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Lavoro: Le relazioni industriali come fonte preliminare di diritto

Nel pomeriggio di venerdì 24 ottobre 2008, durante una sua conferenza tenuta presso l'auditorium di Confindustria Genova sui cambiamenti nel mondo del lavoro
Nel pomeriggio di venerdì 24 ottobre 2008, durante una sua conferenza tenuta presso l'auditorium di Confindustria Genova sui cambiamenti nel mondo del lavoro, il Prof. Michele Tiraboschi, ordinario di diritto del lavoro all'Università di Modena e Reggio Emilia, e incaricato di compiti di studio dal Governo attualmente in carica, tra le altre osservazioni, ha avanzato l'ipotesi che nel futuro, più o meno prossimo, siano le relazioni industriali a regolare sempre più frequentemente i rapporti di lavoro dipendente erodendo spazio anche a quei compiti che tradizionalmente sono stati fino ad ora del legislatore. Ha posto in evidenza che i paesi della comunità europea che seguono le più moderne interpretazioni di tali tematiche, sono già molto avanti in questo senso, mentre in Italia, purtroppo, il confronto fra le parti sociali è ancora affaticato su reciproche posizioni che non riescono ad assumere un respiro più aperto rispetto al ristretto ambito della classica vertenzialità sindacale: le parti continuano ad affannarsi, qui da noi, in logiche distributive e non hanno mente alle problematiche che sono al di sopra di queste e che le condizionano a priori. L'ipotesi è suggestiva e senza dubbio, per molti versi, affascinante; è da valutare però se e come può funzionare nella pratica. Conviene partire dalla realtà come si presenta oggi per arrivare a considerare quali sviluppi essa possa avere domani e con quali conseguenze. E' una tradizione ormai entrata nella prassi comune che il Governo in carica riunisca Confindustria e Sindacati nelle loro rappresentanze nazionali, prima di varare provvedimenti legislativi nelle materie lavoristiche e, soprattutto, interessanti le scelte di maggiore peso nelle politiche economiche nazionali, allo scopo di conoscere i punti di vista dell'una e dell'altra. La prassi, che può avere maggiore o minore peso specifico e influenza sulle decisioni finali a seconda che sia al governo l'una o l'altra coalizione politica, rappresenta oggi una abitudine consolidata e ispira l'esecutivo nelle sue successive proposte al Parlamento secondo le tendenze reali presenti nel paese. Ci si chiede se la concertazione come oggi in atto possa trasformarsi e prendere campo così significativamente da esser capace di sostituire, di fatto, le funzioni legislative, attraverso l'assunzione dell'iniziativa e la crescita dell'aspetto contrattuale rispetto ai compiti di Governo e Parlamento. In questo modo le parti sociali avrebbero l'opportunità di autoregolamentare la propria realtà e il proprio campo di competenza, cioè il mondo della produzione, con la previsione di un suggello finale soltanto eventuale di carattere normativo proveniente da parte degli organi legislativi laddove si renda indispensabile perché l'intervento delle relazioni industriali si sia evoluto al di là della disciplina dei rapporti fra i rappresentati, ed anche per ossequio ai dettami della Costituzione che, va ricordato, non possono essere disattese, con accordi o leggi ordinarie, neanche in queste circostanze. Non ci sarebbe bisogno di cambiare qualcosa nelle attribuzioni istituzionali e costituzionali delle parti; si tratterebbe, invece, di addivenire ad una nuova mentalità congiuntamente ammessa e riconosciuta da tutte le componenti di questa vicenda giuridica, di tutto il “mondo” che in un modo o nell'altro partecipa di essa e persino – sarebbe senza dubbio indispensabile - condivisa dall'opinione pubblica. Sarebbe necessaria, una “consapevolezza”, una “coscienza di investitura” presente non soltanto nelle parti contraenti ma in tutti i soggetti toccati dalla realtà del lavoro e nel paese intero. Non più quindi, alle parte sociali mandati di discussione sui soli contratti collettivi e funzioni di parere consultivo non vincolante in materia economica ma, attraverso una nuova maturità, la instaurazione di una nuova prassi, che sia scaturigine ed impulso alla regolamentazione dei rapporti che andranno a disciplinare la dialettica relazionale nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, ma anche delle politiche nel mercato del lavoro o nei rapporti del mondo del lavoro con scuola e università, nella materia contributiva e pensionistica, così come in tutte le tematiche oggi aperte e determinanti intorno al vastissimo argomento. Contemporaneamente, da una soluzione “inter partes” di ogni problematica in astratto, potrebbe verosimilmente ridursi il contenzioso