza penale in termini di riciclaggio prevalente rispetto al delitto di reimpiego. Se nei confronti di Sempronio sussistono l'elemento soggettivo (dolo generico) e l'elemento oggettivo (sostituzione, trasferimento, altre operazioni) egli potrà rispondere di riciclaggio in via autonoma o, eventualmente, in concorso con Caio. In questo caso non potrà rispondere di reimpiego per la presenza della nota clausola di riserva.

Considerato che non solo l'autore o il concorrente nel reato presupposto, ma anche il ricettatore e il riciclatore è sempre esente da pena per il successivo impiego di denari di provenienza illecita, il delitto di reimpiego ha, di fatto, un ridottissimo spazio di autonomia. La sussistenza del delitto è alquanto incerta visto che nella pratica è difficile impiegare denaro di provenienza illecita senza ricettarlo; d'altro canto, è difficile anche ipotizzare che chi reimpieghi denaro, beni o altre utilità di provenienza illecita in attività economiche o finanziarie (essendo consapevole della provenienza illecita) non persegua o comunque realizzi suo malgrado - almeno in parte - anche la finalità di impedire l'identificazione della provenienza illecita dei proventi stessi.

In quest'ultimo caso, parte della giurisprudenza sostiene che è comunque possibile distinguere il riciclaggio dal reimpiego sulla base della considerazione che nel reimpiego la "finalità di far perdere le tracce della provenienza illecita dei proventi illeciti" deve essere realizzata proprio impiegando il denaro in attività economiche o finanziarie.

Quindi, ricapitolando:

1) in entrambi i reati occorre la consapevolezza della provenienza illecita dei profitti,

2) l'elemento soggettivo del riciclaggio è costituito dalla rappresentazione e volontà di sostituire, trasferire o compiere altre attività per impedire l'identificazione della provenienza delittuosa del denaro (in altre parole quello di ripulire),

3) l'elemento soggettivo del reimpiego è costituito dalla rappresentazione e volontà di reimpiegare i proventi illeciti in attività economiche o finanziarie (lecite o illecite).

In definitiva, si può concludere dicendo che la finalità di impedire l'identificazione della provenienza illecita dei proventi delittuosi è essenziale nel delitto di riciclaggio (anche perché letteralmente prevista), mentre non è necessaria nel delitto di reimpiego. Qualora tale finalità sia perseguita anche da colui che reimpiega, lo spazio di autonomia residuale di quest'ultima fattispecie si assottiglia fino a scomparire. Detto in altri termini, la condotta dissimulatoria può esserci o non esserci nel reato di reimpiego, mentre nel reato di riciclaggio è elemento essenziale.

Sicuramente il delitto di reimpiego ha carattere di chiusura e interviene a sanzionare quelle residue condotte che non siano inquadrabili nel reato di ricettazione o in quello di riciclaggio.

La clausola di riserva contenuta nell'art. 648-ter c.p. "fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648-bis" comporta che il delitto di reimpiego non trovi applicazione nei casi di concorso nel reato presupposto e nelle ipotesi in cui risultino realizzate fattispecie di ricettazione e riciclaggio: in questo senso la fattispecie si presenta come una sorta di completamento della previsione dell'art. 648-bis. Da ciò discende che il delitto di reimpiego può essere commesso da qualsiasi persona, ad eccezione di coloro:

1) che abbiano preso parte in qualità di autori o concorrenti al reato dal quale provengono il denaro, i beni o le altre utilità oggetto della condotta di tale reato,

2) che siano autori o concorrenti della ricettazione o del riciclaggio del denaro, dei beni o delle altre utilità oggetto della condotta di tali reati.

Se un soggetto sostituisce denaro di provenienza delittuosa con altro denaro ovvero altre utilità e poi impiega i proventi derivanti da tale operazione in attività economiche o finanziarie, la condotta così realizzata integra solo il delitto di riciclaggio (art. 648-bis c. p.), attesa la clausola di sussidiarietà contenuta nell'art. 648-ter.

Per converso, qualora il denaro di provenienza illecita sia direttamente impiegato in attività economiche o finanziarie lecite, tale condotta integra il reato previsto dall'art. 648-ter c.p..

Salvo quanto detto a proposito della presenza di una qualche condotta dissimulatoria, di impiego in attività economiche/finanziarie illegali, di precedente ripulitura dei proventi delittuosi, il delitto punito dall'art. 648 ter c.p. nella normalità dei casi:

1) ha per oggetto capitali illeciti ma già in precedenza ripuliti, tali quindi da farli apparire di provenienza lecita e quindi, solo a questo punto, reinvestiti in operazioni economiche o finanziarie legali: se infatti il reimpiego sia "esso stesso" strumento di ripulitura del bene di provenienza illecita e sia accompagnato da una condotta dissimulatoria dell'origine illecita dei beni, sarà difficile distinguerlo dal riciclaggio;

2) ha una portata residuale rispetto alla ricettazione e al riciclaggio come si desume, per l'appunto, dalla già citata clausola «fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648-bis»;

3) è orientato alla tutela del mercato e dell'ordine economico, intese come attività legali.

Per altro verso, si consideri che certamente fuoriescono dall'orbita applicativa del reato di riciclaggio tutti quei casi in cui i flussi finanziari di provenienza illecita siano "sempre" stati movimentati, sin dall'inizio, attraverso strumenti di circolazione della ricchezza tracciabili che, in quanto tali, non consentono di intralciare l'individuazione della loro origine. Ciò consente di precisare che è ben possibile commettere il delitto di reimpiego anche a prescindere da una precedente attività di ricettazione o riciclaggio dei proventi illeciti. Esempio, riprendendo il caso di cui sopra, Tizio avendo rapinato un supermercato affida direttamente a Sempronio i 20.000 euro così ottenuti che li reimpiega nel restauro del suo ristorante.

Nella prassi è difficile, pure, distinguere i comportamenti punibili a titolo di ricettazione con quelli punibili a titolo di riciclaggio, visto che entrambi i delitti presentano quasi sempre l'attitudine a porre in essere anche il nascondimento dell'origine dei beni.

Alcune differenze, però, si possono apprezzare:

1) elemento soggettivo

a) scopo di lucro e quindi dolo specifico nella ricettazione (al fine di procurare a sé o ad altri un profitto),

b) dolo generico per il riciclaggio costituito dalla volontà di ostacolare, con una condotta idonea, l'identificazione della provenienza dei proventi.

2) elemento oggettivo (dove sostituire, trasferire o compiere altre operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa dei proventi – nel riciclaggio - è ben altra cosa che acquistare, ricevere od occultare denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque intromettersi nel farle acquistare, ricevere od occultare, fattispecie, queste, previste nella ricettazione).

Riciclaggio e ricettazione presentano la stessa condotta di acquisto o ricezione di denaro o altra utilità; vi è tuttavia una relazione di specialità tra il delitto di riciclaggio e il delitto di ricettazione che è data proprio dall'elemento aggiuntivo - nel riciclaggio - del compimento di attività dirette ad ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa, per cui si ritiene che tra i due reati non possa esservi concorso formale. Il riciclaggio prevede, come presupposto indefettibile, il fatto di ricevere il denaro proveniente da delitto e quindi include quella parte di azione delittuosa che sarebbe "coperta" dalla norma che stabilisce la ricettazione. Sotto questo profilo il reato di cui all'art. 648 bis c.p. deve essere qualificato come "reato complesso" ai sensi dell'art. 84 c.p. in quanto comprendente in sé, come elemento costitutivo, l'atto di ricevere il denaro proveniente da delitto, che sarebbe punibile autonomamente ai sensi dell'art. 648 c.p.. Ne discende che, per effetto dell'art. 84 c.p., non si applicano le disposizioni dell'art. 81 c.p. sul concorso formale e sul reato continuato, il reato di cui all'art. 648 c.p. resta assorbito in quello di cui all'art. 648 bis c.p. e la pena da applicare è solo quella prevista da tale ultima disposizione di legge.

