L'austerità e riforme demolitive dello stato sociale richieste dall'Europa hanno un supporto teorico: l'ordo-liberalismo detto anche nazi-liberalismo
Esiste un preciso, ma dimenticato, supporto teorico alla austerità ed alle recenti riforme demolitive dello stato sociale richieste dalla Ue.
Si tratta dell'ordo-liberalismo, detto anche nazi-liberalismo (siamo in effetti negli anni '30...) che, a differenza del neo-liberalismo (che vorrebbe lo Stato fuori dall'economia), pretende che sia lo stesso Stato ad organizzare la società secondo un preciso ordine economico basato sulla concorrenza e l'iniziativa privata. Padri ne sono (tra gli altri) Walter Eucken e Franz Bohm.
Madre, invece, è quell'eterno miraggio della Grande Germania Uber alles con il quale quella classe dirigente, sfruttando il bisogno di rivalsa (o il senso di inferiorità?) del popolo tedesco, lo ha sempre menato per il naso portandolo ai disastri storici che conosciamo tutti.
Nel 2003 il Cancelliere Schroder ha recepito i principi del nazi-liberalismo, varando un piano di riforma, battezzato Agenda 2010, basato sulla riduzione della spesa per lo stato sociale ed il ridimensionamento delle prestazioni di assistenza, al fine di dirottare più risorse verso la crescita (a spese della popolazione attiva). Una serie di leggi attuative (dette leggi Hartz, dal nome del ministro proponente, ex dirigente Volkswagen...) hanno tagliato pensioni, indennità di disoccupazione e in generale tutte le forme di assistenza.
Sopratutto, con queste leggi, irretiti i sindacati con il mito della potenza germanica, è stata bloccata la crescita dei salari reali, schiacciando oltre un terzo della forza lavoro al di sotto della soglia di povertà.
La compressione dei salari, unitamente al calo della domanda interna, ha determinato - per i prodotti dell'industria tedesca - un tasso reale di scambio notevolmente più basso, secondo la comune valutazione addirittura del 20%, rispetto ai Paesi Ue, verso i quali più intensi sono i rapporti commerciali. Ciò ha provocato un forte surplus delle partite correnti tedesche, che ha costretto i Paesi importatori a consistenti esborsi, in buona parte realizzato con titoli pubblici, che sono finiti nelle casse delle banche tedesche. (Ed ecco la preoccupazione tedesca di evitare che i titoli dei Paesi debitori potessero svalutarsi e lo sfrozo quindi di imporre, tramite Ue, le politiche di austerità di bilancio).
Questa politica di esasperata incentivazione delle esportazioni, è da notare, viola i Trattati europei e, in particolare, il principio stabilito dal c.d. Excessive imbalance procedure che prevede che un Paese debba essere sottoposto a indagine quando evidenzia una bilancia commerciale fortemente eccedente.
Nessuna procedura è peraltro mai stata attivata contro la Germania.
Il nazi-liberalismo è stato imposto dalla Germania alla Ue i cui governi hanno subito provveduto a specifiche riforme atte a ridurre la presenza dello Stato nell'economia togliendogli ogni fonte di spesa.
In gioco però c'è la ristrutturazione della società secondo il modello disegnato dalla teoria ordoliberale.
Così sono state demolite le pensioni (pagate peraltro dai contributi di impiegati e imprese per oltre il 90%), il diritto del lavoro con le sue tutele per i lavoratori, la scuola, la sanità, i trasporti, ecc.
Il principio è che il costo dello stato sociale inibisce la crescita.
Occorre pertanto:
- creare un'occupazione precaria molto estesa che, seminando insicurezza, disincentivi gli aumenti salariali.
- ridurre le imposte sui redditi elevati (il Italia siamo scesi dal 75% al 43).
- comprimere i redditi da lavoro.
- tagliare le indennità di disoccupazione, che disincentivano.
- ridurre i sostegni al reddito di inabili e disoccupati.
- trasformare la scuola in una impresa e l'istruzione in uno strumento, non per formare cittadini consapevoli, ma "capitale umano" per le imprese, curando la cancellazione di ogni istanza di pensiero critico.
E qui è la base delle sciagurate riforme Moratti, Gelmini e Giannini, con il taglio di oltre 90 mila docenti, 30 mila ausiliari e 10 miliardi di fondi.
Il sistema scolastico deve funzionare come una fabbrica nella quale ognuno deve produrre competenze utili al Pil.

P.S.: l'Argentina spende per l'istruzione oltre il 6% del Pil, l'Italia, il 2 circa.
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Foto: 123rf.com
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