No alle terapie e ai trattamenti medici esagerati: il no arriva dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri attraverso le parole del suo presidente Amedeo Bianchi. Dopo infatti la sentenza della Corte di Cassazione in cui emerge che i chirurghi che affrontano operazioni che non hanno una speranza agiscono “in dispregio al codice deontologico che fa divieto di
trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico terapeutico”, l'associazione fa sentire la sua voce. Amedeo Bianchi ha infatti dichiarato che una cura considerata esagerata, che non ha speranza di salvare la vita a malati terminali, deve essere valutata “anche rispetto all'obiettivo del medico, che potrebbe avere scopi palliativi giusti o prevenire conseguenze drammatiche per la qualità di vita del paziente”. Secondo quanto ha dichiarato Bianco, la Cassazione, si è espressa su due versanti. Nel primo ha individuato un profilo di colpa per una lesione della milza non riconosciuta, che ha portato alla morte della paziente e che si è tradotta in una condanna per omicidio colposo. Nella seconda parte, la Cassazione fa un rilievo deontologico, perchè il chirurgo avrebbe sottoposto una paziente ad un intervento senza una ragionevole aspettativa. E il codice, oggettivamente, vieta atti diagnostici e terapeutici sproporzionati, ovvero non utili alle giuste attese di guarigione o miglioramento della qualità di vita.
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Ma, per Bianco, e' necessario
valutare anche "quale era l'obiettivo che il chirurgo si era dato con
questo intervento. Non conosco il caso specifico ma, secondo un
ragionamento medico, il chirurgo potrebbe avere avuto lo scopo di
prevenire - cosa plausibile in un tumore del pancreas - con un
intervento di riduzione della massa cancerosa conseguenze drammatiche,
acceleratici del decesso, come le ostruzioni biliari".
"Questo, o altri ragionamenti tecnici, posizionerebbero
l'intervento in un razionale tecnico che puo' essere oggetto di una
valutazione deontologica. Perche' la Cassazione puo' solo richiamare
al principio, ma non agire in funzione della deontologia".
Lo stop agli
interventi chirurgici senza speranza, anche se c'e' il 'consenso
informato' da parte del paziente - emerso dal pronunciamento della IV
sezione penale della Cassazione - lascia perplesso il presidente del
Collegio italiano dei chirurghi (Cic), Pietro Forestieri. "Il problema
- dice all'Adnkronos Salute Forestieri - e' che e' difficile stabilire
che un intervento e' senza speranza. Questo, infatti, non dipende solo
dalle condizioni del paziente, ma anche dall'abilita' del chirurgo e
dalle tecnologie a disposizione nella struttura".
"In chirurgia il fattore umano e tecnologico contano ancora
moltissimo, ed e' difficile stabilire a priori l'assenza di un
qualsiasi possibile beneficio legato a un'operazione. Non solo: quelli
che venti anni fa erano interventi senza speranza, oggi per fortuna in
molti casi non lo sono piu'. Dunque in questo modo si rischia di
ostacolare i progressi della chirurgia e alimentare la medicina
difensiva".
Se, stando ai giudici della Cassazione, i chirurghi che
affrontano operazioni che non hanno una speranza di apportare benefici
agiscono "in dispregio al codice deontologico che fa divieto di
trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico
terapeutico", per Forestieri "tra le righe si capisce che per la
paziente protagonista della vicenda in questione anche solo il fatto
di vivere pochi mesi in piu' sarebbe stato importante".
In questi casi, piuttosto che
rifiutarsi di operare, "il chirurgo ha il dovere di prospettare con
lealta' e chiarezza le prospettive e i rischi reali dell'operazione al
paziente. Insieme al dovere di offrirgli la possibilita' di giocarsi
la sua chance nel posto migliore e nelle mani piu' preparate. Insomma,
deve indicare la struttura o il collega meglio specializzati" per
affrontare la problematica.
"Anche la scelta del paziente di tentare il tutto per tutto fino
secondo me - conclude il chirurgo - deve essere
rispettata. Altrimenti, anche somministrare alimentazione e
idratazione artificiale potrebbe essere letto come una violazione, un
intervento senza speranza".
No all'accanimento terapeutico.
Giovanni D'Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale
''Tutela del Consumatore'' di Italia dei Valori e fondatore dello
''Sportello dei Diritti'' sottoscrive la sentenza della Cassazione che
ha intimato lo stop agli interventi chirurgici senza speranza nei
confronti dei malati terminali. " E' contrario alle norme
deontologiche, oltre che inutile, -afferma in una nota- operare i
malati terminali che, disposti a tutto, accettano di sottoporsi
all'intervento per ottenere un improbabile beneficio alla qualita'
della vita".
"Soltanto la prescrizione -aggiunge- ha salvato tre chirurghi
dell'ospedale San Giovanni di Roma dopo la doppia condanna per
omicidio colposo in sede di merito che avevano operato, provocandone
la morte, una donna di 44 anni che aveva solo 6 mesi di vita per un
tumore".
La decisione di entrare comunque in sala operatoria, osserva
ancora, "rappresenta una violazione delle regole di prudenza che
devono ispirare i professionisti che operano in scienza e coscienza
che dovevano asternersi dal persistere in trattamenti da cui non si
possa attendere un beneficio per la salute del malato".