Riguardo, infine, ai rapporti tra la comune ricettazione e il reimpiego, si consideri che:

· la ricettazione punisce la condotta di chi, al fine di profitto, acquista o riceve beni di provenienza delittuosa (è caratterizzata quindi dal dolo specifico consistente nel fine del profitto),

· il reimpiego necessita, oltre la mera ricezione, che i beni siano effettivamente reimpiegati in attività economiche o finanziarie (è caratterizzato, cioè, oltre che dalla consapevolezza che i beni provengono da reato anche dalla volontà di impiegarli in attività economiche o finanziarie).

La differenza con il favoreggiamento personale o reale

Il riciclaggio presenta alcuni punti di contatto con le norme che prevedono il favoreggiamento, vediamole:

«Art. 378 c.p. - Favoreggiamento personale

1. Chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce l'ergastolo o la reclusione, e fuori dei casi di concorso nel medesimo, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell'Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa, è punito con la reclusione fino a quattro anni.

2. Quando il delitto commesso è quello previsto dall'art. 416-bis, si applica, in ogni caso, la pena della reclusione non inferiore a due anni.

3. Se si tratta di delitti per i quali la legge stabilisce una pena diversa, ovvero di contravvenzioni, la pena è della multa fino a euro 516.

4. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando la persona aiutata non è imputabile o risulta che non ha commesso il delitto».

«Art. 379 c.p. - Favoreggiamento reale

1. Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648, 648-bis e 648-ter, aiuta taluno ad assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato, è punito con la reclusione fino a cinque anni se si tratta di delitto, e con la multa da euro 51 a euro 1.032 se si tratta di contravvenzione. Si applicano le disposizioni del primo e dell'ultimo capoverso dell'articolo precedente».

Le due fattispecie appena indicate presentano indubbiamente diverse affinità strutturali. In primo luogo, comune è la clausola di riserva negativa che, però, nel reato di favoreggiamento reale viene arricchita dal riferimento ai "casi previsti dagli articoli 648, 648-bis e 648-ter"; inoltre, entrambe le norme presentano la medesima descrizione generica della condotta punibile, consistente nel dare ausilio al soggetto attivo del reato presupposto.

Le due norme hanno, invece, oggetti di tutela differenti: infatti, mentre nel reato di favoreggiamento personale risulta protetto l'interesse dell'Amministrazione della Giustizia allo svolgimento regolare del processo penale, nel caso del favoreggiamento reale il precipuo obiettivo della fattispecie è quello di impedire che agli autori di fatti criminosi venga offerta una collaborazione atta a far diventare stabili e definitivi i vantaggi conseguiti con le attività illecite.

Il reato di favoreggiamento personale si distingue in maniera abbastanza netta dal riciclaggio: infatti, mentre il reato di cui all'art. 378 viene commesso per aiutare l'autore del reato presupposto, nel delitto di cui all'art. 648-bis l'oggetto della condotta è il provento illecito. Qualora il favoreggiamento personale si realizzi operando sul provento illecito, il riciclaggio non si realizza se tale attività è solo funzionale all'elusione delle attività investigative e quindi finalizzato ad aiutare l'autore del reato presupposto a sfuggire agli organi di polizia.

Meno marcati si presentano, invece, i confini tra il reato di riciclaggio e quello di favoreggiamento reale perché l'oggetto dei due reati è molto simile anche se, nel riciclaggio è più ampio perché consiste nel denaro, beni o altre utilità provenienti da "delitto non colposo", mentre per il favoreggiamento reale si tratta del prodotto, del profitto o del prezzo di un "reato". Recente giurisprudenza ha evidenziato come il delitto di favoreggiamento reale abbia carattere sussidiario rispetto al reato di riciclaggio quando si ravvisino gli estremi di tale ultima ipotesi delittuosa: in tal caso, sarà da escludere la sussistenza del favoreggiamento reale e da affermare, invece, quella del reato di cui all'art. 648-bis.

Qualche autore ritiene che riciclaggio e favoreggiamento reale realizzino un'ipotesi di concorso apparente di norme, pur offrendo tutela a beni giuridici diversi. Vi è da dire che tale concorso risulta escluso dal legislatore il quale ritiene possibile l'applicazione dell'art. 379 solo al di fuori dei casi di concorso nel reato e delle ipotesi previste dalla clausola di riserva. Una distinzione tra i due reati è rinvenibile partendo dalla considerazione che mentre nel favoreggiamento il fine di agevolare l'autore del reato principale comporta la necessaria sussistenza di un legame tra i due soggetti, nel riciclaggio tale aspetto è totalmente assente nel senso che non è richiesto che riciclatore ed autore del reato-presupposto si conoscano, ma solo che il primo sia a conoscenza della provenienza delittuosa dei beni da ripulire.

Rapporti tra delitto di associazione a delinquere, riciclaggio e reimpiego

Innanzitutto occorre stabilire se i reati di associazione per delinquere (art. 416 c.p.) e di associazione di tipo mafioso (art. 461-bis) possono costituire reati presupposto del riciclaggio.

L'orientamento giurisprudenziale maggioritario ritiene che il delitto di associazione di tipo mafioso è di per sé idoneo a produrre proventi, circostanza che sarebbe confermata dal riferimento esplicito, presente nella norma in questione, alla finalità, per coloro che ne fanno parte, di acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche o alla realizzazione di profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri. Lo stesso può dirsi per l'associazione per delinquere qualora i "reati-fine" siano diretti alla realizzazione di profitti illeciti. Pertanto, i reati associativi in parola, possono costituire il reato presupposto dei reati di riciclaggio (art. 648-bis c.p.) e di reimpiego di capitali (art. 648-ter c.p.). Ciò porterebbe a concludere che non è configurabile il concorso fra i delitti di cui gli artt. 648-bis o 648-ter c.p. e quelli di cui agli artt. 416 c.p. e 416-bis c.p., quando la contestazione di riciclaggio o reimpiego riguardi denaro, beni o utilità provenienti proprio dai delitti di associazione (dall'associazione in se considerata ovvero dai "reati-fine"), per effetto della clausola di riserva "fuori dei casi di concorso nel reato". Potrebbe trovare applicazione, semmai, il novello delitto di autoriciclaggio (introdotto dalla legge 15 dicembre 2014, n. 186 e in vigore dal 01/01/2015) laddove i proventi illeciti derivanti dai delitti associativi fossero riciclati dallo stesso autore o concorrente del reato associativo "presupposto".

Nello specifico caso dell'associazione di tipo mafioso, inoltre, dobbiamo chiederci se possa essere applicata l'aggravante di cui all'art. 416-bis, sesto comma, c.p.[5], nelle ipotesi in cui il riciclaggio o il reimpiego riguardino capitali provenienti dall'attività illecita svolta dalla stessa associazione mafiosa di appartenenza. L'aggravante in parola, invero, sembra sanare in qualche modo l'effetto escludente della clausola di riserva "fuori dei casi di concorso nel reato" prevista sia per il riciclaggio sia per il reimpiego, stabilendo che le pene sono aumentate da un terzo alla metà quando le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti. In questo senso l'aggravante è configurabile nei confronti dell'associato che abbia commesso il delitto che abbia generato i proventi oggetto di un successivo reimpiego da parte sua.

