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L'interruzione volontaria di gravidanza

Disciplina normativa e profili giurisprudenziali sull'interruzione volontaria di gravidanza
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Avv. Daniele Paolanti - L'Organizzazione Mondiale della Sanità si è premurata in una serie di occasioni di raccomandare ai singoli Stati aderenti alle Nazioni Unite di adottare nel loro ordinamento una legge che contenesse una disciplina organica dell'interruzione volontaria di gravidanza. La premura dell'Istituto specializzato delle Nazioni Unite risiede soprattutto nella necessità di contrastare quei fenomeni di aborto clandestino che determinano, oltre che gravissime complicazioni dal punto di vista medico, notevoli disagi e responsabilità.

Oggi in quasi tutti i Paesi è presente una disciplina legislativa in materia di interruzione volontaria di gravidanza (d'ora in avanti IGV) ed i centri medici operativi in tal senso si sono considerevolmente prodigati per sviluppare tecniche che escludano (o che comunque contengano nel minimo) le eventuali complicazioni.

Vediamo com'è disciplinata l'interruzione volontaria della gravidanza in Italia:


  1. Interruzione volontaria gravidanza: la disciplina
  2. Quando è possibile ricorrere all'interruzione volontaria della gravidanza
  3. La giurisprudenza sull'interruzione volontaria di gravidanza

Interruzione volontaria gravidanza: la disciplina

In Italia la disciplina dell'IVG è stata introdotta a seguito del varo della legge 194/78, recante "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza" ed il cui articolo 1, nel tracciare gli obiettivi fissati dal legislatore, dispone che "Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite". La premessa è sicuramene idonea a perimetrare l'ambito di estensione della normativa de qua, poiché, dopo aver reiterato l'obiettivo del legislatore di promuovere una procreazione cosciente e responsabile, esclude comunque che l'aborto possa essere utilizzato come strumento per la limitazione delle nascite.

Quando è possibile ricorrere all'interruzione volontaria della gravidanza

La prima risposta ci viene offerta dall'art. 4 della Legge 194/78 che così recita: "Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia".

Quindi, almeno nei primi novanta giorni, la donna può scegliere di interrompere la propria gravidanza per le motivazioni che vengono tracciate dal riferimento normativo. Ai sensi dell'art. 6 della prefata legge, invece, dopo i primi novanta giorni, l'IVG, può essere praticata: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

La giurisprudenza sull'interruzione volontaria di gravidanza

Approcciamo ora alla giurisprudenza più significativa che, riguardo quest'argomento, è davvero copiosa.

In species, la Suprema Corte, con riguardo all'IVG, pare abbia ammesso che "L'impossibilità della scelta della madre, pur nel concorso delle condizioni di cui all'art. 6, imputabile a negligente carenza informativa da parte del medico curante, è fonte di responsabilità civile. La gestante, profana della scienza medica, si affida, di regola, ad un professionista, sul quale grave l'obbligo di rispondere in modo tecnicamente adeguato alle sue richieste; senza limitarsi a seguire le direttive della paziente, che abbia espresso, in ipotesi, l'intenzione di sottoporsi ad un esame da lei stessa prescelto, ma tecnicamente inadeguato a consentire una diagnosi affidabile sulla salute del feto".

Tuttavia, in relazione ai diritti del nascituro, sempre la Suprema Corte, ha ammesso che "Non si può dunque parlare di un diritto a non nascere; tale, occorrendo ripetere, è l'alternativa; e non certo quella di nascere sani, una volta esclusa alcuna responsabilità, commissiva o anche omissiva, del medico nel danneggiamento del feto. Allo stesso modo in cui non sarebbe configurabile un diritto al suicidio, tutelabile contro chi cerchi di impedirlo: che anzi, non è responsabile il soccorritore che produca lesioni cagionate ad una persona nel salvarla dal pericolo di morte (stimato, per definizione, male maggiore)".

Si aggiunga, per completezza argomentativa, che seppur non è punibile il tentato suicidio, costituisce, per contro, reato l'istigazione o l'aiuto al suicidio (art. 580 c.p.): a riprova ulteriore che la vita - e non la sua negazione - è sempre stata il bene supremo protetto dall'ordinamento" (Cassazione civile, sez. un., 22/12/2015 n. 25767).

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Daniele PaolantiDaniele Paolanti - profilo e articoli
E-mail: daniele.paolanti@gmail.com Tel: 340.2900464
Vincitore del concorso di ammissione al Dottorato di Ricerca svolge attività di assistenza alla didattica.
(07/04/2017 - Avv.Daniele Paolanti)
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