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La sparizione forzata di persone in Perù al vaglio della Corte Interamericana dei Diritti Umani

Riflessioni su una pronuncia del primo settembre 2015
Illustrazione con la scritta Diritti Umani

Dott.ssa Chiara Pezza - La Corte Interamericana dei Diritti Umani, il primo settembre 2015, si è pronunciata su una querelle giuridica pluriventennale circa la responsabilità dello stato peruviano per la sparizione di quindici persone, avvenuta nel 1991 presso la comunità contadina di Santa Barbara, provincia di Huancavelica1, Perù.

La questione si inseriva nella difficile situazione nazionale di quel periodo, caratterizzato da un forte conflitto armato in Perù, che aveva portato ad una proroga dello stato di emergenza anche nel dipartimento e nella provincia di Huancavelica.

In tale dipartimento e nella provincia erano iniziate a verificarsi esecuzioni e sparizioni forzate di persone ritenute contrarie al potere in carica, accusate sommariamente di far parte di bande armate con finalità terroristiche. Era stato istituito il coprifuoco, ed in numerose occasioni era prassi dell'esercito fare irruzione nelle abitazioni per compiere razzie, violentare le donne e picchiare chiunque si opponesse alle incursioni.

Il caso vagliato dalla Corte riguarda la sparizione di quindici persone, appartenenti a due famiglie diverse, fra le quali anche una donna incinta e sette bambini (quattro maschi e tre femmine), di età compresa fra gli otto mesi ed i sei anni.

I fatti hanno avuto luogo nel luglio del 1991, quando due pattuglie militari ("Escorpio" e "Angel"2), dopo aver lasciato le basi di Lircay e Santa Teresita, si diressero verso la località Rodeopampa, presso la comunità contadina di Santa Barbara.

L'operazione militare3 aveva come obiettivo la cattura o eliminazione di terroristi ritenuti operativi in quella località e condiderati "presunti delinquenti sovversivi".

I militari, assistiti anche da alcuni civili, trascinarono fuori dalle proprie abitazioni quattordici fra donne, uomini e bambini.

I loro nomi: Yesenia Osnayo Hilario; Miriam Osnayo Hilario; Edith Osnayo Hilario; Wilmer Hilario Carhuapoma; Alex Jorge Hilario; Rau´l Hilario Guille´n; He´ctor Hilario Guille´n; Francisco Hilario Torres; Mercedes Carhuapoma de la Cruz; Dionicia Quispe Mallqui; Antonia Hilario Quispe; Magdalena Hilario Quispe; Dionicia Guille´n Riveros; Ramo´n Hilario Mora´n.

Poco più tardi anche Elihoref Huamani´ Vergara, che si stava dirigendo verso Rodeopampa, verrà catturato per strada ed obbligato ad unirsi al gruppo.

Dopo aver incendiato diverse abitazioni, i soldati saccheggiarono quanto rimasto delle pertinenze delle vittime, animali compresi.

I catturati vennero poi picchiati e costretti a camminare per ore, legati, senza cibo né acqua.

La destinazione era una miniera abbandonata, nota con i nomi di "Misteriosa" e "Vallaròn", dove tutti vennero fatti entrare con la forza ed uccisi a colpi di mitragliatrice.

I militari detonarono poi la miniera con dinamite4.

Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa, i parenti delle vittime sporsero denuncia in merito alla sparizione dei loro cari. I resti umani rinvenuti, grazie alle segnalazioni pervenute dai familiari, furono presi successivamente in carico dalle autorità, e non più ritrovati.

Nel corso degli anni diverse azioni giudiziarie sono state intraprese per accertare le responsabilità statali e dei militari coinvolti. Si è infine giunti alla pronuncia dello scorso settembre, che ha portato alla condanna del Perù.

La complessa ricostruzione della Corte, nel riconoscere la responsabilità nazionale ed internazionale dello stato peruviano, analizza dettagliatamente i singoli diritti violati, secondo uno schema articolato che comprende sia violazioni della Convenzione Interamericana sulla sparizione forzata di persone5, che della Convenzione Interamericana sulla prevenzione e repressione della tortura, nonché della Convenzione Americana per i Diritti Umani.

Per comprendere appieno la fattispecie in oggetto, i giudici rimarcano preliminarmente la nozione di sparizione forzata, tracciandone il confine con l'esecuzione extragiudiziale.

Si qualifica sparizione forzata, o forzosa, nel rispetto delle disposizioni contenute nell'articolo II della Convenzione Interamericana sulla sparizione forzata di persone, la condotta perpetrata da organi statali (o da persone che agiscano con l'autorizzazione, l'appoggio o l'acquiscienza dello Stato) volta non solo al rapimento ed alla privazione della libertà delle persone offese, bensì caratterizzata da un particolare atteggiamento dei soggetti agenti.

