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Mediazione e conciliazione delle vertenze - Il fenomeno giuridico giapponese ed il recente caso Toyota

A San Valentino le donne giapponesi regalano cioccolatini ad amici, conoscenti e colleghi; i destinatari tutti rigorosamente uomini: non è un gesto spontaneo e neppure di convenienza. Si fa così semplicemente perché lo impone il “giri”, intraducibile termine che starebbe (forzatura occidentale) per “tradizione”; una tradizione che nell'Arcipelago delle oltre tremila isole si ammanta di semi-giuridicità. Quindi, un gesto che la Ferrero nipponica paradossalmente dovrebbe e potrebbe reclamizzare in stile tipo scadenza pagamento canone Rai: “Care consumatrici giapponesi, è San Valentino: è venuto, quindi, il momento di pagare il giri-choco (con questo buffo termine è denominato tale adempimento in lingua nipponica), noi Vi proponiamo i nostri favolosi prodotti …”. Pagamento di un debito che origina dalle relazioni familiari, amicali, lavorative e commerciali. Concetto che non si colora affatto di verticalità, nel senso che l'inferiore cerca di ingraziarsi il superiore nella scala gerarchica; è senz'altro un comportamento – dovere; è la trasposizione in ambito semi-giuridico della specificità culturale giapponese. Il Giappone è forse il Paese occidentalizzato a minor tasso di litigiosità: la mentalità giuridica dei nipponici è tutta rivolta alla conciliazione, che ora fa capolino in Italia sotto forma di Decreto Legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 ottobre 2009; ma sarei cauto ad affermare che il basso tasso di litigiosità sia un sintomo di arretratezza per il Giappone. Infatti, consultando le statistiche, sono pressoché uguali le cifre delle liti conciliate tra le aree metropolitane fortemente antropizzate e le zone rurali, periferiche e di scarsa densità rispetto ai gangli del potere. La bassa litigiosità nipponica non è neanche sintomo di scarsa efficienza del sistema – giustizia, seppur a ranghi che più esigui non si potrebbe. Induce i giapponesi all'amichevole transazione l'altissima prevedibilità delle statuizioni che noi chia meremmo nomofilachia. Ciò favorisce indubbiamente il ricorso a metodi di risoluzione alternativa delle controversie legali, che noi definiremmo ADR. Gli avvocati sono in numero talmente esiguo che stentereste a crederlo (non Tokio, ma Macerata, Ordine di cui faccio parte, ha ormai mille avvocati: al 31 dicembre 2009 erano 996, come ha reso noto il nostro Presidente del COA Avv. Piero Paciaroni, tanto per fare un esempio). In Giappone sono nella mia disponibilità i dati ministeriali del 2005: 25.000 i professionisti del diritto che operano in Giappone, divisi in 21.000 avvocati e 4.000 magistrati. Il Comitato per la Riforma del sistema giuridico confida di ottenere un aumento di circa 500 o 1.000 unità annue, in modo da arrivare nell'anno 2018 a circa 50.000 professioni del diritto, vale a dire una media di un professionista ogni 2.400 cittadini. In Italia una disputa di natura commerciale dura mediamente 1210 giorni (a Macerata può durare pure vent'anni, stante l'arretrato s tratificatosi negli ultimi lustri), mentre in Giappone appena 394. Una giustizia nipponica rapida e, quindi, poco costosa. Ed incentivante per le aziende ad investire. Lo ha ricordato di recente il Primo Presidente della Corte di Cassazione Dott. Vincenzo Carbone, che si sta prodigando per abbattere l'arretrato. Chiaramente è molto più vantaggioso per una multinazionale effettuare investimenti in Giappone rispetto che in Italia. Dalle nostre parti si è diffuso l'anglismo – acronimo ADR, che sta a sintetizzare l'opzione per le Alternative Dispute Risolution. Tornando al Giappone, ogni studio di diritto comparato è destinato a fallire perché la realtà è imperscrutabile per il nostro modo di vivere e di pensare. Troppi sono gli aspetti di tipo sociologico che ruotano attorno alla cultura del Sol Levante. Ci vorrebbe un Tiziano Terzani cui il giornale “Der Spiegel” offrì un ruolo di corrispondente che lo costrinse, nel settembre del 1985, a trasferirsi stabilmente in un appartam ento (stanze microscopiche, è ovvio) di Tokio, sulla collina di Nakameguro. Soltanto così si potrebbero cogliere i mille aspetti culturali e sociologici di un Paese complesso incastonato in un continente immenso e misterioso, l'Asia, tra culture secolari e tradizioni, il Maestro cinese Kung fu-tzu, che fu anche uomo di Stato oltre che pensatore sublime, il Confucianesimo che concepisce lo Stato come una grande famiglia, comportamenti e doveri che interagiscono con i precetti giuridici. Tutto si svolge in modo talmente aggrovigliato che si stenta a distinguere quel ch'è frutto di io categorico e quel ch'è adempimento al precetto della norma giuridica, la regula iuris vincolante. In Giappone perdere in un locale pubblico un oggetto anche di grande valore e, poi, ritrovarlo subito dopo presso il posto pubblico degli oggetti smarriti è sempre motivo di grande sorpresa per un occidentale che non si riesce a spiegare il ritrovamento neppure con la tradizionale onestà dei giappones i. Un esempio ne sia il modo anche goffo ed ingenuo con cui viene gestito in questi tormentati giorni il caso dei veicoli viziati della Toyota. Il top management e lo stesso proprietario Signor Toyoda non si curano del danno economico e della prevedibile flessione delle vendite, ma traspare dai loro volti e dalle loro espressioni quel perdere la faccia, la reputazione, quella cultura della vergogna estinta dalle nostre parti. Al punto che la trasgressione di tipo giuridico (Toyota dovrà porre rimedio, dovrà eseguire milioni di richiami e di sostituzioni di parti difettose, freni Prius, pedale di accelerazione e gommini che evitino il bloccaggio per modelli vari e tutto questo tsunami le costerà un occhio della testa e comunque partiranno montagne di azioni legali e le azioni in borsa credo stiano precipitando ai minimi storici) pare inglobato e stemperato in una doverosità che è molto più temibile e cogente di ogni class action. Stiamo parlando dell'Azienda automobilistica l eader al mondo, di un miracolo industriale studiato in ogni corso di formazione-manager, che produce i veicoli ritenuti più affidabili e sicuri, che ha catene di montaggio incredibili che chiunque nello stabilimento può arrestare se soltanto ha sentore che qualcosa non sta andando per il verso giusto; non un metodo, ma una filosofia aziendale; se ci fate caso, nei video girati nei Paesi alle prese con guerre atroci i veicoli sono tutti Toyota. Anche la vettura in cui perse la vita (per salvarla a Giuliana Sgrena) l'eroico Nicola Calipari era una Toyota Corolla. Chiusa flash: non sono legale della Toyota.
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(11/02/2010 - Avv. Paolo M. Storani)
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Avv. Paolo M. Storani
Civilista e penalista, dedito in particolare
alla materia della responsabilità civile
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