D'ora in avanti bastano pochi mesi di vessazioni per dimostrare che c'è stato mobbing nei confronti di un dipendente. E' quanto afferma la Corte di Cassazione con la sentenza 22858/2008 in cui ricorda che il datore di lavoro deve pagare di persona se ha "chiuso un occhio" sulle angherie subite da un suo dipendente. La sezione Lavoro della Corte ha infatti accolto il ricorso di una lavoratrice che per sei mesi era stata sottoposta a svariate vessazioni: prima un trasferimento di sede, poi la sottrazione di un progetto di rilevanza europea e infine la collocazione in una stanza senza finestre e priva di scrivania. Ma non basta, i Giudici di Piazza Cavour nel ricostruire i fatti hanno rilevato che tutte le vessazioni erano accompagnate anche da "battute grossolane" che la donna si sentiva continuamente ripetere. La donna ha sopportato per un pò ma alla fine è passata alle vie legali chiedendo un risarcimento di 400 mila euro. I giudici di merito avevano respinto il ricorso considerando il periodo di sei mesi "troppo esiguo per la concretizzazione d'un processo per mobbing". Rivolgendosi in Cassazione la donna ha continuato a lamentare i soprusi subiti dal suo superiore senza che il datore di lavoro intervenisse. La Corte ha accolto il ricorso osservando che "se e' vero che il mobbing non puo' realizzarsi attraverso una condotta istantanea, e' anche vero che un periodo di sei mesi e' piu' che sufficiente per integrare l'idoneita' lesiva della condotta nel tempo".
E' quanto afferma la Corte di Cassazione con la sentenza 22858/2008 in cui ricorda che il datore di lavoro deve pagare di persona se ha "chiuso un occhio" sulle angherie subite
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