Occorre infatti che vengano poste in essere una serie di attività successive alla sparizione stessa, mediante le quali lo Stato - o chi ne fa le veci - si adoperi attivamente per coprire le tracce dell'operato proprio e dei suoi rappresentanti, negando di aver preso in custodia le vittime e non fornendo alcuna informazione al riguardo. L'obiettivo è quello di creare incertezza sull'ubicazione delle persone scomparse, perfino sul fatto che siano vive o morte, creando un clima di intimidazione anche attraverso la soppressione dei diritti fondamentali6. Con tale negazione di tutela viene così impedito l'esercizio di eventuali azioni legali e la conseguente garanzia procedimentale loro annessa.

Come chiarito dalla giurisprudenza della Corte in altre occasioni, peraltro, la fattispecie permane fino al momento in cui venga individuato il luogo in cui le vittime sono trattenute, o fino al ritrovamento di resti che ne permettano l'identificazione.

In relazione ai diritti lesi, la Corte li suddivide per tipologia, e li raggruppa in tre categorie analizzate separatamente.

Riconosce anzitutto la lesione dei diritti alla libertà ed integrità personale, alla vita ed al riconoscimento della personalità giuridica, in riferimento agli adulti vittime della sparizione forzata.

Aggiunge inoltre, per quanto concerne i sette bambini uccisi assieme alle loro famiglie, che sussista anche la violazione del diritto alla protezione speciale riconosciuta loro in quanto minori.

Nello specifico, risultano violati gli articoli 3, 4.1, 5.1, 5.2, e 7 della Convenzione Americana per i Diritti Umani, riferibili agli adulti sulla base del combinato disposto con l'art. 1.1 della stessa Convenzione, ed applicabili ai minori per il combinato disposto con l'art. 19, sempre della medesima Carta. A questi si somma la violazione degli articoli I.a e II della Convenzione Interamericana sulla sparizione forzata di persone.

Le motivazioni della Corte trovano le loro basi negli aspetti fattuali del caso, a fronte sia dell'atteggiamento di costante diniego7 delle autorità dell'esercito - nei momenti immediatamente successivi alla cattura - sia della detenzione che della distruzione delle prove.

Nell'elencare le condotte indicative di quella "negazione dei fatti" da parte dello Stato che caratterizza la sparizione forzata, la Corte inserisce anche il diritto "alla conoscenza della verità"8.

I familiari delle vittime infatti permangono tuttora in una condizione di incertezza, dovuta a diversi fattori, fra i quali il Tribunale enuclea i seguenti: attuale ignoranza sul luogo in cui sono stati trasferiti i corpi; dubbi sulla dinamica effettiva dei fatti avvenuti nel luglio 1991, non ancora ricostruiti con precisione; attività degli agenti dello Stato volta a cancellare le tracce del crimine.

A parere dei giudici questa situazione di dubbio costante sulla sorte dei propri cari costituisce "una delle principali fonti di sofferenza psichica e morale dei familiari delle vittime"9.

Tale violazione inoltre va inserita a pieno titolo nel denegato diritto di accesso alla giustizia.

Il comportamento dei soggetti agenti d'altronde, militari in primis ma, naturalmente, anche lo Stato, secondo la ricostruzione della sentenza non assume rilevanza solo in relazione al rapimento ed alla successiva esecuzione.

Vengono infatti analizzate anche le condotte mantenute in seguito, soprattutto riguardo la mancata diligenza, da parte degli operatori incaricati, nella gestione delle analisi sui resti ritrovati e sulla loro ubicazione logistica. Il collegio giudicante enumera non solo le carenze investigative10 e l'inesistenza di informazioni adeguate fornite ai familiari, ma sottolinea altresì il ritardo con cui l'intera gestione della rimozione dei corpi è avvenuta.

La gravità del fatto emergerebbe infatti anche dal lasso di tempo intercorso fra le denunce presentate dai familiari, il ritrovamento dei resti nella miniera e l'effettiva presa in carico ad opera delle autorità delle misure opportune. Lo Stato non avrebbe, anzitutto, intrapreso le dovute iniziative di ricerca degli scomparsi nella immediatezza dei fatti denunciati. Inoltre non avrebbe proceduto con le necessarie ispezioni dei luoghi di residenza delle vittime e dei resti delle abitazioni incendiate.

A simili considerazioni si aggiunge – dopo i ritardi di cui sopra – la perdita dei resti rinvenuti.

A fronte di quanto emerso risultano quindi violati, per la Corte, il diritto alla garanzia ed alla protezione giudiziale, oltre al diritto alla libertà personale, secondo quanto sancito dall'articolo I.b della Convenzione Interamericana sulla sparizione forzata di persone e dagli articoli 1, 6 ed 8 della Convenzione Interamericana sulla prevenzione e repressione della tortura.

