Per un giurista europeo, l'Ucraina rappresenta oggi un fenomeno singolare, persino paradossale. Da un lato, è un Paese che manifesta un'inusitata determinazione a integrarsi nello spazio giuridico europeo. Dall'altro, il suo ordinamento conserva, come un antico palinsesto, le profonde tracce della dottrina sovietica, in cui l'opportunità prevaleva sistematicamente sul diritto e le forze dell'ordine godevano di uno status quasi sacro.
È proprio su questo crocevia tra due civiltà — quella europea e quella post-sovietica — che si sta oggi combattendo una vera e propria battaglia per l'anima della giustizia ucraina.
Che cosa accade quando le forze dell'ordine, abituate a operare senza vincoli, si trovano a confronto con le "scomode" garanzie proprie della figura dell'avvocato, garanzie che sono chiamate a rispettare nel loro cammino verso l'integrazione europea"
Non le affrontano apertamente. Preferiscono aggirarle, cercando strade alternative attraverso schemi cinici, formalmente ineccepibili.
Questo articolo analizza un precedente giuridico ucraino in cui, per ottenere l'autorizzazione a intercettare un avvocato, il sistema non ha violato apertamente la legge. Ha fatto qualcosa di più sottile: ha "depersonalizzato" l'avvocato nei documenti ufficiali, attribuendo a lui l'identità del suo stesso assistito, così che il suo numero di telefono risultasse formalmente appartenere alla persona che avrebbe dovuto difendere.
Si tratta di un caso che dovrebbe richiamare l'attenzione di ogni professionista del diritto, poiché solleva un interrogativo cruciale: che ne è dello Stato di diritto quando le sue stesse procedure formali vengono utilizzate come strumenti per colpirne i principi fondamentali"
Il caso dell'avvocato Olga Panchenko
Per comprendere appieno la portata di quanto accaduto, è necessario innanzitutto presentare la figura centrale di questa vicenda.

Olga Panchenko non è soltanto un'avvocata: in Ucraina è conosciuta come difensora dei diritti umani e come "l'avvocata degli avvocati", poiché tutela gli interessi dei colleghi e denuncia sistematicamente le violazioni delle loro prerogative. Il suo nome è indissolubilmente legato a uno dei casi più clamorosi degli ultimi anni: la difesa dello scienziato e avvocato Dr. Oleg Maltsev.

Fu proprio lei a guidare la difesa del dottor Oleg Maltsev quando, in seguito alla pubblicazione di un libro sui crimini di guerra, il controspionaggio militare del Servizio di Sicurezza dell'Ucraina (SBU) falsificò un procedimento penale nei suoi confronti, accusandolo della creazione di una formazione paramilitare. La situazione aveva contorni talmente grotteschi da far pensare che sarebbe crollata su se stessa, senza nemmeno bisogno di combatterla.
Eppure, dopo sette mesi di lavoro incessante, fu Olga Panchenko ad avere bisogno di protezione. In altri termini, l'avvocata che difendeva uno scienziato e, a sua volta, collega di toga, si trovò costretta a ricorrere all'assistenza di un avvocato. Potrebbe sembrare lo spunto per una sceneggiatura televisiva. E tuttavia, è proprio questo che si è verificato in Ucraina.
Olga Panchenko è stata arrestata nell'ambito dello stesso procedimento e con la medesima accusa rivolta al suo cliente. Ciò che la legge vieta espressamente — l'identificazione dell'avvocato con il proprio assistito — si è verificato nella realtà dei fatti.
Solo grazie alla risonanza mediatica e alla solidarietà senza precedenti espressa dalla comunità forense ucraina, è stato possibile ottenere la sua liberazione su cauzione.
Oggi si è venuta a creare una situazione paradossale: Olga Panchenko continua a esercitare la propria funzione difensiva nei confronti del dottor Oleg Maltsev, pur essendo, a sua volta, sottoposta a indagine. La sua difesa, in questo complesso scenario, è stata affidata al noto avvocato ucraino, dottore in giurisprudenza, Aleksandr Babikov.
Fu proprio in questo contesto di fortissima pressione che la difesa del dottor Oleg Maltsev iniziò ad esaminare il materiale dell'indagine, facendo una scoperta sconvolgente.
