Un bambino/a che nasce, apre gli occhi su di una realtà di cui viene a fare parte, molto complessa, che coinvolge tutto il suo essere, interiore ed esteriore
Questa realtà è gestita totalmente dagli adulti, sia nella presentazione dei suoi vari aspetti, sia nella attribuzione della relativa valenza di ognuno di essi.
La disposizione percettiva naturale del bambino, come accade per tutti gli esseri viventi, è l'emotività.
Questa finestra emotiva, via via che egli cresce, può diventare più o meno importante in relazione al tipo di approccio adottato dagli adulti.
In effetti, questo approccio può essere estremamente diverso e può quindi influire in maniera molto differente sulla formazione della personalità del piccolo.
Certo è da considerarsi estremamente importante, anzi primario e fondamentale, che gli adulti operino in modo che il nuovo nato maturi la sensazione di essere accettato. Il piccolo deve innanzitutto sentire che c'è un posto per lui nella realtà in cui vive.
Ma il modello relazionale adottato dagli adulti influisce direttamente sulla sua personalità, anche sotto altre angolazioni.
Una esagerata magnificazione, ad esempio, tende a sviluppare direttamente nel piccolo un senso di onnipotenza che, da un lato, renderà le eventuali frustrazioni, anche minime, molto difficili da elaborare e tollerare e, dall'altro, quando il piccolo sarà cresciuto ed entrerà in società, creerà problemi di inserimento, poiché favorirà spinte narcisistiche, fino - del caso - a farne un opportunista e/o un intollerante.
Il primo esito, comunque, di questo pur comune modello educativo/formativo è quello di costruire una autostima basata essenzialmente sull'apprezzamento altrui.
E qui è la base di possibili reazioni devianti di fronte ad un rifiuto, quale che esso sia, che può essere vissuto come un insopportabile svilimento della propria persona. Viene infatti in gioco la propria identità, che è stata inappropriatamente costruita sul riferimento ad agenti esterni, anzichè maturata sulla base della propria personale esperienza.
Incidentalmente da rilevare che i frequenti femminicidi, non si contrastano con l'appesantimento delle sanzioni, ma intervenendo sul modello educativo in quanto sono proprio devianti reazioni ad un rifiuto che viene percepito come un intollerabile svilimento di sè.
Al fondo, è una questione, come accennato, di identità, che è riferita e dettata - per così dire - dall'atteggiamento di terzi estranei anzichè gradualmente maturata nella propria personalità, mediante una personale percezione cognitiva.
Naturalmente, proprio le anche minime sfumature dei modi con i quali viene costruito l'ambiente emotivo nel quale il nuovo nato è cresciuto, determinano non solo la sua personalità, ma altresì le sue condizioni psichiche.
Un certo atteggiamento del padre o della madre può formare un omosessuale, ovvero un introverso, uno schizofrenico, un autistico, e così via.
L'alternativa corretta è cercare di svuotare di emotività superflua, per quanto possibile, il rapporto con il piccolo.
Ribadito che è fondamentale un caldo e sollecito affetto materno che costruisca in lui, oltre alla basilare sensazione di accettazione, una solida capacità affettiva, questa relazione dovrebbe essere espressa e circoscritta alla fascia temporale del rapporto diretto.
Primaria rilevanza assumono comunque le relazioni interpersonali nelle quali il piccolo può e deve trovare la sua identità.
Nel corso della giornata, deve essere lasciato solo quanto più possibile, in modo da consentirgli una esperienza, anzi una cognizione, diretta e personale, cioè soltanto sua propria, di tutto ciò che avviene nel mondo esterno. In tal modo, sarà lui stesso a regolarsi, cioè a prendere le decisioni riguardanti il suo comportamento e le sue azioni. Ed a sperimentarne le conseguenze.
In tal modo egli può prendere coscienza della propria dimensione. La sua esperienza di vita deve essere personale ed elaborata da lui stesso.
Solo in questo modo può formarsi una personalità autonoma ed equilibrata, non influenzata dalla percezione di sensazioni emotive dispersive e superficiali.
In sostanza, per ottenere una personalità equilibrata e consapevole è necessario formare un contesto nel quale il piccolo è il solo ed unico gestore del rapporto con la realtà con la quale viene in contatto.
L'approccio con il mondo esterno deve essere valutato dal piccolo, e da lui solo, in modo autonomo e sulla base delle conoscenze ed esperienze che egli ha sperimentato e personalmente vissuto e valutato.
Ciò non può avvenire se è costantemente presente l'atteggiamento e la scelta degli adulti, ai quali ovviamente il piccolo fa riferimento costante.
E' la differenza tra prendere conoscenza della realtà come un dato di fatto da acquisire ed elaborare, oppure come un disordinato e superficiale insieme di stimoli emotivi.
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