Innanzitutto, la norma stabilisce espressamente che l'aggravante deve ritenersi configurata anche se il finanziamento è di tipo misto, ossia è alimentato, in parte, dagli utili della gestione formalmente lecita e, in parte, dai proventi delittuosi.

In secondo luogo, la lettura logico-sistematica del sesto comma nel contesto complessivo dell'art. 416-bis c.p. induce a ritenere che la previsione normativa si applichi esclusivamente alle ipotesi di reimpiego in attività economiche lecite e non in altre finalità programmatiche di per sé penalmente illecite. Prudentemente, credo si possa affermare che l'aggravante non possa configurarsi qualora il reinvestimento avvenga, nella sua totalità, in attività economiche illecite, mentre quando il reinvestimento sia misto ciò sia possibile.

Si ritiene che l'aggravante sia "speciale" e abbia connotazione "oggettiva" e che vada quindi riferita all'associazione in quanto tale e non necessariamente alla condotta del singolo partecipe. Ciò comporta che non è necessario che il singolo associato s'interessi personalmente di finanziare, con i proventi dei delitti, le attività economiche e che essa sia valutabile a carico di tutti i componenti del sodalizio, sempre che essi siano stati a conoscenza dell'avvenuto reimpiego dei profitti delittuosi.

Detto ciò a proposito dell'aggravante di cui al sesto comma dell'art. 416-bis, facciamo un passo indietro. E' un dato di fatto che i profitti illeciti, poi riciclati o reinvestiti dal singolo soggetto appartenente all'associazione (a delinquere o di tipo mafioso), possono provenire:

· dall'associazione nel suo complesso considerata,

· dai delitti-fine.

Nel primo caso colui che ricicla o reimpiega, essendo appartenente al sodalizio, è responsabile del delitto presupposto da cui derivano i proventi per cui risponderà solo del reato associativo grazie alla clausola di esclusione contenuta sia riguardo al riciclaggio sia in merito al reimpiego.

Nel secondo caso, invece, potrebbe porsi la domanda: cosa accade qualora il membro del sodalizio non prenda parte ai c.d. delitti-fine da cui scaturiscono i proventi illeciti che poi provvede a riciclare o reimpiegare? Ovvero, è possibile che egli risponda rispettivamente sia per il reato associativo sia per il reato di riciclaggio o reimpiego?

Ora, è pacifico che dei reati-fine rispondono soltanto coloro che materialmente o moralmente hanno dato un effettivo contributo, causalmente rilevante, volontario e consapevole all'attuazione della singola condotta criminosa, alla stregua dei comuni principi in tema di concorso di persone nel reato. Da ciò dovrebbe concludersi che il soggetto appartenente all'associazione (per delinquere o di tipo mafioso) il quale non abbia commesso o concorso a commettere un reato-fine da cui è scaturito il provento illecito poi da lui stesso riciclato o reimpiegato, non essendo responsabile del reato presupposto (il reato-fine), possa rispondere di riciclaggio o di reimpiego, oltre che, ovviamente, per il delitto associativo.

Nel caso, invece, in cui sia egli stesso a commettere un delitto-fine da cui scaturisce il profitto illecito e successivamente si incarichi, per conto dell'associazione, di riciclare o reimpiegare quanto proveniente dal delitto, appare scontato che egli non possa essere ritenuto responsabile di riciclaggio o reimpiego. In tale eventualità, tuttavia, rimane salva l'applicazione della circostanza aggravante di cui al sesto comma dell'art. 416-bis, sempre che le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo siano finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di tali delitti. In tal modo, clausola di riserva e circostanza aggravante sembrano essere coordinate al fine di reprimere ogni comportamento illecito.

I proventi destinati all'assunzione o al mantenimento del controllo delle attività economiche possono derivare anche da delitti commessi da terzi che li affidino successivamente all'associazione mafiosa senza partecipare alla gestione del relativo programma: in questo caso l'associazione di stampo mafioso fungerebbe da "impresa di riciclaggio" per conto di altre consimili organizzazioni, o "reimpiegando" i proventi conseguiti da queste ultime nelle proprie attività economiche formalmente lecite. In questo caso, il tenore letterale della norma di cui all'art. 416-bis c.p. comma 6 sembra escludere la possibilità che possa applicarsi l'aggravante in esame: difatti, i "delitti" da cui derivano il prezzo, il prodotto, o il profitto che vanno a finanziarie le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono, con tutta evidenza, quelli commessi dall'associazione di tipo mafioso e non quelli commessi da terzi.

D'altra parte, acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche è uno dei fini che caratterizza l'associazione di tipo mafioso ed è previsto dal comma 3 dell'art. 416-bis[6], laddove si stabilisce che l'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva al fine di realizzare una serie di finalità tra cui rientra, per l'appunto, anche quella di acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche.

Vediamo i casi possibili:

1) il soggetto, non appartenente all'associazione mafiosa che realizza "reati-fine" espressione dell'operatività della stessa, ma che non fornisca alcun apporto all'associazione mafiosa, è responsabile:

a) dei reati-fine (compresi il riciclaggio e il reimpiego), eventualmente aggravati ai sensi dell'art. 7 D.L. n. 152 del 1991[7] qualora si avvalga delle condizioni previste dall'art. 416-bis o persegua il fine di agevolare l'associazione di tipo mafioso;

2) il membro dell'associazione mafiosa (o il concorrente extraneus) che ripulisca o reimpieghi il denaro, i beni, o le altre utilità riconducibili ai soli "reati-fine", alla cui realizzazione egli non abbia fornito alcun apporto è responsabile:

a) del reato associativo (essendone membro o concorrente esterno),

b) di riciclaggio o reimpiego perché non opera la clausola di esclusione della responsabilità prevista dagli artt. 648-bis e 648-ter c.p., in quanto l'oggetto dell'attività tipica del delitto di riciclaggio/reimpiego non è direttamente ricollegabile al reato di associazione cui egli partecipa, ma concerne i "reati-fine" cui egli non ha partecipato;

3) il membro dell'associazione mafiosa (o il concorrente extraneus) che ripulisca o reimpieghi il denaro, i beni, o le altre utilità riconducibili ai soli "reati-fine" alla cui realizzazione egli abbia partecipato, è responsabile:

a) del reato associativo (essendone membro o concorrente esterno),

b) dei "reati-fine",

c) dell'aggravante ex art. 416-bis comma 6 c.p. o di autoriciclaggio, in quanto oggetto della sua condotta sono il denaro, i beni, le altre utilità provenienti da reati "presupposto" cui egli ha partecipato. In tal caso, non opera l'aggravante prevista dal 3° comma dell'art. 648-ter.1[8] perché prevista solo per coloro che non fanno parte dell'associazione;

4) il membro dell'associazione mafiosa (o il concorrente extraneus) che ripulisca o reimpieghi il denaro, i beni, o le altre utilità riconducibili all'associazione in quanto tale, è responsabile:

a) del reato associativo (essendone membro o concorrente esterno),

b) di autoriciclaggio o dell'aggravante di cui al sesto comma dell'art. 416-bis c.p., qualora le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti commessi nell'ambito dell'associazione stessa (ciò discende da quanto già detto circa la connotazione "oggettiva" dell'aggravante in questione che va riferita all'associazione in quanto tale).

In quest'ultimo caso, non sembra possibile configurare il riciclaggio o il reimpiego a carico del membro o del concorrente dell'associazione perché il delitto associativo ha natura di reato presupposto e di conseguenza vige la clausola di riserva "fuori dai casi di concorso" presente nell'incipit del riciclaggio e del reimpiego.