Lo schema di sostituzione del numero telefonico e la "sacralità" del rapporto di servizio
L'analisi dei documenti ha rivelato che le forze dell'ordine avevano ottenuto l'autorizzazione del tribunale a intercettare le comunicazioni telefoniche non del dottor Oleg Maltsev, bensì del suo avvocato, Olga Panchenko.
Lo schema si è rivelato sorprendentemente semplice. Un agente operativo del Servizio di Sicurezza dell'Ucraina (SBU) ha indicato, nel proprio rapporto di servizio, il numero di telefono di Olga Panchenko accanto al nome del suo assistito. Questo rapporto è divenuto, a sua volta, l'unica base su cui il pubblico ministero ha fondato la richiesta di autorizzazione presentata al tribunale.
Il fatto che tali autorizzazioni per lo svolgimento di attività investigative segrete siano state concesse per ben tre volte sulla base di questo documento falsificato dimostra che non si è trattato di un errore accidentale.
Veniva intercettato tutto: le conversazioni con i clienti, l'elaborazione della strategia difensiva, i colloqui privati.
A questo punto, la vicenda assume i contorni di una vera farsa, come osserva con amaro sarcasmo la stessa Olga Panchenko:
«I tecnici del servizio operativo-tecnico, infatti, dopo sei mesi di intercettazioni del presunto numero telefonico di Oleg Maltsev, non si sono accorti — o hanno finto di non accorgersi — che la voce trasmessa apparteneva inequivocabilmente a una donna.»
Ciò non ha destato il minimo sospetto, né ha provocato alcuna rettifica: il che dimostra che l'obiettivo reale era proprio l'intercettazione dell'avvocato, sotto le sembianze procedurali del suo assistito.

L'avvocato Aleksandr Babikov osserva:
«Nel corso delle conversazioni intercettate, l'avvocata, interagendo con rappresentanti dell'autorità giudiziaria e delle forze dell'ordine, si presenta costantemente, indicando chiaramente la propria identità. Questo elemento costituisce un argomento rilevante a conferma dell'assenza di qualsiasi errore.
Ma non è tutto: due mesi dopo, le forze dell'ordine hanno prorogato per ben due volte l'intercettazione illegale, circostanza che lascia presumere l'esistenza di un'attività illecita coordinata tra agenti operativi, investigatori e pubblici ministeri.
Destano preoccupazione anche le modalità del controllo giudiziario: colpisce, in particolare, l'estremo formalismo dimostrato dal tribunale, che, al momento della proroga delle misure, non ha ritenuto necessario esaminare i risultati fino ad allora acquisiti.»
Quando la frode venne scoperta, la prima reazione di Olga Panchenko fu quella che rappresenta, per un avvocato, l'unica strada possibile: denunciare il reato all'Ufficio del Procuratore Generale.
La risposta fu il silenzio.
La totale assenza di reazione da parte dell'organo incaricato di garantire il rispetto della legge segnò l'inizio di una nuova battaglia: quella per il diritto stesso alla giustizia. Lo conferma anche il suo avvocato. Fu proprio da quel momento, secondo Aleksandr Babikov, che la difesa si scontrò con "la totale riluttanza delle forze dell'ordine a registrare questo crimine".
Il "ping-pong" procedurale: quando il sistema si protegge da sé
Se la "depersonalizzazione" dell'avvocata può essere considerata un atto di aggressione, gli sviluppi successivi hanno rivelato qualcosa di ancor più insidioso: la capacità del sistema di auto-proteggersi attraverso forme di sabotaggio istituzionale.
In questo contesto, il caso di Olga Panchenko rappresenta un esempio eloquente di come l'apparato giudiziario, anziché operare come strumento di accertamento della verità, possa trasformarsi in un meccanismo destinato a occultarla.
La prima reazione del sistema dinanzi all'accusa mossa nei suoi confronti è stata il rifiuto di riconoscere la realtà. Il silenzio dell'Ufficio del Procuratore Generale ha costituito soltanto un preludio. La vera diagnosi è emersa presso il Tribunale distrettuale di Pechersk, a Kiev, dove l'avvocato Aleksandr Babikov ha presentato un'istanza per inerzia procedurale.
Il piano era lineare: costringere il tribunale a imporre alla procura l'adempimento del proprio dovere istituzionale, ossia l'inserimento delle informazioni relative al reato nel Registro Unico delle Indagini Preliminari.
