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Tassare le prostitute per sconfiggere la crisi? Di la tua.

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di Barbara LG Sordi -
Lex & the City - pensieri leggeri politicamente (s)corretti - episodio 45
Proprio ieri l'affermazione, o meglio la richiesta, della senatrice Pd Maria Spilabotte di tassare le prostitute ha creato un bel polverone su internet.
La politica ha fatto esplicita richiesta al Governo, affinché provveda urgentemente a regolamentare la più antica delle professioni, termine stra-abusato ahimè ma che corrisponde a verità assoluta.
Nella proposta fatta dalla Silabotte si cita innanzitutto l'apertura della Partita Iva, perché trattasi di professioniste del sesso, non semplici collaboratrici occasionali, che dovrebbero addirittura iscriversi alla Camera di Commercio. Non è specificato se della città in cui esercitano o risiedono.

Punto di forza della proposta è la certificazione di qualità (!) e il rilascio di un patentino (doppio !) per l'esercizio professionale, oltre che la creazione di cooperative in cui le prostitute possano riunirsi per esercitare insieme. E perché no stipulare convenzioni con i Comuni di appartenenza... che potrebbe essere di tutto vantaggio per le tasche di noi contribuenti, visti i recenti scandali fiorentini. Che girano, manco a farlo apposta, tutt'attorno prostituzione e coop.

La richiesta della senatrice in realtà avrebbe semplicemente dovuto vertere sull'applicazione di una normativa già esistente sulla tassazione del meretricio, o meglio dei lavori molto sommersi e molto in nero: l'articolo 36 comma 34 bis della legge 248/2006, e cioè del Decreto Bersani contenente misure in materia di lotta all'evasione fiscale, liberalizzazioni e competitività.

Proprio qualche anno fa l'articolo venne chiamato in causa dalla Suprema Corte, nella sentenza n. 10578/2011, con protagonista una ballerina regolarmente assunta da un locale notturno, che arrotondava prostituendosi. Controlli fiscali avevano fatto emergere la discrepanza tra conto corrente e stipendio, così da insospettire le Entrate e costringerla a versare l'Iva dovuta.
In questo caso gli ermellini affermarono che "seppur contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come trasgressiva di condivise norme etiche che rifiutano il commercio per danaro del proprio corpo, l'attività predetta non costituisce reato, e consiste, appunto, in una prestazione di servizio verso corrispettivo". E pertanto soggetta a tassazione. Va inoltre precisato che la famosissima Legge Merlin (75/1958) ha vietato le case di tolleranza e introdotto una serie di reati attinenti alla prostituzione, come lo sfruttamento (economico) o il favoreggiamento (non economico), senza però vietare la prostituzione in sé e per sé.

Allora vediamo se questa è la volta buona per poter appianare, o perlomeno ridurre cospicuamente, il deficit economico prodotto dall'elusione fiscale. In fondo siamo tutti nella stessa barca o bagnarola (oddio, qualcuno in realtà viaggia su yacht o fuoribordo lussuosi), quindi tanto vale darsi una mano... anche se questa specifica "mano" non farà piacere ai benpensanti.
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(22/06/2013 - Barbara LG Sordi)
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