Una precisazione è d'obbligo in tema di concorso esterno in associazione di tipo mafioso: secondo la prevalente giurisprudenza risponde del delitto previsto dall'art. 416-bis c.p. - in concorso ex art. 110 c.p. - il soggetto che, pur se non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell'associazione di stampo mafioso e privo dell'affectio societatis, fornisca, mediante l'attività di riciclaggio o di reimpiego dei relativi proventi, un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo che esplichi un'effettiva rilevanza causale e si configuri, quindi, come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell'associazione.

Trasferimento fraudolento di valori ex art. 12-quinquies d.l. n. 306/1992[9]

Tale reato (a consumazione istantanea e a dolo specifico) costituisce una fattispecie a forma libera che si concretizza nell'attribuzione fittizia della titolarità o disponibilità di denaro o di qualsiasi altro bene o utilità, realizzata in qualsiasi forma (lecita o illecita), al fine di:

1) eludere disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniali o di contrabbando[10],

2) agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli articoli 648 (ricettazione), 648-bis (riciclaggio) e 648-ter (reimpiego).

Le misure di prevenzione patrimoniali sono provvedimenti limitativi che le autorità di polizia o giudiziaria, al di fuori del procedimento penale, applicano sussistendone le condizioni e secondo le procedure stabilite dall'ordinamento. Si distiguono dalle sanzioni penali in quanto sono misure che possono essere applicate senza prima affermare la responsabilità penale per uno o più specifici fatti di reato. Si deve fare riferimento al codice antimafia di cui al D.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 e principalmente al sequestro (art. 20), alla confisca (art. 24), al sequestro e alla confisca per equivalente (art. 25), all'intestazione fittizia (art. 26). Come accennato, l'azione di prevenzione può essere esercitata anche indipendentemente dall'esercizio dell'azione penale (art. 29). Riguardo ai rapporti con il sequestro e la confisca disposti in seno a procedimenti penali, la disciplina de quo stabilisce che il sequestro e la confisca di prevenzione possono essere disposti anche in relazione a beni già sottoposti a sequestro in un procedimento penale (art. 30).

La norma punisce l'avvenuta interposizione fittizia anche in caso di fondata previsione che il soggetto agente possa essere in futuro sottoposto ad una misura di prevenzione patrimoniale senza che sia richiesta dunque la concreta emanazione di misure di prevenzione ovvero la pendenza del procedimento di prevenzione patrimoniale. E' sufficiente quindi la prospettiva di essere destinatari di misura di prevenzione patrimoniale o meglio, che questa sia altamente probabile (Cass. Pen. Sent. 01 agosto 2011 n. 30507).

Costituisce il reato, ad esempio, la costituzione di una nuova società commerciale volta ad eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale attraverso l'intestazione delle quote a soggetti utilizzati come prestanome dei reali proprietari, risultati essere amministratori e soci occulti di altra società dichiarata fallita (Cass. Pen. Sent. 25 agosto 2011 n. 32842).

Ricorre l'interposizione fittizia in tutte quelle situazioni in cui il bene, pur essendo formalmente intestato a terzi, ricada nella sfera di disponibilità effettiva dell'indagato o del condannato. Il delitto si caratterizza per l'esistenza di un legame indissolubile tra "intento fraudolento" di cui all'art. 12-quinquies e normativa di prevenzione/contrabbando ovvero i delitti di ricettazione, riciclaggio o reimpiego. La finalità di elusione delle misure di prevenzione patrimoniale o l'agevolazione dei reati di ricettazione, riciclaggio e reimpiego (in altri termini la fraudolenza) consente, inoltre, di distinguere il reato dalla situazione consentita e lecita di simulazione che può verificarsi in ambito civilistico (il caso paradigmatico è quello del papà e della mamma che procedono all'acquisto di un immobile, pagandone il prezzo mettendo in atto una donazione diretta o indiretta di denaro, ma non certo un'ipotesi di interposizione fittizia).

La condotta vietata consiste nella creazione di una situazione di apparenza formale della titolarità di un bene, difforme dalla realtà sostanziale, e nel mantenimento consapevole e volontario di tale situazione.

Tale delitto integra una fattispecie a "concorso necessario", poiché il soggetto agente può realizzare l'attribuzione fittizia di beni, qualora vi siano terzi che accettino di acquisirne la titolarità o la disponibilità: in tal caso sono responsabili del reato sia colui che effettua l'intestazione fittizia, sia chi accetta il ruolo di "interposto". Occorre, però, che tutti i concorrenti nel reato abbiano agito con il dolo specifico di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale (Sent. Cass. del 1 aprile 2004, n. 15489).

La definizione di "titolarità" o "disponibilità" non va confinata entro schemi di carattere civilistico, ma ha una valenza più ampia che rinvia non soltanto alle forme negoziali tradizionalmente intese, ma a qualsiasi tipologia di atto idonea a creare un apparente rapporto di signoria tra un determinato soggetto e il bene.

Integra, ad esempio, il reato di cui all'art. 12-quinquies del D.L. n. 306 del 1992 la fittizia intestazione di quote di una società, al solo fine di eludere possibili provvedimenti di prevenzione di tipo ablativo, in favore di soggetto che rimanga di fatto estraneo alla società medesima e che risulti privo sia di capitali costitutivi sia di capacità organizzativa e gestionale.

Sotto il profilo soggettivo, solo la totale inconsapevolezza del fine illecito in base al quale agisce la persona sottoposta o sottoponibile a misure di prevenzione patrimoniale, può assumere rilievo in ordine all'esclusione della sussistenza del dolo in capo al terzo.

La giurisprudenza ritiene che il delitto di trasferimento di valori ex art. 12-quinquies D.L. n. 306 del 1992 abbia una sua autonoma e distinta valenza strumentale rispetto al riciclaggio e al reimpiego.

Circa le differenze con il reato di riciclaggio, si evidenzia che:

· nel riciclaggio, il legislatore prevedendo espressamente che il riciclatore non possa concorrere con colui che ha commesso il reato da cui il denaro, beni o altre utilità derivano, ha inteso punire la condotta agevolatrice di un soggetto estraneo al reato presupposto;

· viceversa, nell'ipotesi del trasferimento fraudolento di valori che consiste nella predisposizione di una situazione di apparenza giuridica e formale circa la titolarità o disponibilità degli stessi beni è stata delineata una figura delittuosa nella quale soggetto attivo ben può essere colui nei cui confronti sia pendente un procedimento penale per il reato presupposto, prova ne è che il legislatore non ha previsto nel delitto di trasferimento alcuna clausola di esclusione della responsabilità per l'autore dei reati che hanno determinato la produzione di illeciti proventi. Non essendo diversamente specificato, si deve ritenere che i valori possano essere anche di provenienza lecita, mentre nel riciclaggio è richiesto che i proventi provengano da delitto non colposo.

Autoriciclaggio

La norma

Art. 648-ter.1 c.p. - Autoriciclaggio

1. Si applica la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da euro 5.000 a euro 25.000 a chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa.

2. Si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 2.500 a euro 12.500 se il denaro, i beni o le altre utilità provengono dalla commissione di un delitto non colposo punito con la reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.

3. Si applicano comunque le pene previste dal primo comma se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da un delitto commesso con le condizioni o le finalità di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni.

4. Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale.

5. La pena è aumentata quando i fatti sono commessi nell'esercizio di un'attività bancaria o finanziaria o di altra attività professionale.

6. La pena è diminuita fino alla metà per chi si sia efficacemente adoperato per evitare che le condotte siano portate a conseguenze ulteriori o per assicurare le prove del reato e l'individuazione dei beni, del denaro e delle altre utilità provenienti dal delitto.

7. Si applica l'ultimo comma dell'articolo 648.

La ratio dell'autoriciclaggio, per come è configurata la norma, sembra quella di evitare inquinamenti dell'economia legale.

