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Cassazione: Non bastano le parole per fare un ingiuria. Assolto uomo che ha dato dell'esaurita alla vicina

Per la configurabilità del reato occorre fare riferimento al contesto in cui determinate parole sono state pronunciate e occorre attribuire alle parole il significato che hanno nel linguaggio comune
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La Corte di Cassazione pronunciandosi ancora una volta in tema di ingiuria, ricorda che per la configurabilità del reato occorre fare riferimento al contesto in cui determinate parole sono state pronunciate ed è necessario attribuire alle parole il significato che hanno nel linguaggio comune
Si deve prescindere invece dalle "intenzioni inespresse dell'offensore, come pure dalle sensazioni puramente soggettive che la frase può aver provocato nell'offeso". 

Secondo la Corte (sentenza 11 novembre 2014, n. 46488 ) non può configurarsi il reato di ingiuria nel semplice fatto che sono state proferite le parole "sta esaurita" nel corso di un'accesa discussione.

In precedenza il Giudice di Pace con una sentenza confermata anche dal tribunale di Brindisi aveva condannato un uomo a 200 euro di multa e al risarcimento dei danni in favore di una donna a cui l'imputato si era rivolto ripetendo più volte quelle parole.

La discussione era nata perché lui aveva parcheggiato davanti al garage della vicina e lei aveva subito chiamato le forze dell'ordine per fargli fare una multa.

L'imputato era stato giudicato colpevole dai giudici di merito perché la frase "sta esaurita" era stata pronunciata più volte, in presenza di altre persone ed avrebbe avuto valenza offensiva per il chiaro riferimento alle condizioni di salute psichiche della donna.

Il caso finiva dinanzi alla corte di Cassazione  dove l'imputato si difendeva facendo notare che i giudici di merito non avevano preso in considerazione l'esistenza di rapporti di vicinato che presupponevano un certo livello di confidenza.

Secondo la Corte di Cassazione il giudice di appello ha erroneamente ricondotto l'espressione dell'imputato (sta esaurita) ad una critica sprezzante nei confronti dello stato di equilibrio psichico della donna e, addirittura, all'attribuzione di una patologia mentale. 

In realtà, spiega la Corte, nel linguaggio comune, "l'attribuzione all'interlocutore di uno stato patologico di questo tipo è espressa comunemente con termini critici più diretti e mirati sulle capacità mentali".

Più in particolare il riferimento a una condizione di "esaurimento"  era diretto piuttosto "a criticare un'eccessiva ansia vendicativa e un eccessivo bisogno di punizione nei confronti" di chi aveva violato una norma stradale e una regola di buon vicinato". 

La frase non mette in discussione la salute mentale, ma solo il livello di tolleranza nei confronti di chi aveva compiuto una doppia trasgressione.

Se poi la donna si è sentita ingiuriata come se fosse stata accusata di essere mentalmente malata, tale sensazione, è puramente soggettiva e non può avere rilevanza penale.

La sentenza impugnata è stata quindi annullata senza rinvio.

Qui sotto il testo integrale della sentenza.
Cassazione Penale sentenza 11 novembre 2014, n. 46488
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(15/11/2014 - G.C.)
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