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Avvocati e A.I.: chi paga i danni se l'algoritmo sbaglia?

Gli avvocati devono cominciare ad interrogarsi sulle ripercussioni che l'intelligenza artificiale (AI) avrà sul loro lavoro, comprese le conseguenze in caso di errore dell'algoritmo
cervello staccato dal corpo nel caso di intelligenza artificiale

di Annamaria Villafrate - Naturalmente si tratta di un titolo provocatorio, anche se è indubbio che a questo quesito si dovrà dare una risposta prima o poi. L'evoluzione tecnologica del resto è inarrestabile, nonostante la ridotta percezione che caratterizza i professionisti italiani. Le ragioni? Prima di tutto la tecnologia richiede investimenti che solo gli studi legali delle grandi città italiane possono permettersi. In secondo luogo una certa resistenza culturale a "delegare" a una macchina, il lavoro finora svolto dal professionista. Chi opera quotidianamente grazie all'apporto dell'intelligenza artificiale però sostiene che le macchine non potranno mai sostituire il lavoro creativo dell'avvocato, ma solo quello più ripetitivo e routinario. In America i software e le tecnologie impiegate dagli studi legali hanno avuto indubbi riflessi positivi e da anni rappresentano una realtà consolidata. In Italia invece, sono tanti ancora i dubbi che, a torto o ragione, agitano le menti e frenano l'impiego delle tecnologie.

  1. A.I. legale: il primato d'Inghilterra e Stati Uniti
  2. Italia: fanalino di coda nell'impiego dell'A.I negli studi legali
  3. A.I negli studi legali: in caso di errore chi paga?

A.I. legale: il primato d'Inghilterra e Stati Uniti

Gli studi legali londinesi, così come quelli americani dettano legge nella legal tech. Sono loro a svettare sul podio della digital transformation degli studi professionali. Software che scrivono contratti standard, sistemi capaci di rilevare anomalie contrattuali, analytics che a breve saranno in grado di profilare giudici e avvocati, per garantirsi la vittoria in Tribunale grazie alla capacità di produrre previsioni.

Italia: fanalino di coda nell'impiego dell'A.I negli studi legali

Se si pensa alle difficoltà operative del processo telematico italiano e al fatto che la firma digitale, la PEC e le banche dati fanno parte della realtà legale da poco più di un decennio, sembra lontano il tempo in cui queste moderne tecnologie saranno in grado di stravolgere il lavoro degli avvocati.

Il ritardo con cui l'Italia cresce dal punto di vista tecnologico dipende da diversi fattori. Il primo è legato all'insufficienza e ai difetti di funzionamento delle infrastrutture che dovrebbero garantire una connessione ottimale, il secondo è dovuto a una certa resistenza culturale al cambiamento e in ultimo, la difficoltà, soprattutto dei professionisti senior, di stare al passo coi tempi e aggiornarsi anche dal punto di vista tecnologico informatico.

Certo, i problemi da affrontare e risolvere in ambito digitale in Italia sono ancora tanti, anche se a dirla tutta i tentativi d'innovare non mancano. Ne è un esempio "Toga", la prima applicazione d'Intelligenza Artificiale in materia penale o Luminance che legge i contratti ed è in grado di rilevare errori e discrasie.

A.I negli studi legali: in caso di errore chi paga?

Appare chiaro che, alla luce dell'inarrestabile evoluzione tecnologica degli studi legali, sarà necessario ripensare anche alla formazione universitaria di chi opererà nel settore forense. Non ci si potrà più solo limitare a studiare i Codici. Occorrerà affiancare allo studio tradizionale del diritto, materie più tecniche, in grado di fornire ai futuri professionisti gli attrezzi del mestiere per districarsi tra app, device, sistemi di archiviazione e software sempre più performanti che stravolgeranno, attraverso una riorganizzazione profonda, gli studi legali del futuro. Questo perché, intelligenti o no, si tratta sempre e comunque di macchine, il cui funzionamento non può prescindere dall'intervento umano.

Da qui la domanda posta all'inizio. In caso di errore, ad esempio, nella redazione di un atto processuale o di un contratto, chi paga? L'avvocato, a cui si chiede quindi, nonostante il supporto delle macchine intelligenti, di effettuare un ultimo e attento controllo sul lavoro svolto dall'"umanoide" o chi ha prodotto il software?

Su questo, come su altri temi legati all'utilizzo dell'Intelligenza artificiale nel settore automobilistico (driveless) o finanziario, l'avvocatura si sta interrogando, per evitare che l'impiego delle macchine nella professione legale produca l'illusione che le stesse siano in grado di fare tutto il lavoro in completa autonomia, esimendo il suo utilizzatore, da ogni responsabilità.

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(11/11/2018 - Annamaria Villafrate) Foto: 123rf.com

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