Riguardo alle condotte, atteso che la locuzione "in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa" si riferisce indifferentemente alla sostituzione, al trasferimento e al reimpiego, possiamo senz'altro dire che, a differenza rispetto all'ipotesi di reimpiego previsto dall'art. 648 ter c.p., qui si dispone esplicitamente che la condotta dissimulatoria deve esserci anche riguardo all'ipotesi di reimpiego (rectius autoreimpego).

Quindi ad esempio, Tizio dopo aver rapinato una banca e aver realizzato un bottino di 20.000 euro può decidere:

· di dissimulare la illegittima provenienza di tale somma mettendo in atto tutta una serie di sostituzioni e trasferimenti concretamente idonei a far perdere le tracce del bottino della rapina (e fermarsi qui);

· di impiegare tale somma di denaro ad esempio nella sua attività di ristorazione al termine, comunque, di una serie di operazioni di ripulitura che siano oggettivamente in grado di ostacolarne concretamente l'identificazione della provenienza illecita.

In ogni caso risponderà di autoriciclaggio.

Rispetto al riciclaggio si nota l'utilizzo dell'aggettivo "concreto" per specificare l'idoneità della condotta a frapporre un ostacolo concreto all'identificazione della provenienza delittuosa. Questa scelta potrebbe significare che il legislatore ha voluto sanzionare le sole condotte dotate di una particolare capacità ingannatoria tale per cui, gli operatori del settore, pur compiendo con la dovuta diligenza le verifiche del caso, non siano in grado di ricostruire il percorso dei proventi delittuosi. Sicuramente l'impiego, la sostituzione e il trasferimento trasparenti e tracciabili non costituiscono autoriciclaggio.

L'elemento soggettivo è il dolo generico come per il riciclaggio; il problema della consapevolezza della provenienza illecita dei profitti è risolto alla radice essendo l'autore dell'autoriciclaggio anche autore del delitto presupposto.

Merita attenzione la questione del concorso dell'estraneo nel delitto de quo. Innanzitutto diciamo che l'autoriciclaggio si presenta come un reato proprio non esclusivo. Giurisprudenza e dottrina ritengono che, ove uno dei concorrenti sia un soggetto qualificato, tutti rispondano della fattispecie propria e non già di quella comune, indipendentemente dalla circostanza che l'intraneus ponga in essere la condotta tipica o si limiti ad offrire un contributo causalmente efficiente alla commissione del reato. Ammettendo l'adesione a tale tesi, vediamo i casi possibili.

Il terzo extraneus potrebbe istigare l'autore di un delitto non colposo a riciclare il provento illecito: in tal caso, qualora con il suo apporto "psicologico" abbia causalmente determinato l'autore del delitto-presupposto ad autoriciclare il provento illecito risponderà di concorso in autoriciclaggio.

Il problema si pone nel caso in cui è l'autore del delitto-presupposto mosso dall'intento di autoriciclare il provento del delitto commesso chieda ed ottenga che il terzo extranues ricicli i proventi illeciti: il terzo extranues risponderà di riciclaggio o autoriciclaggio in concorso?

Certamente il terzo extranues avrebbe un evidente vantaggio in termini di pena se venisse accusato di autoriciclaggio in concorso con l'autore del delitto-presupposto visto che per quest'ultimo reato è prevista la pena della reclusione da due a otto anni, mentre per il riciclaggio da quattro a dodici anni.

D'altra parte, se si rifiuta l'idea che il terzo extranues possa concorrere nell'autoriciclaggio perchè "reato proprio", sarebbe punibile per riciclaggio o reimpiego. Per fare un esempio:

Tizio rapina un supermercato e poi reimpiega in proprio il denaro frutto della sua attività illecita in una attività economica (es. la sua ditta individuale operante nei lavori edili). Egli risponderà per il delitto non colposo di rapina ex art. 628 c.p., ma anche di autoriciclaggio ex art 648-ter.1 c.p.

Se invece Tizio, dopo aver rapinato un supermercato, contatta Caio istigandolo a riciclare o reimpiegare la somma ottenuta dalla rapina e quest'ultimo si faccia convincere (magari dietro il pagamento di un compenso, diciamo del 5% dell'importo da riciclare), le cose si fanno complicate:

· se si considera Caio responsabile di riciclaggio o reimpiego allora Tizio risponderà solo del delitto-presupposto non potendo essere responsabile in concorso con Caio nel riciclaggio o nel reimpiego ostandovi la clausola di salvaguardia;

· se, viceversa, si ritiene Caio responsabile di autoriciclaggio in concorso con Tizio (pur essendo un reato proprio), Tizio risponderà di rapina e di autoriciclaggio sebbene non abbia realizzato la condotta tipica, ma solo determinato altri a commettere tale ultimo delitto.

Una delle questioni più delicate riguarda la punibilità a titolo di autoriciclaggio nel caso in cui il delitto-presupposto da cui derivano i proventi illeciti sia stato commesso in epoca precedente l'entrata in vigore del delitto avvenuta il 01/01/2015. Da una parte c'è chi sostiene che il delitto-presupposto sia del tutto autonomo e possa essere considerato un mero presupposto della condotta autoriciclatoria per cui, non rilevando il tempo della sua realizzazione, l'autore dell'autoriciclaggio sarebbe punibile. Altri pensano che il delitto-presupposto potrebbe considerarsi in connessione strutturale e funzionale con delitto di autoriciclaggio per cui l'autore non sarebbe punibile ostandovi il principio del nullum crimen sine lege. Poniamo il caso che Tizio abbia commesso una rapina nel 2014 realizzando un bottino di 20.000 euro e che successivamente, nel 2015, autoricicli questi 20.000 euro. Per il primo orientamento Tizio è punibile sia per rapina sia per autoriciclaggio (a favore si potrebbe dire che quando Tizio ha commesso la rapina sapeva perfettamente di commettere un reato allo stesso modo di quando ha commesso l'autoriciclaggio, quindi sotto questo punto vista non potrebbe obiettare la mancata conoscenza della norma). Per il secondo orientamento Tizio non sarebbe punibile per autoriciclaggio ma solo di rapina perché i due reati sono legati funzionalmente e strutturalmente, ponendo l'accento sul fatto che la rapina (come delitto presupposto dell'autoricicaggio) è avvenuta prima dell'entrata in vigore del delitto di autoriciclaggio stesso.

Tutto quanto sopra esposto, risulta incontestabilmente che con l'introduzione del reato di autoriciclaggio non vi sono più casi che sfuggono alla legge:

1) se si è responsabili del "reato presupposto" da cui derivano i proventi illeciti (anche semplicemente a titolo di concorso esterno) e tali proventi vengono riciclati o reimpiegati, si risponderà a titolo di autoriciclaggio oltre che del "reato presupposto" commesso;

2) se invece non si è responsabili del "reato presupposto" si risponderà di riciclaggio o reimpiego.

Giurisprudenza

Non è punibile a titolo di riciclaggio il soggetto responsabile del reato presupposto che abbia in qualunque modo sostituito o trasferito il provento di esso, anche nel caso in cui abbia fatto ricorso ad un terzo inconsapevole, traendolo in inganno (Sez. 2, Sentenza n. 9226 del 23/01/2013).

