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Il processo civile e la semplicità perduta

Il pericoloso progressivo ritorno verso il formalismo che caratterizzava i sistemi giuridici più arcaici
piatti bilancia in equilibrio simbolo di giustizia
di Roberto Cataldi - Diciamoci la verità, la politica è spesso alla ricerca di consensi più che di soluzioni concrete. E per quanto si voglia discutere, fuori e dentro la sede parlamentare, la sempre più urgente necessità di semplificazione che riguarda non solo la "macchina pubblica" (ingolfata da un eccesso di burocrazia), ma anche e in special modo il sistema giuridico italiano deve fare i conti con un progressivo svilimento del diritto sostanziale nel nome della forma e delle regole processuali.

Al di là dei propositi espressi più volte e in diverse modalità in merito alla necessità di velocizzare il processo civile e di consentire così a cittadini e a imprese di arrivare celermente ad una sentenza, non sembra che il legislatore sia mai riuscito a trovare una soluzione idonea.

A partire del 1990 abbiamo assistito a un continuo ed inconcludente rimaneggiamento delle regole che disciplinano il processo civile. Ma tutto questo non solo non ha ridotto i tempi della giustizia ma ha anche comportato il fiorire di una serie di "trappole procedurali" che possono condurre un cittadino a perdere una causa anche se nella sostanza ha ragione.

Inizialmente il legislatore si era mosso dall'esigenza di accelerare il processo civile per evitare quel susseguirsi di condanne dello Stato (da parte della Corte europea) per violazione del primo comma dell'art. 6 della Convenzione di Strasburgo sulla ragionevole durata del processo.

Ma il legislatore sembra non essersi reso conto del fatto che aver ingolfato il processo con un formalismo esasperato rischia di trasformare noi avvocati in una folta schiera di azzeccagarbugli di manzoniana memoria dovendoci preoccupare più di "azzeccare" le procedure, piuttosto che di impegnarci a valorizzare le ragioni di merito ossia il diritto sostanziale.

Oggi stiamo assistendo a un fenomeno davvero preoccupante: si dà prevalenza alla forma e alle procedure e si mettono in secondo piano i diritti delle persone (il c.d. diritto sostanziale). 

Stiamo diventando i protagonisti di una pericolosa involuzione del sistema normativo e per certi versi sembra di rivedere in auge forme arcaiche di giustizia che hanno caratterizzato civiltà antiche.

Basta dare uno sguardo ai documenti che conserviamo sui processi tenuti nell'antica Roma per comprendere il pericolo del tecnicismo linguistico nel quale siamo precipitati. 
Le testimonianze raccolte, infatti, ci informano di processi decisi dall'uso di determinati termini ritenuti più o meno consoni a descrivere l'oggetto della discussione. Una imprecisione nel linguaggio era sufficiente per perdere un processo pur avendo tutti gli elementi a favore. 

Nel processo delle c.d. legis actiones, ad esempio, si poteva perdere una causa solo perché si sbagliava a utilizzare una parola: se ci si lamentava del fatto che un vicino aveva sconfinato e tagliato 20 ciliegi si perdeva la causa perché seguendo le regole procedurali dell'epoca si sarebbe dovuto scrivere "20 alberi" e non "20 ciliegi".

Oggi come nell'antichità, forse, si è attribuita troppa importanza alla forma e alle parole preferendo alla figura dell'Avvocato quella dell'azzeccagarbugli che deve districarsi tra un'infinita serie di complicazioni processuali.

Per i Romani, però, la funzione giurisdizionale aveva un connotato sacro e sbagliare una formula significava andare contro un rito caratterizzato da una certa sacralità.
Il tutto era legato a una visione quasi sacerdotale della funzione giurisdizionale e per questo sbagliare una formula significava infrangere un rito che aveva come conseguenza una punizione: la perdita del diritto sostanziale.

Ma erano epoche diverse e oggi il formalismo giudiziario non appare più giustificato né in linea con l'evoluzione di una coscienza sociale che non può più tollerare che si dia precedenza al processo rispetto ai diritti delle persone.

Oggi dovremmo ristabilire un principio ineludibile in uno stato di diritto: la priorità del diritto sostanziale sul diritto processuale.

Occorre recuperare anche nel processo i valori che sono alla base di uno stato democratico.

Per questo dobbiamo augurarci, almeno per il futuro, che il legislatore inizi a percorrere la strada della semplificazione perchè solo questa restituire il giusto risalto ai diritti che troppo spesso, la burocratizzazione del sistema giudiziario ha finito per coprire e insabbiare.

Come si può accettare che un cittadino possa perdere irrimediabilmente una causa solo per un errore di procedura se nella sostanza ha ragione? Come si può accettare il concetto stesso della irrimediabilità degli errori di forma?

L'umorista Giovannino Oliviero Giuseppe Guaresch, aveva scritto che è sempre infinitamente più difficile essere semplici che essere complicati.
E questo dovrebbe essere anche un monito per il nostro legislatore quando alle regole processuali.

Un discorso che dovrebbe valere anche per il linguaggio dato che le norme di legge non sono dirette solo agli addetti ai lavori ma a tutto il popolo italiano e non si può tollerare l'uso di una semantica tesa di più a creare confusione che a chiarire i concetti.

Oggi il processo civile sta viaggiando su binari ben lontani dal suo fine ultimo: portare a una sentenza che stabilisca chi ha ragione e chi ha torto.

Sia ben chiaro non voglio squalificare il valore del linguaggio tecnico, ma solo attribuirgli il giusto ruolo: le parole e la forma devono muoversi nel rispetto della sostanza e soprattutto evitare che in un processo l'oggetto della controversia diventi marginale.
(26/04/2016 - Roberto Cataldi) Foto: 123rf.com
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