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IL SEGNO DI CAINO (di
Roberto Cataldi)
L’idea dell’assassinio ispira molto meno orrore quando è la stessa legge
a darne spettacolo ed esempio.
(Maximilien Robespierre)
Caino fu certamente il primo tra gli uomini a rendersi colpevole di un
crimine così feroce da poter suscitare reazioni di vendetta; eppure, secondo
il racconto biblico, Dio pose su di lui un segno perché non fosse colpito da
chiunque l'avesse incontrato.
Lo stretto connubio tra delitto e castigo, dunque, ha delle radici antiche;
ed altrettanto remote sono le incognite su quali siano i limiti e le
finalità delle sanzioni.
Ciò che tutt'oggi appare ancora ignoto, è dove sia la linea di confine tra
una punizione giusta e una risposta vendicativa al crimine.
L’estrema fragilità e l’incertezza di fondo, che sono alla base di un
concetto come quello dell’equità, ci lascia quindi nell’ombra, rendendo
oltremodo gravoso il compito rintracciare un valido punto di riferimento per
una presa di posizione.
Ogni principio si voglia sostenere, appare sempre più evanescente e
contraddittorio di fronte all’innegabile molteplicità dei casi. E’
l’esperienza a darci contezza di una miriade di possibilità che mal si
adattano alla rigidità delle assolutizzazioni.
Sta di fatto che la punizione talvolta può configurarsi come un male
maggiore rispetto al delitto stesso e che l’impunità, dal verso opposto, può
risultare altrettanto iniqua verso le vittime che quel delitto hanno dovuto
subire.
Per stabilire un limite ed un bilanciamento tra gli interessi contrapposti
in gioco, occorre dunque avere in mente quelle che debbono essere le reali e
concrete finalità della pena giacché, come scriveva Bentham, ogni punizione
è in se stessa un male e se mai dovessimo ammetterla dovremmo farlo soltanto
in quanto ci promette di evitare un male maggiore.
Bentham non credeva né alle leggi divine né al contratto sociale ma era
convinto che nel rapporto tra la legge e la pena si dovesse avere conto, in
ogni caso, dell’utilità.
L’utilitarismo implicito in questa prospettiva di Bentham, ci mette dunque
in guardia da troppe facili benevolenze per certe forme di “retribuzione” al
male.
Ancora oggi, la morte di chi è responsabile di delitti spietati è ritenuta
la soluzione migliore per eradicare il crimine dalla società. Quale pena più
efficace dell'eliminazione fisica del reo? Quale deterrente più convincente?
Eppure le statistiche parlano chiaro: non esiste alcuna corrispondenza tra
la severità della pena e il tasso di criminalità; laddove si applica ancora
la pena di morte è stata riscontrata addirittura una percentuale maggiore di
omicidi rispetto ai paesi che l’hanno abolita.
Il dato numerico, dunque, ci rileva che, se non altro, la pena capitale è
del tutto inutile in relazione alle finalità che vorrebbe idealmente
perseguire. Per quale ragione allora essa continua a essere così tanto
acclamata?
Probabilmente, al di là dei propositi dichiarati, la volontà di punire
fisicamente o moralmente chi ha violato la legge vuole rispondere innanzi
tutto a un bisogno di purificazione, una purificazione da ciò che è ritenuta
una possibile “contaminazione” del “male”. La pena è considerata una sorta
di espiazione che si collega così a un più ampio problema di natura morale.
Spesso il manicheismo implicito nelle idee morali di vario genere ha voluto
disegnarci un mondo “a senso unico”, disumanamente perfetto, ed ha
estremizzato il desiderio di purezza fino a condurlo a un imperativo
categorico.
La pena di morte, così, è divenuta la più immediata risposta al bisogno di
riaffermare il valore assoluto delle leggi positive.
Ma si tratta di un clamoroso malinteso giacché non possiamo negare che la
legge, per sua natura, non può essere mai perfetta e tanto meno la sua
applicazione giurisdizionale.
La pena di morte di fatto va a colpire anche degli innocenti e ciò accade
molto più spesso di quanto non si possa immaginare. Chi assume il compito di
giudicare, allora, non può prescindere da un dato di fatto che potremmo
considerare l’unica vera certezza nel vasto mondo del diritto: la verità è
impercettibile e ambigua, l'errore è sempre alle porte e la legge stessa che
si è chiamati ad applicare è il frutto di un compromesso, di una mediazione
tra esigenze e valori contrapposti destinati a mutare nel tempo.
Se si vuole poi parlare di Giustizia, del suo alto valore ideale, dobbiamo
prendere atto che essa è sempre qualcosa di cui non possiamo appropriarci
una volta per tutte, considerata la sua ontologica mutevolezza, il suo
continuo adattarsi alle cangianti esigenze della coscienza sociale.
Nonostante le numerose accuse e l’assurdità cui conduce la pena capitale,
essa è, però, da sempre un ottimo palliativo per una discreta fetta
dell'opinione pubblica che desidera sicurezza e soprattutto vendetta nei
confronti di chi si è macchiato di crimini orrendi. A furor di popolo si
richiede il patibolo, qualcosa di violento che possa esorcizzare la paura
che fatti del genere possano ripetersi ancora.
Quasi mai ci si interroga sul perché vi sia il crimine, da cosa esso abbia
origine. Molto spesso coloro che consideriamo dei criminali di natura, non
sono altro che persone come tutti noi che sono però giunte a toccare il
fondo al termine di esperienze limite, e dopo un percorso di vita che li ha
condotti a vivere nell’illegalità. Spesso siamo portati a credere che un
criminale sia un mostro, uno squilibrato; nella realtà anche gli autori dei
crimini peggiori sono semplicemente i nostri dirimpettai, le persone
“normali” che ci vivono accanto e che tal volta sono state poste dalla vita
in situazioni e condizioni estreme.