Il delitto di riciclaggio si consuma con la realizzazione dell'effetto dissimulatorio conseguente alle condotte tipiche previste dall'art. 648 bis, primo comma, cod. pen. (sostituzione, trasferimento o altre operazioni volte ad ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa di denaro, beni o altre utilità), non essendo invece necessario che il compendio "ripulito" sia restituito a chi l'aveva movimentato; ne deriva che il mero trasporto in altro luogo del bene riciclato esula dalla condotta tipica di trasferimento, che deve essere intesa in senso esclusivamente giuridico di movimentazione dissimulatoria. (Fattispecie in tema di conflitto di competenza tra giudice del luogo della monetizzazione di assegni illeciti e giudice del luogo di ultimo transito verso l'estero del denaro ottenuto) (Sez. 1, Sentenza n. 32491 del 30/06/2015).

I delitti di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita riguardanti il provento del reato di bancarotta fraudolenta sono configurabili solo se le condotte previste dalle disposizioni incriminatrici ad essi relative siano state poste in essere successivamente alla dichiarazione di fallimento, poichè non è ammissibile ipotizzare che gli stessi siano consumati prima del perfezionamento del reato presupposto (Sez. 2, Sentenza n. 23052 del 23/04/2015).

Non si verifica violazione del principio di correlazione tra imputazione contestata e sentenza nella ipotesi in cui il reato in relazione al quale è stata emessa condanna sia in rapporto di genere a specie con quello di cui al capo d'imputazione, atteso che l'imputato ha avuto possibilità di svolgere adeguata difesa anche in relazione al fatto diversamente qualificato. (Fattispecie nella quale il giudice di merito qualificava in ricettazione l'originaria contestazione di riciclaggio) (Sez. 2, Sentenza n. 11459 del 10/03/2015.

Integra il delitto di riciclaggio la condotta di chi versa denaro di provenienza illecita sul conto corrente intestato a una società fiduciaria in difetto di un formale incarico da parte del titolare della somma movimentata, poiché, in tal modo, si realizza un ostacolo alla tracciabilità del percorso dei beni provento di reato. (In motivazione la Suprema Corte ha evidenziato che, per realizzare la condotta di riciclaggio, non è necessario che sia efficacemente impedita la tracciabilità del percorso dei beni provento di reato, ma è sufficiente anche che essa sia solo ostacolata) (Sez. 2, Sentenza n. 26208 del 09/03/2015.

Integra gli estremi del reato di ricettazione, e non di riciclaggio, la condotta dell'imputato consistente nel versamento sul proprio conto corrente di assegni di provenienza illecita, previa sostituzione delle generalità del beneficiario con i propri dati ed apposizione della propria firma sui titoli per girata, senza alcuna manomissione degli elementi identificativi dell'istituto bancario emittente o del numero di serie degli assegni (Sez. 2, Sentenza n. 12894 del 05/03/2015).

In tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il profitto del reato di infedele dichiarazione dei redditi è sequestrabile solo nei limiti dell'importo dell'imposta evasa e non può estendersi alle somme derivanti dalle successive operazioni di riciclaggio o reimpiego, in quanto la punibilità delle condotte previste dagli artt. 648-bis e 648-ter cod. pen., è esclusa quando siano commesse dal soggetto autore o concorrente del reato presupposto (Sez. 2, Sentenza n. 9392 del 18/02/2015).

In tema di misure cautelari l'accertamento del reato di riciclaggio non richiede l'individuazione dell'esatta tipologia del delitto presupposto, né la precisa indicazione delle persone offese, essendo sufficiente che venga raggiunta la prova logica della provenienza illecita delle utilità oggetto delle operazioni compiute. (Nella fattispecie, gli indagati trasportavano nei rispettivi trolley l'ingente somma contante di 500.000,00 euro, della quale non fornivano alcuna plausibile giustificazione) (Sez. 2, Sentenza n. 20188 del 04/02/2015).

E configurabile il tentativo in relazione al delitto di riciclaggio, in quanto, nella vigente formulazione, la fattispecie non è costruita come delitto a consumazione anticipata (Sez. 2, Sentenza n. 1960 del 11/12/2014).

È configurabile il reato di riciclaggio nell'ipotesi in cui oli non commestibili illecitamente prodotti all'estero vengono ricollocati sul mercato nazionale come olio extra vergine di oliva, attraverso illecite miscelazioni non rilevabili tramite le analisi ufficiali. (Principio affermato dalla Corte in tema di sequestro probatorio) (Sez. 2, Sentenza n. 52625 del 03/12/2014).

In tema di riciclaggio, non è necessario che il delitto presupposto risulti accertato con sentenza passata in giudicato, ma è sufficiente che lo stesso non sia stato giudizialmente escluso, nella sua materialità, in modo definitivo e che il giudice procedente per il reato di cui all'art. 648-bis cod. pen. ne abbia incidentalmente ritenuto la sussistenza; ne consegue che non può essere automaticamente esclusa la configurabilità del delitto di riciclaggio, per effetto della intervenuta archiviazione del procedimento relativo al reato presupposto, trattandosi di decisione non suscettibile di giudicato (Sez. 2, Sentenza n. 10746 del 21/11/2014).

In tema di distinzione tra il delitto di riciclaggio e quello di ricettazione, l'elemento essenziale ai fini della qualificazione giuridica del fatto nel reato di cui all'art. 648-bis cod. pen. è la idoneità della condotta ad ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa del bene, in presenza della quale, il concreto intento di lucro, può valere a rafforzare, ma non ad escludere, il dolo generico del riciclaggio (Sez. 2, Sentenza n. 10746 del 21/11/2014).

In tema di riciclaggio, ove più siano le condotte consumative del reato, attuate in un medesimo contesto fattuale e con riferimento ad un medesimo oggetto, si configura un unico reato a formazione progressiva, che viene a cessare con l'ultima delle operazioni poste in essere. (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto realizzata la condotta consumativa del reato per l'intero arco temporale di operatività di una società costituita al fine di ripulire denaro, beni ed altre utilità, risultate in origine riconducibili ad esponenti di primo piano di "Cosa Nostra") (Sez. 2, Sentenza n. 52645 del 20/11/2014).

Nel caso di procedimento per il delitto di cui all'art. 416-bis cod. pen. e di separato procedimento per i reati fine realizzati, non sussiste la preclusione del "ne bis in idem" ricorrendo l'ipotesi del concorso materiale di reati, perché per il primo la condotta necessaria e sufficiente sta nella prestazione della propria adesione alla organizzazione già costituita, mentre per i secondi la condotta necessaria è quella tipica, fissata nella fattispecie criminosa. (In applicazione di tale principio, la Corte ha escluso che la condanna dell'imputato passata in giudicato per il reato di cui all'art. 416-bis cod. pen. fosse preclusiva all'accertamento della nuova contestazione allo stesso imputato del reato di riciclaggio, avendo l'imputato ricevuto l'incarico di ripulire denaro, beni e altre utilità riconducibili ai soli delitti scopo, alla cui realizzazione non aveva fornito alcun apporto) (Sez. 2, Sentenza n. 52645 del 20/11/2014).

La consumazione del delitto di riciclaggio, che è un reato a forma libera attuabile anche con modalità frammentarie e progressive, può coincidere con il momento in cui i beni acquistati con capitali di provenienza illecita sono rivenduti dal reo. (Fattispecie in la Corte ha ritenuto che, in relazione alla cessione di immobili acquistati con denaro di provenienza illecita, la successiva acquisizione di denaro "ripulito" non può qualificarsi come un mero "post-factum" non punibile) (Sez. 3, Sentenza n. 3414 del 29/10/20140).

Integra il reato di riciclaggio la condotta posta in essere sul denaro, bene od utilità di provenienza delittuosa, specificamente diretta alla sua trasformazione parziale o totale, ovvero ad ostacolare l'accertamento sull'origine della "res", anche senza incidere direttamente, mediante alterazione dei dati esteriori, sulla cosa in quanto tale. (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto che la sentenza impugnata avesse correttamente qualificato in termini di riciclaggio la condotta consistita nel semplice montaggio di un motore di origine furtiva su una autovettura "pulita") (Sez. 2, Sentenza n. 17771 del 11/04/2014).

