Aborto in Italia, cosa dice la legge, quando è lecito, quando è punito, i dati sulle interruzioni di gravidanza, le battaglie per la 194 e le polemiche di sempre
legge su aborto

di Annamaria Villafrate - L'aborto in Italia è un diritto riconosciuto dalla legge 194/1978 ed è gratuito. Le parole di Salvini di questi giorni sull'aborto, apostrofato come rimedio a condotte di vita incivili da rendere "pratica a pagamento" hanno fatto infuriare le donne, ma anche qualche uomo illuminato, come il dottor Viale, ginecologo del Sant'Anna di Torino, che ha accusato l'ex Ministro degli Interni d'ignoranza e misoginia.

Aborto: perchè se ne parla

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Le polemiche sull'aborto volontario e la legge 194 si riaccendono ciclicamente nel nostro Paese, sebbene secondo i dati del Ministero della salute, l'Italia è uno degli Stati in cui, a livello internazionale, vengono praticati meno aborti, frutto di un impianto legislativo che salvaguarda la libertà di scelta consapevole e informata della donna.

Un risultato a cui si è arrivati dopo anni di battaglie e scontri ideologici, vediamo quindi cosa prevede la 194/1978, che per la prima volta ha riconosciuto il diritto all'interruzione della gravidanza, per capire quando l'aborto è lecito o illecito e quali sanzioni sono previste per chi non rispetta la legge:

Cos'è l'aborto

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L'aborto, ossia la morte del feto, può essere spontaneo o volontario. L'aborto volontario, definito tecnicamente interruzione volontaria della gravidanza, è un procedimento medico chirurgico o farmacologico con cui si provoca la morte del feto. Questa procedura è diventata lecita con l'introduzione della legge n. 194/1978, che distingue i casi d'interruzione della gravidanza nei primi 90 giorni da quelli successivi ai 90 giorni di gestazione.

Le battaglie per la legge 194/1978

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Dal testo della legge n. 194 del 1978 si evince che la decisione d'interrompere la gravidanza deve essere presa nella totale conoscenza e consapevolezza delle possibili alternative, con il supporto dei genitori, del tutore e del giudice nel caso in cui l'interruzione è richiesta da una minore o da un'interdetta. La norma più importante della legge però è l'art. 14 perché prevede che: "Il medico che esegue l'interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna."

Una conquista enorme per l'epoca, in cui l'aborto non solo veniva praticato clandestinamente, ma era riservato solo a chi poteva permetterselo. Le donne appartenenti al ceto più basso avevano infatti, come unica possibilità, quella di rivolgersi alle "mammane" o di fare tutto da sole, provocandosi l'aborto con ferri da maglia, che spesso provocavano la morte della donna per emorragia. Il tutto in un clima di vergogna e completa solitudine.

Il primo spiraglio verso la 194 è stato aperto dalla Corte Costituzionale, quando ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 553 c.p. che conteneva il reato di propaganda degli anticoncezionali. Dal 1971 in poi vengono presentati i primi progetti di legge, uno nel 1974 e un altro ancora nel 1975. A fare la differenza però è stato l'intervento della Corte Costituzionale, che per la prima volta ha dichiarato l'illegittimità parziale dell'art. 546 c.p. riconoscendo in questo modo la legittimità dell'aborto terapeutico. Sempre nel 1975 si ha l'istituzione dei consultori familiari e nello stesso anno vengono presentate sei proposte di legge e raccolte le firme per sottoporre a referendum le norme del codice penale che vietano l'interruzione della gravidanza. Dopo un periodo di tensioni politiche, bocciature del testo e polemiche sull'obiezione di coscienza, si arriva finalmente alla 194/1978 che nel 1981 venne sottoposta a referendum, che però non mutò l'assetto della prima legge che riconosce alle donne il diritto di abortire liberamente e gratuitamente nelle strutture sanitarie pubbliche.

Quando l'aborto è lecito

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L'aborto è quindi lecito quando praticato nel rispetto delle norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza contenute nella legge n. 194/1978. Come anticipato la legge distingue l'interruzione della gravidanza praticata entro i primi 90 giorni da quella che viene praticata dopo i 90 giorni di gestazione.

Interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni

Nel primo caso la donna, se ritiene che esistono motivi di pericolo derivanti dal proseguimento della gravidanza, dal parto o dalla maternità per la sua salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, alle sue condizioni economiche, sociali, familiari, alle circostanze legate al concepimento, alle previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, deve rivolgersi a un consultorio familiare, a una struttura socio sanitaria abilitata dalla Regione o a un medico di fiducia.

Interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni

Il discorso cambia quando l'interruzione della gravidanza deve essere praticata dopo i primi 90 giorni. In questo caso, affinché la procedura possa svolgersi in modo legittimo, la legge prevede la presenza di determinati presupposti:

  • la gravidanza o il parto devono costituire un grave pericolo per la vita della gestante;
  • devono essere stati accertati processi patologici, compresi quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che costituiscono un pericolo per la salute fisica e psichica della donna.