La risposta del giudice si è rivelata un esempio emblematico di formalismo giuridico al limite dell'assurdo. Non ha messo in discussione l'autenticità dei documenti. Ha semplicemente constatato, utilizzando la formula standard di rifiuto: «la denuncia non contiene elementi indicativi di un reato».
In altre parole, il fatto documentato di sei mesi di intercettazioni illegali ai danni di un avvocato — autorizzate sulla base di un rapporto falsificato — non è stato ritenuto, dal tribunale, neppure sufficiente ad avviare un'indagine preliminare.
Si tratta della classica tattica della "negazione istituzionale": se un crimine non viene registrato, allora, formalmente, non esiste.
Ciò che è accaduto successivamente presso la Corte d'Appello di Kiev è altrettanto rivelatore. Di fronte agli stessi documenti, la Corte giunge a una conclusione opposta — l'unica che, alla luce dei fatti, fosse davvero possibile trarre.
Nella propria decisione, la Corte d'Appello afferma senza esitazioni che la denuncia contiene tutti gli elementi necessari: descrive i fatti che configurano un reato, ne indica la qualificazione giuridica e presenta le prove a sostegno. La conclusione è inequivocabile: ordinare l'inserimento dei dati nel Registro Unico delle Indagini Preliminari.
Sembrava una vittoria. Ma, come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Olga Panchenko riassume così il prezzo di quello che, sulla carta, appare come un "semplice" passaggio procedurale:
«Ho presentato la denuncia di reato già nel maggio 2025. La decisione della Corte d'Appello sull'inserimento dei dati nel Registro Unico delle Indagini Preliminari è arrivata soltanto a ottobre.
Ci sono voluti quasi cinque mesi soltanto per ottenere l'inserimento nel Registro, e ciò è stato possibile solo grazie ai ricorsi presentati dal mio avvocato, Aleksandr Babikov, presso due diversi tribunali.»
Ci sono voluti cinque mesi per costringere lo Stato ad ammettere l'evidenza. Tuttavia, neppure questa svolta segna l'inizio di un'effettiva attività investigativa.
La previsione formulata dalla stessa Olga Panchenko si è rivelata, in realtà, un'anticipazione lucida di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
«Come avvocata, mi è perfettamente chiaro che, anche dopo l'iscrizione nel Registro Unico delle Indagini Preliminari, avrà inizio un nuovo ping-pong procedurale.»
Il "ping-pong procedurale" non è una metafora, bensì un termine tecnico che descrive con esattezza una specifica tattica di soffocamento adottata nei confronti dei procedimenti scomodi.
Formalmente, l'indagine risulta aperta; nella realtà, però, non accade nulla.
Ogni minimo avanzamento dovrà essere "conquistato" con nuovi atti formali, ulteriori ricorsi, continue denunce.
"Ci siamo già abituati"
L'avvocato Aleksandr Babikov, nonostante il carattere surreale della situazione, cerca di conservare una nota di misurato ottimismo:
«Ci siamo ormai abituati al fatto che, nei casi con connotazioni politiche o legati a interessi interni a singoli uffici o dipartimenti, sia estremamente difficile dimostrare la propria ragione. Tuttavia, la perseveranza e la coerenza danno i loro frutti.
Non nutriamo alcuna illusione sul fatto che sarà facile costringere il sistema giudiziario ucraino a eliminare le violazioni di legge e a punire i responsabili, ma continueremo a perseguire questo obiettivo con fermezza e coerenza.»
Ed è qui che vale la pena fermarsi. «Ci siamo già abituati.»
In questa frase, pronunciata come se fosse qualcosa di scontato, si cela l'intero orrore — e insieme la diagnosi — della giustizia ucraina contemporanea. Gli avvocati, l'élite del sistema giuridico, si sono abituati all'idea che dimostrare l'ovvio sia difficile. Si sono abituati al fatto che il sistema, anziché servire la giustizia, le si opponga.
Si sono abituati a dover lottare non attraverso la legge, ma per la legge.
Questo adattamento istituzionale alla patologia è la sua forma più pericolosa: trasforma l'eccezione in norma, l'abuso in prassi, l'assurdo in routine. Ma da dove nasce questa abitudine"
Le radici di questa abitudine affondano nella profonda, mai estirpata eredità della cosiddetta "scuola di forza" sovietica, di cui la procura ucraina resta, ancora oggi, una continuazione strutturale.