Si rinviene inoltre la responsabilità statale anche per la condotta dei militari all'interno della comunità di Santa Barbara, in particolare in relazione all'incendio delle abitazioni delle vittime ed alla sottrazione dei loro beni. Avendo leso infatti sia il diritto di proprietà che quello alla vita familiare e personale, risultano violati gli articoli 21 e 11.2 della Convenzione Americana per i Diritti Umani, essendosi realizzata una "ingerenza abusiva ed arbitraria della vita privata e del domicilio".

A luce di queste considerazioni, la Corte ha condannato lo stato peruviano ad una serie di sanzioni, tra le quali è compresa la pubblicazione stessa della sentenza quale forma di riparazione per il pregiudizio subito dalle vittime.

Data la violazione dei diritti fondamentali perpetrata sia a danno delle vittime che dei loro familiari, e ritenute fondate le richieste di risarcimento, la Corte riconosce ai demandanti sia i danni materiali che immateriali11.

Quantifica entrambe le voci separatamente, obbligando al versamento di ammontari di natura differente a seconda che il diritto leso faccia capo alle vittime o ai loro parenti12.

Le cifre variano dai 10.000 dollari fino agli 80.000 dollari, a testa; ogni violazione riconosciuta peraltro postula un risarcimento di natura economica ex se, con conseguente sommatoria degli indennizzi.

E' prevista inoltre la reintegra in forma economica al fondo di assistenza legale delle vittime della Corte Interamericana dei Diritti Umani di quanto utilizzato durante il procedimento giudiziale.

Vengono poi ordinate una serie di attività che lo Stato dovrà porre in essere nel più breve tempo possibile. Il Tribunale Internazionale ha infatti condannato il Perù ad intraprendere le dovute investigazioni di polizia, col fine di punire gli effettivi responsabili delle violazioni dei diritti umani dichiarati nel corpus della sentenza.

Lo Stato dovrà altresì attrezzarsi per disporre l'esumazione e l'identificazione dei resti umani (previa loro localizzazione concreta, attesi i dubbi ancora esistenti), rinvenuti nei siti di cui in sentenza, garantendo al contempo lo stato dei luoghi in cui si è consumato il reato.

Sono infine statuite, in attesa delle indagini e delle risultanti azioni giudiziarie, alcune riparazioni economiche – ulteriori rispetto a quelle già citate - sempre a carico dello Stato a favore dei parenti delle vittime: dieci alpaca13 a testa, o il valore equivalente; una abitazione adeguata ad ognuno, nonché trattamenti medici, psicologici e psichiatrici14 alle vittime che ne facciano richiesta.

Dott.ssa Chiara Pezza


Note:

1. Città del Perù centrale, capoluogo dell'omonima provincia.

2. Guidate rispettivamente dal tenente di fanteria Javier Bendezu´ Vargas e dal tenente Abel Gallo Coca.

3. La missione si inseriva nel Piano Operativo Apolonia, facente parte della politica statale peruviana volta a combattere le rivolte sovversive che si riteneva imperversassero anche nella provincia e nel dipartimento di Huancavelica.

4. Secondo la ricostruzione dei fatti, l'esplosione avrebbe provveduto a provocare "el fraccionamiento de los cuerpos", cioè lo smembramento dei cadaveri.

5. Entrata in vigore in Perù il 15 marzo 2002.

6. "Se considera desaparicio´n forzada la privacio´n de la libertad a una o ma´s personas, cualquiera que fuera su forma,cometida por agentes del Estado o por personas o grupos de personas que actu´en con la autorizacio´n, el apoyo o la aquiescencia del Estado, seguida de la falta de informacio´n o de la negativa a reconocer dicha privacio´n de libertad o de informar sobre el paradero de la persona, con lo cual se impide el ejercicio de los recursos legales y de las garanti´as procesales pertinentes".

7. La Corte parla, al riguardo, di vero e proprio modus operandi.

8. Diritto alla verità definito quale "bene giuridico collettivo inalienabile".

9. Tutte le traduzioni dallo spagnolo sono ad opera dell'autrice.

10. Lo smarrimento dei resti, raccolti presso la miniera il 18 luglio 1991, non rispetterebbe gli standards minimi di legge inerenti "la gestione della scena del crimine ed il trattamento dei cadaveri delle vittime".

11. Il concetto di danno immateriale, secondo quanto stabilito dalla giurisprudenza della Corte, comprende sia le sofferenze causate alla vittima diretta ed ai suoi cari (compreso il discredito di valori significativi per le stesse), sia al contempo qualsiasi alterazione, di natura non economico-pecuniaria, in relazione alle condizioni di vita della persona offesa o della sua famiglia.

12. Familiari che, a loro volta, otterranno indennizzi più o meno ampi a seconda del grado di parentela che li legava alle vittime (genitori, fratelli, sorelle, zii).

13. L'alpaca è una varietà di lama, che vive in Perù ed in Bolivia.

14. Trattamenti da fornirsi in "forma immediata, adeguata, integrale ed effettiva".


(27/12/2015 - Chiara Pezza)
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