Questo concetto non è un ideale astratto. Descrive il funzionamento concreto dei sistemi complessi. Vale per l'economia, per le istituzioni, per le comunità umane.
E infatti l'Europa, quando ha deciso di rafforzarsi, ha fatto esattamente questo: ha investito nella coesione territoriale. Non per bontà d'animo, ma per interesse strategico. Ridurre i divari tra regioni non è mai stato un gesto di solidarietà fine a sé stesso, bensì una scelta di potenza: mercati più integrati, mobilità reale, crescita complessiva.
L'Italia, invece, sembra tentata da una strada opposta: trasformare le disuguaglianze in architettura istituzionale.
L'Europa ricuce, noi rischiamo di separare
L'Unione Europea nasce su un'intuizione semplice e profondissima: un continente diviso è un continente debole.
Per questo la coesione economica, sociale e territoriale è un obiettivo strutturale. I fondi di coesione servono proprio a questo: alzare chi è sotto, non a premiare chi è già avanti.
È un modello chiaro: si cresce insieme o si perde insieme.
La coesione costa, certo. Ma la frammentazione costa di più, perché riduce massa critica, competitività e capacità negoziale nel mondo.
LEP: la promessa e la prova di verità
Nel dibattito sull'autonomia differenziata, i Livelli Essenziali delle Prestazioni vengono evocati come garanzia. Ma i LEP sono anche il punto in cui la retorica incontra la realtà.
Garantire davvero che un cittadino italiano abbia gli stessi servizi fondamentali ovunque decida di vivere è un obiettivo nobile. Ma è anche un obiettivo costoso.
Costoso in termini finanziari, perché significa investire dove oggi i servizi sono carenti.
Costoso in termini amministrativi, perché richiede personale, strutture, capacità di spesa.
Costoso in termini politici, perché implica redistribuzione.
Qui sta il nodo: definire i LEP non significa automaticamente finanziari in modo adeguato. E senza risorse adeguate, i LEP rischiano di diventare diritti nominali, buoni per i documenti ma incapaci di cambiare la vita reale delle persone.
E allora emerge un paradosso difficile da eludere:
" se i LEP fossero davvero uniformi e garantiti, l'autonomia differenziata perderebbe gran parte della sua motivazione e diventerebbe una questione organizzativa e di decentramento;
" se invece i LEP restano deboli o incompleti, l'autonomia diventa un moltiplicatore dei divari.
In altri termini: o è inutile, o è pericolosa.
Le motivazioni non dette
Se si guarda sotto la superficie del dibattito, emerge una spinta più concreta: l'aspirazione a un federalismo fiscale, nella speranza che le aree dove lo Stato ha storicamente investito di più possano trattenere più risorse.
È una dinamica comprensibile dal punto di vista psicologico: quando il futuro appare incerto, si tende a proteggere ciò che funziona. Ma lo Stato esiste proprio per impedire che l'istinto di difesa diventi regola permanente di separazione.
Il rischio globale: tanti piccoli sistemi, meno forza
C'è poi una dimensione spesso ignorata: quella internazionale.
Nel mondo globale non competono i campanili, ma i sistemi-Paese. Infrastrutture, energia, ricerca, università, attrazione di investimenti richiedono regia e coerenza.
Un'Italia frammentata in sistemi territoriali disomogenei rischia di essere più efficiente localmente, ma più debole nel suo insieme.
È l'illusione dell'autosufficienza applicata a una realtà che, per definizione, vive di interdipendenze.
L'autonomia differenziata, così come viene oggi proposta, solleva una domanda che va oltre la tecnica giuridica: siamo disposti a pagare il prezzo dell'uguaglianza sostanziale"
Perché se la risposta è no, allora non stiamo riformando lo Stato: stiamo semplicemente rinunciando all'idea di comunità nazionale.
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