Sei in: Home » Articoli

Violenza sessuale: le dichiarazioni della vittima vanno analizzate in maniera rigorosa

Scagionato l'imputato se i fatti sono incongruenti e le accuse fondate solo su malesseri fisici della vittima
Bambina che abbraccia un grande orso di peluche seduta su un pontile di fronte a un lago
di Lucia Izzo - Non può scattare la condanna per violenza sessuale se manca un'accurata previa verifica, particolarmente precisa e penetrante, delle dichiarazioni della vittima, non potendosi ritenere sintomatico dell'offesa subita un mero disagio mostrato in alcune occasioni.
Il giudice sarà tenuto ad analizzare e adeguatamente motivare la credibilità soggettiva del dichiarante, più di come farebbe con un normale testimone.

Lo ha affermato la Corte di Cassazione, terza sezione penale, nella sentenza n. 9135/2016 (qui sotto allegata).
Il ricorrente era stato dichiarato responsabile di violenza sessuale aggravata e continuata commessa per un lungo periodo di tempo e in più occasioni in danno della nipote infradecenne al momento in cui sarebbe iniziata la condotta criminosa.
La decisione, con condanna a 8 atti di reclusione, veniva ribadita in appello in base al complessivo giudizio di attendibilità della minore parte offesa.

Il ricorrente lamenta che la Corte territoriale non avrebbe sottoposto il giudizio di attendibilità della parte offesa a quello stringente vaglio critico che, secondo la giurisprudenza di legittimità, si pone ogniqualvolta le dichiarazioni di questa sono sostanzialmente le uniche fonti accusatorie su cui si basa la sentenza di condanna.

Gli Ermellini evidenziano che nei reati coinvolgenti la violazione della sfera sessuale dell'individuo, la penale responsabilità dell'agente può essere provata anche soltanto attraverso le dichiarazioni rese dalla medesima persona offesa; come spesso accade, questo genere di reato si verifica in genere alla esclusiva presenza del soggetto agente e del soggetto passivo del reato.

Tuttavia, chiarisce il Collegio, è necessario che l'Autorità giudiziaria provveda a una previa e accurata verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell'attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone.

Nel caso di specie tale penetrante verifica non sarebbe stata compiuta dai giudici del merito, che hanno negato rilevanza, in maniera ripetuta, alle obiettive incongruenze riscontate nel narrato della persona offesa per la parte riferita agli episodi di violenza sessuale più risalenti nel tempo.

La minore, ad esempio, dichiara di aver subito abusi quando aveva 4 o 5 anni, nel corso di una vacanza: collocazione temporale imprecisa, come rilevato dalla stessa Corte territoriale, in quanto sono eventi contestualizzati quando di anni la bambina ne aveva in realtà 8 o 9.
Ancora la difesa rileva che i genitori della piccola hanno dichiarato che la minore, quando era in tenera età, non avrebbe avuto occasione di trovarsi da sola con lo zio.

Anche circa episodi più recenti le dichiarazioni della minore contrastano con il fatto che l'imputato, svolgendo un'attività lavorativa, non si sarebbe potuto trovare presso la casa della nonna della piccola quando, secondo il suo racconto, si sarebbero verificati episodi di violenza; ricostruzione ancor più incredibile se si pensa che in quel periodo in casa, oltre alla nonna, vi era anche l'altro zio, il fratello dell'imputato, ed entrambi non avessero mai notato nulla.
La Corte di merito, invece, superando la genericità del racconto, ha dichiarato i fatti pienamente provati ponendoli e fondamentali anche per la determinazione della pena, essendo in parte avvenuti quando la parte offesa aveva meno di dieci anni.

Per la Cassazione si tratta di un procedimento illogico, così come è illogico l'aver svilito le dichiarazioni rese dagli stessi genitori della ragazza, liquidate dalla Corte d'Appello come volte a scagionare sé stessi dalla responsabilità che avrebbe potuto derivargli a causa dell'omessa vigilanza sulla bambina. 
Invece, gli stessi genitori, certamente non animati dalla volontà di scagionare l'odierno imputati, si sono addirittura costituiti parte civile.
Neppure potrebbe comunque ritenersi alcuna colpa nei confronti di chi, in assenza di particolari motivi di sospetto, affida per un breve periodo di tempo un bambino ad un comune prossimo congiunto.

Il giudice d'appello si è limitato a ritenere logicamente indicativi degli abusi subiti, i malesseri fisici manifestati dalla ragazza in ambiente scolastico, durante il corso di educazione sessuale.
Malesseri che la vittima aveva tuttavia mostrato anche in occasione di prove scolastiche impegnative,  sicché gli stessi appaiono essere piuttosto indice di un'emotività spiccata, tale da coinvolgere, in presenza di fattori di stress, anche la componente fisica della persona e non solo quella psicologica.

In tale quadro probatorio e indiziario a carico del prevenuto, la Cassazione esclude di poter tranquillamente esprimere un giudizio di responsabilità penale nei suoi confronti.
Pertanto, la sentenza andrà annullata e rinviata affinché il giudice possa esaminare nuovamente il materiale processuale a sua disposizione e rivalutare, tenuto conto della segnalate aporie motivazionali, la sussistenza o meno degli elementi per confermare l'affermazione della penale responsabilità dell'imputato contenuta nella sentenza del giudice di prime cure.

Cass., III sez. pen., sent. 9135/2016
(19/04/2016 - Lucia Izzo)
In evidenza oggi:
» Biotestamento: è legge
» Addio animali nei circhi: entro un anno le norme
» A che età si può andare in pensione: guida con tabelle semplificative
» Spese straordinarie per i figli: il vademecum
» Pignoramento del Tfr: cos'è e limiti


Puoi trovare o lasciare commenti anche nei post che trovi nella nostra Pagina Facebook
Newsletter f g+ t in Rss
Print Friendly and PDF