Cinquantotto centimetri. È la lunghezza della collana sequestrata in casa di Monica Busetto. Per quella collana sta scontando venticinque anni di carcere.
Tra sessantotto e settantadue centimetri è invece la lunghezza della collana che Lida Taffi Pamio portava al collo, e che le venne strappata nel giorno del suo omicidio.
Almeno dieci centimetri di differenza. Forse quattordici.
Il margine di un errore. Lo spazio in cui, da dodici anni, abita un'ingiustizia.
C'è una donna che, da dodici inverni, vive dentro una cella. Oggi è nella Casa Circondariale di Verona-Montorio.
È entrata in carcere quando aveva cinquantuno anni. Per la giustizia italiana è l'unica responsabile dell'uccisione della sua dirimpettaia di Mestre, l'ottantasettenne Lida Taffi Pamio.
Per quello stesso omicidio, però, in un altro processo, è stata condannata una seconda donna, rea confessa: Susanna Lazzarini. Anche lei riconosciuta dalla giustizia italiana come unica autrice del delitto. Non in concorso. In nessun rapporto con la prima.
Tra le due, non un contatto. Non una telefonata. Non un messaggio. Nulla.
Eppure entrambe condannate, in via definitiva, per lo stesso fatto. È un paradosso prima logico che giuridico. Ed è, in questo momento, la realtà del nostro ordinamento.
Si dirà che la giustizia non è infallibile, e che l'errore, in qualunque opera umana, è inevitabile. È vero. Ma il metro di una giurisdizione matura non è l'assenza di errori. È il coraggio di riconoscerli, e di porvi rimedio. E quel coraggio, oggi, è chiamato a una prova.
L'intera condanna a carico di Monica Busetto poggia su un solo elemento. Un solo elemento. Una catenina spezzata, ritrovata nella sua abitazione, che la Procura ritenne essere quella strappata dal collo della vittima durante l'aggressione. La prova regina del processo. Ed era anche, è bene ricordarlo, l'unica prova.
Sulla scena del delitto non c'è una sola traccia di Monica. Non un'impronta. Non un capello. Non un frammento biologico.
C'è invece, ben presente, il DNA di un'altra donna: quella stessa Susanna Lazzarini che, anni dopo, confesserà l'omicidio.
Sulla collana sequestrata a casa di Monica, le analisi del DNA furono quattro. Le prime tre, condotte presso l'Università di Padova, diedero esito negativo. Niente. La quarta, eseguita successivamente a Roma, restituì invece un risultato diverso. Ma quel reperto, prima di essere analizzato, era stato trasportato e collocato insieme ad altri, compresi quelli intrisi del sangue della vittima.
Tre picogrammi per microlitro. Una quantità infinitesima, che gli stessi standard scientifici considerano incompatibile con la dinamica violenta di un'aggressione. Una quantità, invece, perfettamente compatibile con una contaminazione di laboratorio.
L'ex direttrice del laboratorio di Roma ha confermato, di fronte alle telecamere, che la procedura di sanificazione con raggi UV fra un reperto e l'altro, semplicemente, non veniva eseguita.
Tre picogrammi per microlitro. Ottenuti in queste condizioni. Su una collana di cui ancora nessuno aveva chiesto se fosse davvero quella della vittima.
È questa la pietra angolare di una condanna a venticinque anni di reclusione.
Poi c'è la collana stessa. Cinquantotto centimetri quella della Busetto. Per dodici anni nessuno aveva chiesto, semplicemente, quanto fosse lunga la collana che Lida Taffi Pamio portava sempre con sé.
Sarebbe bastato sfogliare un album di famiglia. Sarebbe bastato trovare una fotografia, e misurarla.
Lo ha fatto, dodici anni dopo, un'inchiesta giornalistica de Le Iene. Le immagini storiche sono state affidate a tre periti forensi indipendenti. Analisi fotogrammetriche, secondo criteri scientifici ripetibili e verificabili. Il responso è stato univoco: la collana che la signora Pamio portava al collo misurava tra sessantotto e settantadue centimetri. Non era la stessa collana. Non lo è mai stata. Non poteva esserlo.