giudiziario, nella considerazione che anche le vertenze individuali troverebbero più facilmente soluzione in ambito pacifico o arbitrale-sindacale, e segnatamente presso la Commissione di Conciliazione istituita presso la Direzione Provinciale del Lavoro (ex UPLMO) che oggi è troppo spesso considerata un'anticamera del giudizio davanti al magistrato. La via della autoregolamentazione dell'ambiente intero appare per più versi interessante. Non c'è dubbio infatti che associazioni dei datori di lavoro e sindacati siano, da una parte e dall'altra, le realtà più direttamente a contatto con imprese e lavoratori e più informate circa le problematiche, le aspirazioni, le esigenze piccole e grandi della popolazione che con il mondo del lavoro ha a che fare, anche riguardo all'ambito delle persone che non siano occupate e che al momento abbiano, per età o per scelta, collocazioni diverse. Confindustria, attraverso le sue associate territoriali, ha continuamente il polso della situazione nelle aziende e parimenti i sindacati possono contare su un filo diretto con la base lavorativa. In più le discipline che ne sortirebbero avrebbero come nucleo genetico un accordo, un vero e proprio “contratto” privato e non più una prassi come quella legislativa che può essere considerata in qualche modo “calata dall'alto”. Non si dovrebbe temere, d'altra parte, che le parti sociali finiscano per aver voce in capitolo su “tutta la materia de iure condendo”, ma soltanto su quelle vicende giuridiche interessate dalla realtà “lavoro” largamente intesa. Se l'ipotesi della maturazione in questo senso della pratica delle relazioni industriali appare per molti versi auspicabile, non mancano le concrete controindicazioni e le resistenze che una innovazione di così larga portata potrebbe incontrare. Prime fra tutte le fisiologiche gelosie delle Istituzioni costituzionali, governo in primis e parlamento poi, che si troverebbero ad essere diminuite nei loro compiti tradizionali per tutta una materia che ha pur sempre fatto parte delle loro competenze. E' da ritenere però che, ove una maturazione nel senso indicato delle prassi avvenga spontaneamente, governo e parlamento non avrebbero motivazioni giuridiche da opporre a questo spostamento perché si troverebbero di fronte ad una naturale crescita delle competenza delle parti sociali sotto il profilo, del tutto legittimo, della contrattazione privata e non ad ingerenze pubblicistiche negate dallo status del diritto costituzionale o da altra parte dell'ordinamento giuridico. Altra ragione di difficoltà potrebbe essere determinata dalla consueta “litigiosità”, spesso presente anche per motivi di principio e su singoli punti almeno apparentemente anche poco significativi se non in una dialettica di rapporti interni fra Confindustria e Sindacati e poco interessanti per il mondo reale. Accompagnata dalla condizione, in questo momento storico sicuramente marcata, di divisioni all'interno dello stesso sindacato. Tali incongruenze potrebbero portare a lungaggini esasperanti del dibattito e a ritardi negli accordi e, di conseguenza, nella regolamentazione di situazioni che richiederebbero invece una rapidità di soluzione che potrebbe essere assicurata, per altro verso, soltanto dall'intervento del governo, nel caso anche attraverso decreto legislativo. Ancora, ad oggi il sindacato non appare sufficientemente rappresentativo per tutta una parte del mondo del lavoro, ove è poco presente pur attraverso le sue diramazioni locali: per esempio, nei settori dei servizi e delle imprese commerciali, nonché nelle piccolissime aziende; così come il sindacato dimostra scarsa voce in capitolo, anche nello stesso campo della grande industria, su quei contratti individuali che siano diversi e meno tutelati del lavoro dipendente tradizionalmente inteso: vale a dire sui “co.co.pro” e sullo stesso lavoro interinale e a somministrazione, dove il numero dei lavoratori sindacalizzati è decisamente più basso che altrove: potrebbe esistere perciò una “tentazione”, per i sindacati, di impegno più diffuso rispetto alle categorie di dipendenti a tempo indeterminato e ai pensionati rispetto ad altre ugualmente presenti, ma che, di fatto, godono già in misura minore del loro appoggio. Trasformazioni auspicabili, dunque, e, almeno sul piano teorico, ricche di rigogliosi sviluppi, che però le condizioni reali possono ritardare nella pratica, vuoi per le resistenze di una parte degli attori principali dell'intera scacchiera vuoi per le non facili condizioni ambientali (più che di diritto) da cui il discorso prende le mosse.
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(27/10/2008 - Aldo Carpineti)
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