In molte delle interviste televisive che fanno seguito a fatti di sangue,
chi conosceva il “mostro” appare smarrito, sorpreso del fatto che una
persona così “tranquilla” ed insospettabile possa essere l’autore di tanta
violenza.
Eppure è così, non c’è nulla di alieno in ciò che ogni uomo è capace di
compiere. Per questo prima ancora di giudicare un evento, e chi lo ha
commesso, dovremmo interrogarci sul perché sia successo ed imparare a
riconoscere che quel “demone”, che abbiamo voluto vedere nel gesto e nel
volto dell’altro, potrebbe albergare proprio nel profondo della nostra
anima.
Spesso la violenza e la criminalità sono il frutto di un modello di vita
sociale e di sviluppo che ha generato ingiustizie, povertà, degrado e più in
generale un profondo disagio sociale.
Ruskin scriveva che non si possono impedire i delitti se si pensa soltanto a
punirli dopo che sono stati commessi; occorre invece creare le condizioni
perché nessuno diventi delinquente.
La pena di morte in questo senso non fa altro che eliminare l’effetto di
quel disagio cui abbiamo poc’anzi accennato, piuttosto che rimuoverne la
causa. E ciò perché, nell’ottica del consumismo e del capitalismo, che ci ha
abituati a risolvere ogni faccenda nel modo più sbrigativo possibile, è
molto più semplice, e di certo meno impegnativo, optare per l’eliminazione
radicale e istantanea del problema.
Ancora oggi le liste di quanti sono in attesa della morte in un
penitenziario americano o in una piazza di qualche paese africano o asiatico
si allunga di giorno in giorno e neppure l'azione costante di associazioni
come Amnesty International sembra ottenere risultati significativi.
Negli stati più restii ad abolire la pena capitale, i detentori del potere
sono spesso condizionati nelle loro scelte proprio dalla pressione di
un’opinione pubblica schierata massicciamente a favore della forca. Pochi
soltanto sono disposti ad ascoltare la voce e le ragioni di coloro che
invocano la fine degli "omicidi di stato", di quanti cioè ritengono che la
pena di morte sia solamente una vendetta istituzionalizzata. Spesso si ha
l'impressione che le loro siano delle voci nel deserto: si sollevano nel
vento, lambiscono le dune di sabbia ed echeggiano nel silenzio che le
circonda dove nessuno riesce ad ascoltarle.
Di là da tutte le ragioni ideali che possono indurci a schierarci dall'una o
dall'altra parte, ciò che dovrebbe catturare maggiormente la nostra
attenzione e farci riflettere è proprio l'imperfezione della legge e della
giustizia.
Decisamente efficace mi sembra al riguardo un film del noto regista Sidney
Lumet, girato nel 1957 e intitolato Twelve Angry Men - La parola ai giurati.
La storia si svolge a New York dove dodici giurati (tutti in qualche modo
rappresentanti della classe media) debbono giudicare un ragazzo accusato di
aver ucciso suo padre con un coltello.
Tutti i giurati, ad eccezione di uno, sono convinti della sua colpevolezza.
Eppure, proprio quell’unico giurato, riesce a convincere i suoi colleghi a
riesaminare la vicenda e, alla fine, dimostra come alcuni fatti, che a prima
vista erano sembrati inconfutabili, in realtà si erano dissolti e rivelati
lontani dalla verità.
L'efficacia del film sta nel fatto che ci si rende conto, poco a poco, che
il giudizio iniziale è stato il frutto di una considerazione superficiale
del caso, un giudizio sommario fondato più sul pregiudizio che sulla reale
volontà di comprensione.
Vi è alla fine una presa di coscienza dell’assemblea dei giurati che si
rende conto di quanto sia grave la responsabilità di decidere della vita di
un altro uomo.
Un senso di smarrimento traspare dai giudici posti di fronte a una realtà
che neppure immaginavano, che scompone e ridefinisce i loro schemi mentali
consolidati, assumendo il dubbio, e non una verità spesso parziale, come
elemento per soppesare le colpe.
E proprio l'indagine psicologica di chi commette il delitto, così come di
coloro che lo giudicano, genera una serie di interrogativi profondi che
riguardano il senso delle scelte che si compiono, le proprie convinzioni, le
condizioni che le determinano.
Il film specialmente all’epoca in cui uscì nelle sale cinematografiche
americane ebbe una notevole risonanza proprio perché andava a toccare
tematiche molto sentite: il pregiudizio razziale e l’imperfezione della
giustizia. E ancora oggi non possiamo negare quanto quella pellicola ci
risulti di scottante attualità.
E' proprio sull’imperfezione della giustizia, dunque, che dovrebbero
concentrarsi le nostre riflessioni.
Secondo uno studio dello Stanford Law Review, solo nel XX secolo 350
condannati a morte negli Stati Uniti, sono stati successivamente
riconosciuti innocenti! Tra questi 25 erano stati già giustiziati mentre gli
altri avevano trascorso decenni in prigione in attesa dell'esecuzione.
Quando l'errore non è più l'eccezione ma l’abitudine, quando l'incompetenza,
la corruzione, la falsità delle prove possono determinare il giudizio, non
possiamo permetterci il rischio che sia tolta la vita a degli innocenti.
A chi continua a sostenere il diritto della società di vendicarsi e punire
vogliamo allora rispondere con le parole scritte circa due secoli fa da
Victor Hugo: "Vendicarsi è dell'individuo, punire è di Dio. La società è tra
i due. Il castigo è al di sopra di essa, la vendetta è al di sotto. Niente
di così grande o di così piccolo gli si attaglia. Essa non deve «punire per
vendicarsi»; deve correggere per migliorare".
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