Ciò che lo Stato non aveva voluto verificare in dodici anni di processo, una redazione televisiva lo ha accertato in pochi giorni.
A questo si aggiunge un dato che, da solo, basterebbe a imporre un'esitazione, una sospensione, una revisione.
Quando Susanna Lazzarini confessò l'omicidio, lo fece per tre interrogatori consecutivi, dichiarandosi sempre unica autrice del delitto. Solo al quarto, dopo un pressing prolungato in cui il nome di Monica era stato evocato a più riprese, accennò per la prima volta a un coinvolgimento della vicina e con dichiarazioni incoerenti e che non trovarono alcun riscontro.
Versioni ondivaghe palesemente incompatibili con la dinamica accertata del delitto, e con un dato dirimente: tra Monica e Susanna Lazzarini non c'era mai stato alcun contatto. Non possono avere organizzato un omicidio insieme.
Il giudice che condannò la Lazzarini se ne avvide. E scrisse, a chiare lettere, che il presunto ruolo di Monica Busetto non aveva trovato adeguato riscontro.
Eppure, secondo l'accusa che ha tenuto in piedi la condanna di Monica, le due donne avrebbero pianificato e commesso insieme un omicidio senza essersi mai parlate.
È bene chiarirlo subito. Non stiamo parlando di un caso in cui le prove ci sono, ma non bastano. Stiamo parlando di un caso in cui le prove, semplicemente, non ci sono.
E non ci sono neppure gli indizi.
Non c'è un movente accertato. Non c'è una dinamica ricostruita. Non c'è una traccia biologica di Monica Busetto sulla scena del crimine. Non c'è un contatto con la persona che ha confessato.
Caduta la prova della collana, e caduto con essa il DNA da contaminazione, la posizione di Monica Busetto è giuridicamente identica a quella di qualunque altro condomino di quel palazzo.
Quando viene meno l'unico elemento materiale a carico, non si entra neppure nel territorio del ragionevole dubbio. Si esce dal perimetro della prova.
E se non c'è una prova, la condanna non può formarsi sulle ipotesi, neppure sulle suggestioni o su ciò che è "plausibile".
La presunzione di non colpevolezza non è un favore al reo. Non è una concessione di clemenza. È la condizione di legittimità della pena.
E quando la pena viene inflitta in assenza di prova, non è più giustizia.
È violenza dello Stato.
Si dirà che un investigatore può sbagliare. È vero. Un errore di indagine, in sé, non è una colpa. È un rischio fisiologico di qualunque attività umana, anche di quelle più rigorose. Il diritto stesso ammette l'errore, e per questo prevede gli strumenti per correggerlo.
Ma altro è l'errore. Altro è la sua ostinata difesa.
Quando, anni dopo l'arresto di Monica Busetto, Susanna Lazzarini confessò il delitto dichiarandosi sola autrice. E quando quella confessione trovò il suo sigillo in una sentenza di condanna definitiva la verità era arrivata. Non come ipotesi, non come suggestione difensiva: come fatto giudiziariamente accertato.
Davanti a quella verità, un magistrato ha due strade. La prima è ammettere l'errore e attivarsi perché venga corretto. La seconda è proteggere se stesso e la propria reputazione insistendo nell'accusa che sa essere infondata.
Fu scelta la seconda.
Il Procuratore aggiunto della Procura di Venezia, di fronte a una confessione resa per tre interrogatori consecutivi e a una sentenza definitiva che ne riconosceva la sola autrice, dichiarò pubblicamente che era plausibile che le due donne avessero commesso l'omicidio insieme.
Plausibile.
Una sola parola. E dentro quella parola, non c'era l'errore: c'era la sua difesa a oltranza.
Perché il diritto non condanna sulla base di ciò che è "plausibile". Condanna sulla base di ciò che è provato. E qui non solo non c'era prova: c'era una sentenza dello stesso ordinamento giudiziario che diceva il contrario. Il giudice che condannò la Lazzarini aveva scritto a chiare lettere che il presunto concorso di Monica Busetto non aveva trovato adeguato riscontro.
Tra le due donne, è bene non smettere di ricordarlo, non c'era mai stato un contatto. E sulla scena del delitto non c'era una sola traccia di Monica. Eppure Monica Busetto è restata in carcere, la Procura ha fatto finta di nulla.