Interruzione di gravidanza della minore

Quando la donna è una minore di 18 anni, per procedere all'interruzione della gravidanza è necessario il consenso di chi esercita sulla stessa la tutela o la responsabilità genitoriale. La legge però prevede che, se nei primi 90 giorni sussistono seri motivi che impediscono o sconsiglino la consultazione dei genitori o del tutore o questi, anche se interpellati, rifiutano di dare il consenso o esprimono pareri difformi, il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia, dapprima informano la donna delle possibili alternative e delle modalità di risoluzione dei vari problemi che la inducono a chiedere l'interruzione della gravidanza, coinvolgendo il padre e offrendo il loro aiuto prima e dopo la gravidanza quindi, entro 7 giorni dalla richiesta, rimettono una relazione del caso, corredata da parere, al giudice tutelare competente, che entro 5 giorni, sentita la donna e tenendo conto della sua volontà, può autorizzarla a interrompere la gestazione. Ci sono però dei casi in cui il consenso dei genitori e del tutore non è richiesto, cioè se l'interruzione deve essere praticata dopo i novanta giorni in presenza di un grave pericolo per vita della donna, accertato da un medico del servizio ostetrico-ginecologico. Accertamento che non si rende necessario se sussiste un pericolo imminente di vita della donna.

Interruzione di gravidanza dell'interdetta

Un altro caso particolare che richiede quindi regole particolari è quella che riguarda l'interdetta per infermità di mente. In questo caso la legge consente che la richiesta d'interrompere la gravidanza entro i primi 90 giorni o nei successivi possa essere avanzata direttamente dalla donna, dal tutore o dal marito non tutore e non separato. Se però la richiesta viene presentata dall'interdetta o dal marito il tutore deve dare il suo parere, mentre se la domanda viene avanzata solo dal marito o solo dal tutore, la donna deve comunque confermarla. Come per il caso della minore, il medico o il consultorio, entro sette giorni, trasmettono al giudice tutelare una relazione con cui lo informano dell'atteggiamento della donna, della sua infermità mentale, dell'eventuale parere del tutore e sulla provenienza della domanda d' interruzione. A questo punto il giudice tutelare, se lo ritiene opportuno, sente gli interessati, altrimenti decide entro 5 giorni con un atto che non può essere reclamato e che costituisce titolo per ottenere l'interruzione in via d'urgenza.

Aborto: a chi rivolgersi e costi

La donna che intende abortire può rivolgersi a una serie di strutture: dal consultorio familiare, al medico di famiglia, sino al pronto soccorso. La procedura da seguire sarà indicata dal medico preposto nel pieno rispetto della privacy e parte dal rilascio alla paziente di un certificato in cui è attestata la volontà di interruzione della gravidanza e dalla fissazione della data per l'esecuzione dell'aborto (in ospedale, in case di cura o poliambulatori autorizzati). Il medico preposto deve obbligatoriamente informare la paziente di tutte le procedure e le possibili conseguenze.

L'aborto in Italia è gratuito, laddove eseguito mediante il Servizio Sanitario Nazionale ed è garantito anche alle donne che non hanno la cittadinanza italiana.

Le sanzioni penali in caso di aborto illecito

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La legge n. 194/1978 dispone anche le sanzioni per chi non rispetta le regole in essa contenute per procedere in modo lecito all'aborto, prevedendo che chiunque interrompe una gravidanza senza rispettare le modalità indicate dagli artt. 5 e 8 è punito con la pena della reclusione fino a tre anni, mentre la donna con la multa di 100.000 lire (euro 51,65).

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Chi invece pratica l'aborto senza l'accertamento medico previsto dalle lettere a) e b) dell'art. 6 o in violazione dell'art. 7, chi lo provoca è punito con la reclusione da 1 a 4 anni, mentre la donna è punita con la reclusione fino a 6 mesi. Pene che vengono aumentate delle metà se l'aborto è praticato su minori o interdette senza rispettare le regole previste per questi casi particolari.

Se dall'aborto deriva la morte della donna la pena è della reclusione da 3 a 7 anni, in caso di lesione gravissima da 2 a 5 anni, che viene diminuita se la lesione è grave. Queste ultime pene vengono invece aumentate se la morte consegue al mancato rispetto delle regole previste dalla legge per quanto riguarda l'accertamento medico o senza l'osservanza delle regole da applicare se la donna è minore o interdetta.

Se poi l'aborto è provocato da chi ha sollevato obiezione di coscienza allora le pene sono ulteriormente aumentate.

Sanzioni anche per chi rivela l'identità della donna o divulga notizie idonee a identificarla, in ragione della professione o ufficio.

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(25/02/2020 - Annamaria Villafrate) Foto: 123rf.com
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