Chiamare il numero antiviolenza nazionale 1522 quando si fanno le uscite consentite per legge. Utilizzare l'app gratis contro gli stalker durante la quarantena
violenza sulle donne con nastro bianco simbolo lotta femminicidio

di Gabriella Lax - La quarantena da coronavirus per qualcuno può trasformarsi in un vero e proprio inferno. Il riferimento è alle donne, vittime di violenza domestica, costrette in casa a causa delle misure d'emergenza introdotte dal governo. Per questi soggetti l'hashtag #iorestoacasa ha il peso di una pietra tombale.

Coronavirus e vittime di violenze di genere

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A causa della permanenza forzata in casa e dello stretto contatto con i loro aguzzini situazioni di violenza e di disagio preesistenti si esasperano e la vittima, non potendo lasciare l'abitazione, si ritrova senza scampo. D'altro canto, la difficoltà maggiore, per chi subisce violenze in questo contesto, è quella di chiedere aiuto. Come rivelano le statistiche se dal primo gennaio al 15 marzo di quest'anno sono state 6283 le donne che hanno chiamato il 1522, il numero antiviolenza e stalking, il numero di richieste d'aiuto è crollato negli ultimi venti giorni.

Violenza donne: Di.Re: «Sfruttare le uscite consentite»

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Cosa fare di fronte a quest'emergenza? Il centro Di.Re Donne in rete contro la violenza suggerisce alle vittime di maltrattamenti di utilizzare le uscite consentite per chiamare il centro antiviolenza più vicino. Quando si esce a fare la spesa, o mentre si va in farmacia, ad esempio. I numeri si trovano sul sito direcontrolaviolenza.it. Il sito ricorda poi di cancellare la cronologia delle chiamate prima di far ritorno a casa. Lo stesso movimento, considerato il prolungarsi dei provvedimenti del governo anti contagio ha scritto, tramite la presidente Antonella Veltri, al presidente del consiglio Conte, una lettera con richieste precise per consentire ai centri antiviolenza di continuare ad assicurare il supporto essenziale alle donne vittime di violenza.

«In questo momento i centri stanno facendo fronte da soli alle spese per assicurare il rispetto delle disposizioni anti-contagio e l'eventuale quarantena delle donne che non possono essere accolte direttamente nelle case rifugio - spiega Veltri - Ben venga dunque il fondo straordinario annunciato dalla ministra Bonetti, ma questo non deve andare a intaccare le risorse previste per la gestione ordinaria del Piano nazionale antiviolenza e i progetti dei centri antiviolenza nel 2020. Inoltre questi fondi devono poter essere trasferiti direttamente dallo Stato ai centri antiviolenza, senza passare attraverso la strozzatura delle Regioni» raccomanda la presidente di D.i.Re.

L'app contro gli stalker gratuita nel periodo di quarantena

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Per chi invece è vittima di stalking, come ricorda il Messaggero, arriva un'applicazione che difende le donne dagli stalker. Un'app di una startup, Mytutela, gratuita per tutto il periodo della quarantena dovuta al coronavirus.

Come procedere? Basta scaricare l'app ed inserire il numero del molestatore. Da quel momento ogni telefonata o messaggio vengono automaticamente messi da parte e archiviati, ordinati da un punto di vista cronologico, in modo da definire il percorso dello stalker.

Coronavirus, Cgil: «In caso di violenza vanno trasferiti i maltrattanti»

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Sul caso delle violenze in tempo di coronavirus interviene la Cgil nazionale commentando, in una nota, la decisione del procuratore di Trento, Sandro Raimondi, che stabilisce «in caso di violenza domestica che non saranno più le donne e i bambini a dovere lasciare la casa, ma verranno trasferiti i maltrattanti. Non solo per non esporre i più deboli al rischio Covid-19, ma anche per non aggiungere violenza alla violenza - afferma il sindacato - la costrizione dentro casa a causa del coronavirus è difficile per tutti, ma diventa un vero incubo per le donne vittime di violenza di genere. Anche una semplice chiamata al centro antiviolenza, con il terrore di essere ascoltate, la paura di dover abbandonare la propria casa in questo periodo complicato rischia di essere un deterrente ulteriore alla denuncia della propria condizione, proprio in una fase in cui la convivenza forzata aumenta le dinamiche della violenza e in cui i figli sono costretti ad assistere alle aggressioni».

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Foto: 123rf.com
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