È questo il punto più grave dell'intera vicenda. Non l'errore investigativo iniziale, che pure ci fu, e che fu macroscopico. Ma la scelta deliberata di non riconoscerlo quando la verità era ormai sotto gli occhi di tutti.
Un errore può capitare a chiunque indaghi. È umano, è inevitabile, è perdonabile.
Ma quando l'errore è dimostrato, e nonostante questo viene difeso pur di non ammetterlo, quando la conseguenza di quella difesa è una donna che resta in carcere mentre la sua innocenza è già stata processualmente accertata, non siamo più nel campo dell'errore ma di qualcosa che rasenta la malafede.
E quella parola, 'plausibile', galleggia ancora oggi sopra il caso. Sopra dodici anni di carcere di una donna innocente.
La revisione del processo, disciplinata dall'articolo 630 del codice di procedura penale, non è un'eccezione vergognosa da nascondere. È la dimostrazione più alta della maturità di un ordinamento.
Un sistema che non sa rivedersi non si emenda. Si fossilizza.
E quando l'istanza di revisione non arriva più soltanto dalla difesa, ma dalla stessa Procura Generale, come è accaduto a Venezia, significa che dentro la magistratura una parte ha già riconosciuto ciò che per dodici anni era stato negato.
Ora tocca alla Corte d'Appello di Trento.
Quel "plausibile" non è soltanto una parola sbagliata. È il sintomo di una cultura processuale distorta.
È la cultura del pubblico ministero che fa l'avvocato dell'accusa e difende l'ipotesi accusatoria invece di cercare la verità. È la cultura che, davanti all'errore, preferisce ostinarsi nell'errore anziché aprirsi all'ipotesi di una revisione.
Il pubblico ministero, non dovremmo mai smettere di ripeterlo, non deve fare l'avvocato dell'accusa. È un magistrato che deve cercare la verità, anche quando la verità contraddice il proprio lavoro. È un principio antico del nostro ordinamento. E non a caso ha attraversato, di recente, il dibattito pubblico più aspro che la magistratura italiana abbia conosciuto negli ultimi decenni.
C'è una circostanza, in questa vicenda, che ne fa molto più di un caso giudiziario. Il Procuratore aggiunto che all'epoca dei fatti coordinava le indagini presso la Procura di Venezia è oggi titolare del Dicastero della Giustizia.
L'uomo che oggi rappresenta la giustizia italiana nel governo è la stessa persona che, di fronte alla confessione resa da Susanna Lazzarini in tre interrogatori consecutivi, scelse la parola «plausibile».
Il giudizio sulle scelte processuali di allora non spetta a chi scrive: quelle scelte le esamina, oggi, la Corte d'Appello di Trento.
Il giudizio politico, invece, sì. E dice questo. Che chi oggi rappresenta la giustizia nel Paese non può ignorare che dodici anni fa, davanti alla verità, è stata difesa un'ipotesi.
L'una è una posizione processuale. L'altra è un dovere costituzionale.
Monica Busetto, dopo che una fotografia ha riaperto ciò che lo Stato aveva chiuso, si prepara al processo di revisione.
La fotografia scoperta da Le Iene ha imposto un nuovo esame della prova regina, l'unica prova. Oggi venuta meno. Il processo si aprirà a Trento il 10 giugno. Tre giorni prima, Monica compirà sessantaquattro anni. Per dodici Natali ha guardato le stesse pareti.
Non è compito di chi scrive prevedere la sentenza. Ma è compito di chi giudica non averne paura.
Una giurisdizione che si rifiutasse di guardare ancora, di guardare meglio, di guardare fino in fondo, non sarebbe una giurisdizione forte. Sarebbe una giurisdizione spaventata dalla propria ombra.
Cinquantotto centimetri. Sessantotto. Settantadue.
In quei pochi centimetri di una collanina, da dodici anni si tiene in piedi una condanna.
E per quella sola parola, "plausibile", da dodici anni si tiene in piedi un silenzio.
L'una e l'altra, oggi, attendono di essere riviste.
Roberto Cataldi