Tutti i tentativi compiuti negli ultimi decenni per "europeizzarla" si sono rivelati simili al voler costruire una villa elegante sulle fondamenta di un vecchio bunker in cemento armato.
Si può rivestire la facciata di marmo, disegnare giardini e suddividere i terrazzamenti; ma, al di sotto di questo sottile strato di decorazione, continuerà a permanere la medesima struttura monolitica e impenetrabile, che non obbedisce alle regole del diritto, bensì alle logiche del potere.
Quel bunker è la dottrina sovietica, in cui il pubblico ministero non era una parte del processo, ma l'"occhio del sovrano", mentre l'avvocato rappresentava soltanto un fastidioso ostacolo sulla via dell'opportunità.
Il caso di Olga Panchenko rivela con precisione chirurgica le metastasi di tale dottrina, che continuano a svilupparsi nel corpo istituzionale dell'Ucraina contemporanea.
Si tratta, da un lato, di una punizione inflitta all'essenza stessa della funzione difensiva. Nel sistema sovietico, l'avvocato di un "nemico del popolo" diventava egli stesso un nemico. L'arresto fisico di Olga Panchenko nel procedimento contro il proprio assistito riproduce, in modo diretto e quasi istintivo, quella stessa logica: se difendi qualcuno sgradito al potere, allora sei sgradita anche tu.
D'altro canto, nel modello sovietico era più importante conseguire il risultato desiderato che rispettare le regole stabilite. La falsificazione dei rapporti è un approccio tipico di quel sistema, in cui il raggiungimento dell'"obiettivo" pianificato — ottenere un'autorizzazione, chiudere un caso — prevaleva su qualsiasi formalità procedurale.La legge non era considerata un dogma, ma uno strumento da piegare a interpretazioni creative, funzionali allo scopo.
A tutto ciò si aggiunge un ulteriore elemento: l'istinto di autodifesa interna. La riluttanza del sistema ad affrontare i reati commessi al proprio interno è radicata nella natura stessa delle strutture di potere — dal KGB sovietico fino ai nostri giorni. La fedeltà alla propria cerchia ha sempre avuto la precedenza sulla fedeltà alla legge.
Requiem per lo Stato di diritto
Tutto ciò ci conduce a una domanda universale, attuale in ogni contesto nazionale: dove si colloca la linea di demarcazione oltre la quale il controllo esercitato dallo Stato cessa di essere legittimo e si trasforma in arbitrio" Verrebbe naturale pensare che a questa domanda debbano rispondere le Corti costituzionali o i parlamenti. Nel contesto dell'Ucraina contemporanea, tuttavia, tale interrogativo assume un carattere puramente retorico. La risposta non giunge dalle aule giudiziarie, bensì dai discorsi pubblici delle più alte cariche istituzionali.
Quando il Procuratore Generale del Paese, rivolgendosi ai propri critici da una tribuna ufficiale, scandisce parole che non lasciano spazio a fraintendimenti:
«Conosco tutti quelli che ora lavorano contro di me e contro la procura come istituzione. Non c'è bisogno di nascondersi. Verrò a prendere personalmente ognuno di voi»,
la linea che separa il diritto dall'arbitrio non viene semplicemente oltrepassata. Viene cancellata. Rinnegata.
Perché questo non è il linguaggio della legge. È il linguaggio del potere personale.
Il capo dell'organo di vigilanza non proclama che "prevarrà la legge", ma afferma: "verrò io". E in quella singola parola — io — si condensa l'intera parabola del regresso: il passaggio silenzioso ma spietato da un'istituzione impersonale e imparziale a una minaccia diretta, incarnata, quasi feudale.
Lo Stato, da sistema razionale di garanzie, si contrae fino a coincidere con la volontà di un solo uomo.
E se, in un sistema simile, persino i migliori avvocati finiscono per "abituarsi" all'illegalità, e il massimo rappresentante della giustizia arriva a pronunciare una simile promessa — «Verrò a prendere personalmente ognuno di voi» — allora non si tratta più di semplici sfide o minacce.
Questo è un requiem per lo Stato di diritto.
Ed è responsabilità della comunità giuridica europea non limitarsi ad ascoltare questa musica funebre, ma riconoscere con lucidità che essa risuona all'interno di quelle stesse istituzioni che, da sempre, consideriamo patrimonio condiviso della nostra civiltà giuridica.
E il compito che ci attende non è quello di contemplarla. È quello di fermarla.