Il delitto di associazione di tipo mafioso può costituire il presupposto dei reati di riciclaggio e di reimpiego di capitali, in quanto di per sé idoneo a produrre proventi illeciti, rientrando negli scopi dell'associazione anche quello di trarre vantaggi o profitti da attività economiche lecite per mezzo del metodo mafioso (Sez. U, Sentenza n. 25191 del 27/02/2014).

In tema di riciclaggio, si configura il dolo nella forma eventuale quando l'agente si rappresenta la concreta possibilità, accettandone il rischio, della provenienza delittuosa del denaro ricevuto ed investito (Sez. 2, Sentenza n. 8330 del 26/11/2013).

In tema di riciclaggio, non è necessario che la sussistenza del delitto non colposo presupposto sia stata accertata da una sentenza di condanna passata in giudicato, essendo sufficiente che il fatto costitutivo di tale delitto non sia stato giudizialmente escluso, nella sua materialità, in modo definitivo e che il giudice procedente per il riciclaggio ne abbia incidentalmente ritenuto la sussistenza; ne consegue che non può essere automaticamente esclusa la configurabilità del delitto di riciclaggio, per effetto della intervenuta sentenza di non luogo a procedere, confermata in sede di legittimità, in ordine al delitto presupposto, trattandosi di sentenza non irrevocabile (Sez. 2, Sentenza n. 7795 del 19/11/2013).

In tema di riciclaggio, integra gli estremi del reato putativo, non punibile ai sensi dell'art. 49, comma primo, cod. pen., la condotta di chi abbia agito ritenendo o accettando il rischio di riciclare somme di denaro provenienti da delitto non colposo, quando quest'ultimo risulti in realtà insussistente (Sez. 2, Sentenza n. 7795 del 19/11/2013).

Il delitto di riciclaggio si distingue da quello di ricettazione in relazione all'elemento materiale, che si connota per l'idoneità ad ostacolare l'identificazione della provenienza del bene e all'elemento soggettivo, costituito dal dolo generico di trasformazione della cosa per impedirne l'identificazione. (Fattispecie nella quale è stato qualificato come riciclaggio l'incendio di tre autovetture di provenienza illecita, al fine di ricavare materiale ferroso dalla combustione) (Sez. 2, Sentenza n. 50950 del 13/11/2013).

Risponde del delitto consumato e non tentato di riciclaggio il soggetto sorpreso dalla polizia giudiziaria nell'atto di smontare un'autovettura rubata, in quanto l'art. 648 bis cod. pen. configura un'ipotesi di reato a consumazione anticipata. (In motivazione, la Corte ha giustificato l'indicata natura del reato sulla scorta dell'espressione contenuta nell'art. 648 bis "operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della ... provenienza" che non indica un evento etiologicamente connesso alla condotta, ma descrive le caratteristiche dell'atto punibile) (Sez. 2, Sentenza n. 5505 del 22/10/2013).

Integra di per sé un autonomo atto di riciclaggio - essendo il delitto in parola, a forma libera e attuabile anche con modalità frammentarie e progressive - qualsiasi prelievo o trasferimento di fondi successivo a precedenti versamenti, e dunque anche il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da un conto corrente bancario ad un altro diversamente intestato e acceso presso un diverso istituto di credito. (In applicazione del principio, la Corte ha escluso che i trasferimenti e gli investimenti posti in essere dall'imputata dopo un primo deposito bancario di fondi di provenienza illecita potessero essere inquadrati come "post factum" non punibile) (Sez. 6, Sentenza n. 13085 del 03/10/2013).

Non integra il delitto di riciclaggio l'operazione consistita nel versamento sul proprio conto corrente di un assegno bancario giustificativo del pagamento di una fattura ed il successivo prelievo di una parte della somma versata con la restituzione all'emittente il titolo, funzionale ad ostacolare l'identificazione del delitto di fatture per operazioni inesistenti. (In motivazione, la Corte ha giustificato l'affermazione evidenziando come, pur potendosi considerare illecita l'operazione complessivamente articolata, fosse carente il presupposto per ritenere configurabile il delitto di riciclaggio e cioè la provenienza da delitto del denaro versato sul conto) (Sez. 2, Sentenza n. 41499 del 24/09/2013).

Integra il delitto di riciclaggio, il trasferimento di un veicolo rubato ed alterato negli aspetti identificativi in un paese straniero trattandosi di un'operazione volta ad ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa del bene (Sez. 2, Sentenza n. 51414 del 18/09/2013).

Il reato di intestazione fittizia, previsto dall'art. 12 quinquies D.L. n. 306 del 1992, conv. in legge n. 356 del 1992, si distingue dal delitto di riciclaggio di cui all'art. 648 bis cod. pen. perchè mentre in questa ultima fattispecie é necessario che i beni su cui vengano poste in essere le condotte incriminate siano provenienza di delitto, nell'altra si persegue solo l'obiettivo di evitare manovre dei potenziali assoggettabili a misure di prevenzione, volte a non far figurare la loro disponibilità di beni o altre utilità, a prescindere dalla provenienza di questi da delitto, che se provata può integrare altri reati (Sez. 5, Sentenza n. 39837 del 02/07/2013).

Il concorrente nel delitto associativo di stampo mafioso può essere chiamato a rispondere in quello di riciclaggio dei beni provenienti dall'attività associativa, sia quando il delitto presupposto sia da individuarsi nei delitti- fine, attuati in esecuzione del programma criminoso, sia quando esso sia costituito dallo stesso reato associativo, di per sé idoneo a produrre proventi illeciti (Sez. 2, Sentenza n. 27292 del 04/06/2013).

Commette il delitto di riciclaggio colui che accetta di essere indicato come beneficiario economico di conti correnti accesi all'estero, formalmente intestati a società aventi sede in paradisi fiscali, ma in realtà appartenenti a terzi, e sui quali confluiscono i proventi di attività delittuosa, in quanto detta condotta, pur non concretizzandosi nel compimento di atti dispositivi, è comunque idonea ad ostacolare l'identificazione della provenienza del denaro (Sez. 6, Sentenza n. 24548 del 22/05/2013).

Integra il delitto di riciclaggio la condotta di chi, avendo ricevuto denaro ad interesse usurario, lo reimpieghi mediante versamento su conti correnti bancari intestati a proprio nome, con l'intento di mascherare l'effettiva provenienza dello stesso e con la consapevolezza che in tal modo sarebbe stato possibile reimmetterlo sul mercato per compiere attività finanziaria o nel settore immobiliare, in modo da rendere più difficile l'accertamento della sua provenienza (Sez. 2, Sentenza n. 28856 del 08/05/2013).

La manomissione di elementi identificativi di un veicolo (targa, numero di telaio, numeri di identificazione di parti meccaniche) integra il delitto di riciclaggio, perché ostacola l'accertamento della provenienza del bene. (Fattispecie relativa alla sostituzione della targa di un motociclo) (Sez. 2, Sentenza n. 30842 del 03/04/2013).

Il delitto di riciclaggio si distingue da quello di ricettazione per l'elemento materiale, che si caratterizza, nel primo, per l'idoneità della condotta ad ostacolare l'identificazione della provenienza del bene, e per l'elemento soggettivo, che consiste, nel secondo, nel dolo generico e nella ricettazione nel dolo specifico dello scopo di lucro. (La Corte ha ritenuto la sussistenza del delitto di riciclaggio, e non di quello di ricettazione, in una fattispecie in cui agli imputati era stato contestato di avere posto in essere operazioni volte a convertire dinari croati fuori corso in euro, in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa del denaro) (Sez. 6, Sentenza n. 28715 del 15/02/2013).

