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Catene di Sant'Antonio su Whatsapp: censurate anche dalla Cassazione

La tecnologia non è riuscita a fermare un fenomeno vecchio quasi un secolo
una catena

di Valeria Zeppilli – Nel mondo digitale molte vecchie usanze giocose sono scomparse, ma altre hanno resistito all'evolversi della società, assumendo però nuove forme.

Un esempio su tutti? Le catene di Sant'Antonio.

Le catene di Sant'Antonio nella prima metà del Novecento

Le catene di Sant'Antonio hanno avuto il loro primo sviluppo con questa denominazione negli anni 50 del secolo scorso, in una forma in parte diversa da quella che oggi conosciamo: la distribuzione a catena di lettere ad amici e conoscenti era ispirata al raggiungimento di finalità religiose e ad ottenere benefici e grazie ultraterrene (da qui il nome). Chi la riceveva doveva recitare "tre Ave Maria a Sant'Antonio" e proseguire la diffusione per godere di una vita rosea; l'interruzione della catena avrebbe invece cagionato disgrazie del genere di quelle riportate nella lettera stessa come fatti realmente accaduti.

Tale usanza, in realtà, aveva raccolto l'eredità di un gioco già diffuso durante la prima guerra mondiale e, all'epoca, addirittura tacciato come propaganda segreta da combattere.

Le catene di Sant'Antonio negli anni 80 e 90

Le catene di Sant'Antonio, in tempi più recenti, erano utilizzatissime come divertimento dai ragazzini degli anni 80 e 90: eliminata la componente strettamente religiosa, il meccanismo era più o meno lo stesso e consisteva nell'inoltrare una lettera pressoché identica a quella ricevuta ad un certo numero di amici, riportandovi l'elenco di nomi lì scritti eccezion fatta per il primo. A quest'ultimo, infatti, andava inviata la cartolina della propria città.

Il fenomeno era diffusissimo tra i giovani e si era declinato in molteplici versioni, diverse ma simili.

Le catene di Sant'Antonio oggi

E proprio con diverse versioni, la forza del gioco ha resistito ai tempi e lo ha accompagnato sino ai giorni nostri. Via la carta, arrivano i messaggini sui telefoni e sui social network: una volta ricevuti ci si deve affrettare ad inoltrarli, se non si vuol temere qualche sfortuna.

La censura della Cassazione

Dove non è arrivata la tecnologia, però, è arrivata la giurisprudenza e il fenomeno è stato censurato. Almeno nelle sue peggiori estrinsecazioni.

Qualche anno fa, infatti, la Cassazione si è occupata delle Catene di Sant'Antonio relative al web surfing e, con la sentenza numero 37049/2012, le ha dichiarate illegali.

In realtà, nel caso di specie si trattava di un utilizzo un po' troppo furbesco del mezzo e le catene incriminate erano utilizzate, da parte dei titolari di alcuni siti web, per l'accaparramento di nuovi clienti tramite la promessa di incentivi a tutti gli iscritti che avrebbero reclutato i loro amici, invitandoli con catene a far parte della piattaforma. Infatti la legge, in particolare la numero 173/2005, parla chiaro: un tal genere di propaganda è vietato.

Per il resto, la Catena di Sant'Antonio rimane sempre un gioco: o ci si partecipa o la si evita. In quest'ultimo caso, prima o poi gli amici capiranno che su di noi la scaramanzia non funziona.

Chi si nasconde dietro le Catene di Sant'Antonio ai tempi di WhatsApp?

Occorre comunque precisare che raramente le nuove catene digitali sono ideate da hacker o da soggetti che le utilizzano con il solo scopo di diffondere dei virus informatici. Se non ci sono link, poi, questa evenienza è da escludere del tutto.

Nella quasi totalità delle volte, piuttosto, le Catene di Sant'Antonio nascono per gioco o, comunque, in buona fede dietro l'input di fatti realmente accaduti e un po' romanzati, anche in maniera crescente con il passaparola.

Conseguenze dannose

Ciò non vuol dire, comunque, che esse non comportino dei danni, anche ulteriori rispetto a quelli espressamente censurati dalla Cassazione con la sentenza sopra riportata.

La buona fede iniziale, infatti, non vale a escludere la lesione della privacy che può derivare dal condividere gli indirizzi e-mail o i numeri di telefono di tutti i destinatari della catena. Questi potrebbero, in tal modo, iniziare a circolare ed essere reperiti per finalità pubblicitarie indesiderate o per altre scocciature o perdite di tempo di vario genere se non, addirittura, per perpetrare delle vere e proprie truffe.

Qualcuno ci guadagna?

In ogni caso non può dirsi che con le catene di Sant'Antonio qualcuno ci guadagni. Esse, semmai, talvolta sono utilizzate come strumenti indiretti per perseguire finalità di guadagno remote e illecite, come quelle sopra viste. In sé e per sé, però, le catene sono solo un gioco o, secondo un differente punto di vista, una fastidiosa perdita di tempo.

Valeria Zeppilli
Consulenza Legale
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
(21/01/2017 - Valeria Zeppilli) Foto: 123rf.com
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