Integra il delitto di riciclaggio il compimento di operazioni volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l'accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità. (Fattispecie attinente al versamento da parte dell'imputato su conti correnti intestati ai propri figli di n. 99 assegni circolari provento di truffa) (Sez. 2, Sentenza n. 1422 del 14/12/2012).

Il delitto di riciclaggio, che può essere occasionalmente commesso per mezzo della falsificazione di un documento, non assorbe il relativo delitto di falso documentale, non essendo possibile considerare il primo delitto come reato complesso rispetto al secondo, anche alla luce dell'art. 84 cod. pen. (Fattispecie in tema di riciclaggio di autovettura e falsificazione dei relativi documenti di accompagnamento) (Sez. 2, Sentenza n. 2074 del 13/12/2012)

Integra il delitto di riciclaggio il compimento di operazioni volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l'accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, attraverso un qualsiasi espediente che consista nell'aggirare la libera e normale esecuzione dell'attività posta in essere. (Nella specie, la Corte ha ritenuto configurabili i gravi indizi di reato in relazione ad una condotta consistita nella ricezione di somme di provenienza illecita su conti correnti personali e nella successiva effettuazione di operazioni bancarie comportanti ripetuti passaggi di denaro di importo corrispondente su conti di diverse società, oggettivamente finalizzate alla "schermatura" dell'origine delle disponibilità) (Sez. 2, Sentenza n. 3397 del 16/11/2012).

Integra il delitto di riciclaggio la condotta di monetizzazione di un assegno di provenienza illecita. (Fattispecie relativa al cambio di assegni provenienti dalle attività di un'associazione mafiosa, da parte di un titolare di un distributore di benzina) (Sez. 6, Sentenza n. 36759 del 20/06/2012).

Integra il delitto di riciclaggio la condotta di chi deposita in banca danaro di provenienza illecita, atteso che, stante la natura fungibile del bene, in tal modo lo stesso viene automaticamente sostituito, essendo l'istituto di credito obbligato a restituire al depositante la stessa somma depositata (Sez. 6, Sentenza n. 43534 del 24/04/2012).

Integra gli estremi del reato di ricettazione, e non di riciclaggio, la condotta consistente nell'apertura di conti correnti sotto il falso nome del beneficiario degli assegni di provenienza delittuosa senza apportare alcuna manomissione sui titoli, ma limitandosi a presentare documenti falsi recanti le generalità del titolare effettivo degli assegni (Sez. 2, Sentenza n. 19504 del 17/02/2012).

È configurabile il reato di cui all'art. 12 quinquies del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, conv. in legge 7 agosto 1992, n. 356 in capo all'autore del delitto presupposto, il quale attribuisca fittiziamente ad altri la titolarità o la disponibilità di denaro, beni o altre utilità, di cui rimanga effettivamente "dominus", al fine di agevolare una successiva circolazione nel tessuto finanziario, economico e produttivo, poichè la disposizione di cui all'art. 12 quinquies citato consente di perseguire anche i fatti di "auto" ricettazione, riciclaggio o reimpiego (Sez. U, Sentenza n. 25191 del 27/02/2014).


Considerazioni conclusive

Forse, più di ogni altra parola, un'immagine rende l'idea di come sia "circondata" la norma che stabilisce il riciclaggio. Sullo sfondo troviamo la disciplina prevista dal D.lgs. 231/2007 che attua la direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo.

Un sistema complesso e articolato di disposizioni con cui il legislatore ha voluto prevenire e reprimere vari fenomeni criminali simili che ledono variegati beni giuridici meritevoli di tutela. In questo compito egli viene affiancato, naturalmente, dall'opera della giurisprudenza e dalla dottrina che partendo dalla legge cercano di dare ad essa il senso fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dalla intenzione del legislatore stesso: un compito arduo. 

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Cass. Sent. n. 27292 del 24 giugno 2013

Cass. Sent. n. 29452 del 11 luglio 2013

Cass. Sent. n. 36870 del 09 settembre 2013

Cass. Sent. n. 41499 del 09 ottobre 2013

Cass. Sent. n. 9026 del 05 novembre 2013

Cass. Sent. n. 25191 del 16 giugno 2014

Cass. Sent. n. 39567 del 26 settembre 2014

Cass. Sent. n. 10746 del 15 marzo 2015

[1] Art. 41 Segnalazione di operazioni sospette – D.lgs. 231/2007

1. I soggetti indicati negli articoli 10, comma 2, 11, 12, 13 e 14 inviano alla UIF, una segnalazione di operazione sospetta quando sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell'operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell'attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell'ambito dell'attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico. E' un elemento di sospetto il ricorso frequente o ingiustificato a operazioni in contante, anche se non in violazione dei limiti di cui all'articolo 49, e, in particolare, il prelievo o il versamento in contante con intermediari finanziari di importo pari o superiore a 15.000 euro.

[2] D.lgs. 231/2007 art. 55

Comma 9. Chiunque, al fine di trarne profitto per sè o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all'acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 a 1.550 euro. Omissis

[3] Art. 648 c.p. - Ricettazione

1. Fuori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da euro 516 a euro 10.329. La pena è aumentata quando il fatto riguarda denaro o cose provenienti da delitti di rapina aggravata ai sensi dell'articolo 628, terzo comma, di estorsione aggravata ai sensi dell'articolo 629, secondo comma, ovvero di furto aggravato ai sensi dell'articolo 625, primo comma, n. 7-bis). (1)

2. La pena è della reclusione sino a sei anni e della multa sino a euro 516 (lire un milione), se il fatto è di particolare tenuità.

3. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l'autore del delitto da cui il denaro o le cose provengono non è imputabile o non è punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitto.

[4] Art. 648-ter c.p. - Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita

1. Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648-bis, impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000.

2. La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell'esercizio di un'attività professionale.

[5] Art. 416-bis c.p. - Associazione di tipo mafioso.

6. Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.

[6] Art. 416-bis c.p. - Associazione di tipo mafioso.

3. L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

[7] D.L. n. 152/1991 - Art. 7

1. Per i delitti punibili con pena diversa dall'ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, la pena è aumentata da un terzo alla metà.

[8] Art. 648-ter.1 c.p.Autoriciclaggio

3. Si applicano comunque le pene previste dal primo comma se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da un delitto commesso con le condizioni o le finalità di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni.

[9]Art. 12-quinquies – D.L. 306/1992 Trasferimento fraudolento di valori

1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque attribuisce fittiziamente ad altri la titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli articoli 648, 648-bise 648-ter del codice penale, è punito con la reclusione da due a sei anni

2. Fuori dei casi previsti dal comma 1 e dagli articoli 648, 648-bis e 648-ter del codice penale, coloro nei cui confronti pende procedimento penale per uno dei delitti previsti dai predetti articoli o dei delitti in materia di contrabbando, o per delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per i delitti di cui agli articoli 416-bis, 629, 630, 644 e 644-bis del codice penale e agli articoli 73 e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, ovvero nei cui confronti è in corso di applicazione o comunque si procede per l'applicazione di una misura di prevenzione personale i quali, anche per interposta persona fisica o giuridica, risultano essere titolari o avere la disponibilità a qualsiasi titolo di denaro, beni o altre utilità di valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica, e dei quali non possano giustificare la legittima provenienza, sono puniti con la reclusione da due a cinque anni e il denaro, beni o altre utilità sono confiscati.

[10] D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale.

Vedi allegato
(28/06/2016 - Giovanni Tringali) Foto: 123rf.com
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